Lingua italiana: “abibliophobia”, la paura dei lettori

31 Gennaio 2026

Scopriamo assieme qual è il significato di questo termine formato da morfemi greci ma entrato nella lingua italiana tramite l'inglese.

Lingua italiana: "abibliophobia", la paura dei lettori

Nel vasto e spesso bizzarro universo delle fobie umane, tra la paura dei ragni (aracnofobia), degli spazi chiusi (claustrofobia) e dei numeri (aritmetofobia), si è recentemente affacciata nella lingua italiana una paura tanto specifica quanto intimamente riconoscibile per molti lettori appassionati: l’abibliofobia, ovvero la paura di rimanere senza libri da leggere. Questo neologismo, ancora non completamente consolidato nei dizionari ufficiali ma sempre più diffuso nel linguaggio comune, descrive un’ansia molto reale che affligge bibliofili, lettori compulsivi e amanti della carta stampata in tutto il mondo.

L’etimologia: quando il greco incontra l’ossessione moderna

La parola “abibliofobia” deriva dalla combinazione di tre elementi linguistici di origine greca: il prefisso privativo “a-” (che indica assenza o mancanza), “biblion” (libro) e “phobos” (paura). Letteralmente, quindi, significa “paura dell’assenza di libri”. La costruzione del termine segue lo schema classico delle denominazioni delle fobie nella terminologia medica e psicologica, conferendogli un’aura di serietà scientifica che contrasta ironicamente con la sua natura relativamente recente e la sua diffusione inizialmente scherzosa.

A differenza della bibliofobia (paura dei libri in quanto oggetti) o della metrofobia (paura della poesia), l’abibliofobia non designa il timore verso i libri stessi, ma verso la loro assenza. È una fobia paradossale, perché nasce dall’amore, non dall’avversione: si ha paura di rimanere senza ciò che si ama, senza quella fonte di piacere, conoscenza ed evasione che i libri rappresentano per i lettori appassionati.

Un fenomeno reale sotto mentite spoglie umoristiche

Sebbene il termine sia spesso utilizzato con tono scherzoso o autoironico – molti lettori si definiscono “abibliofobici” sui social media o nei gruppi di lettura con un sorriso complice – nasconde in realtà un disagio autentico che molte persone sperimentano. L’ansia di non avere nulla da leggere, di terminare un libro senza averne già pronto un altro, di trovarsi in viaggio o in vacanza senza una scorta adeguata di letture è un’esperienza comune a molti bibliofili.

Questa paura si manifesta in comportamenti caratteristici e facilmente riconoscibili: l’accumulo compulsivo di libri (spesso più velocemente di quanto si riesca a leggerli), l’impossibilità di uscire da una libreria a mani vuote, l’ansia che precede lunghi viaggi se non si è sicuri di avere abbastanza materiale di lettura, la necessità di avere sempre almeno due o tre libri “di riserva” sul comodino. Molti lettori confessano di sentirsi a disagio se il loro “to be read” (la pila dei libri da leggere) scende sotto una certa soglia numerica.

La tsundoku: l’abibliofobia fatta libreria

L’abibliofobia ha una sorella linguistica giapponese che ne rappresenta, per così dire, la manifestazione fisica: la tsundoku. Questo termine giapponese, composto da “tsunde-oku” (accatastare cose e lasciarle lì) e “doku” (leggere), descrive l’abitudine di acquistare libri continuamente lasciandoli accumularsi non letti. La tsundoku è, in un certo senso, la strategia di difesa preventiva contro l’abibliofobia: si accumulano libri per creare una barriera protettiva contro il terrore del vuoto letterario.

Molti lettori vivono in una condizione paradossale: possiedono centinaia di libri non ancora letti, eppure continuano ad acquistarne di nuovi e provano ansia al pensiero di “rimanere senza niente da leggere”. Questa apparente contraddizione rivela la natura profonda dell’abibliofobia: non è tanto la paura razionale di un’effettiva mancanza di materiale di lettura, quanto piuttosto un’ansia più sottile legata alla libertà di scelta, al desiderio di avere sempre a disposizione il libro “giusto” per il momento giusto.

La lingua italiana aiuta ancora una volta a conoscere noi stessi

Ma perché alcuni lettori sviluppano questa particolare forma d’ansia? Le ragioni sono molteplici e affondano in aspetti profondi del rapporto tra individuo e lettura. Per molte persone, i libri non sono semplici oggetti di intrattenimento ma veri e propri compagni di vita, strumenti di elaborazione emotiva, rifugi sicuri in momenti di stress o difficoltà. La lettura diventa una sorta di meditazione laica, un modo per mettere ordine nei pensieri, per evadere dalle preoccupazioni quotidiane, per dare senso all’esperienza.

