Latino: “imprimatur”, cosa significa e chi pronuncia questa parola?

27 