In questo contesto, rimanere senza libri da leggere equivale a perdere un meccanismo di coping fondamentale, come se venisse improvvisamente a mancare una risorsa essenziale per il benessere psicologico. Per chi ha costruito la propria identità anche attraverso la lettura, l’assenza di libri può generare una sensazione di vuoto esistenziale, di perdita di una parte di sé.

Inoltre, nell’era dell’abbondanza informativa e dell’accesso immediato a contenuti di ogni tipo, l’abibliofobia può essere letta anche come manifestazione di un’ansia più generale legata alla FOMO (Fear Of Missing Out, paura di perdersi qualcosa). Con migliaia di nuovi libri pubblicati ogni anno, con classifiche che cambiano continuamente, con premi letterari che scoprono nuovi talenti, il lettore appassionato può sentirsi sopraffatto dal timore di non riuscire a stare al passo, di perdersi opere importanti, di non avere abbastanza tempo per leggere tutto ciò che vorrebbe.

L’era digitale: nuove forme di abibliofobia

L’avvento degli e-reader e degli audiolibri ha modificato in parte le manifestazioni dell’abibliofobia, pur non eliminandola. Da un lato, la possibilità di portare con sé centinaia di libri in un dispositivo tascabile ha alleviato l’ansia pratica del “rimanere senza niente da leggere” durante i viaggi o in situazioni in cui il peso e lo spazio sono limitati. Dall’altro, ha creato nuove forme di accumulo compulsivo: biblioteche digitali straripanti di titoli mai aperti, abbonamenti a piattaforme di lettura che generano l’illusione dell’accesso illimitato pur mantenendo intatta l’ansia della scelta.

Paradossalmente, l’abbondanza tecnologica può amplificare piuttosto che risolvere l’abibliofobia. Se prima il limite era fisico ed economico (quanti libri posso portare? quanti posso permettermi di comprare?), ora il limite è solo temporale (quanti libri posso effettivamente leggere in una vita?), il che rende l’ansia ancora più acuta perché rende esplicita l’impossibilità matematica di soddisfare pienamente la propria fame di lettura.

La comunità degli abibliofobici: riconoscersi nel disagio condiviso

Uno degli aspetti più interessanti della diffusione del termine “abibliofobia” è che ha permesso a molti lettori di riconoscere e nominare un’esperienza che prima vivevano in solitudine, forse con un vago senso di inadeguatezza o stranezza. La condivisione sui social media, nei blog letterari, nei gruppi di lettura, ha trasformato quello che poteva sembrare un’idiosincrasia personale in un fenomeno culturale riconoscibile e condiviso.

Questa condivisione ha anche un effetto normalizzante e consolatorio: scoprire che migliaia di altre persone controllano ossessivamente la propria pila di libri da leggere, che pianificano acquisti futuri prima ancora di aver finito quelli attuali, che provano un’irrazionale ansia all’idea di terminare un libro particolarmente bello senza averne già pronto un altro altrettanto promettente, permette di vivere questa peculiarità con maggiore leggerezza e autoironia.

Abibliofobia e cultura del libro: sintomo di un amore profondo

In ultima analisi, l’abibliofobia, pur nelle sue manifestazioni talvolta eccessive o compulsive, è sintomo di qualcosa di profondamente positivo: un amore genuino per la lettura, una curiosità intellettuale inesauribile, un bisogno di nutrimento culturale ed emotivo che i libri sanno offrire come pochi altri medium. In un’epoca in cui si parla spesso di “crisi della lettura”, specialmente tra le giovani generazioni, l’esistenza stessa di un termine per designare la paura di rimanere senza libri testimonia che la passione per la parola scritta è tutt’altro che estinta.

Forse l’abibliofobia andrebbe vista non come una patologia da curare ma come un sintomo da accogliere con benevolenza, come il segno di una relazione profonda e vitale con il mondo dei libri. Dopotutto, come disse qualcuno, ci sono problemi peggiori che avere troppi libri da leggere: uno di questi è non averne affatto.

La soluzione all’abibliofobia probabilmente non esiste, né forse sarebbe auspicabile cercarla. Come molte “patologie” legate all’eccesso d’amore piuttosto che alla sua mancanza, questa particolare fobia ci ricorda che siamo esseri votati all’incompletezza, alla ricerca perpetua, al desiderio mai del tutto appagato. E forse è proprio questa tensione costante tra ciò che abbiamo letto e l’infinito universo di ciò che potremmo ancora leggere a mantenere vivo il nostro rapporto con i libri, impedendogli di fossilizzarsi nella routine o nell’indifferenza.

Così, mentre continuiamo ad accumulare volumi sugli scaffali e nelle pile accanto al letto, mentre pianifichiamo le prossime acquisizioni librarie e sfogliamo cataloghi di novità editoriali, possiamo almeno consolarci sapendo che la nostra abibliofobia ha finalmente un nome – e che non siamo soli a soffrirne.

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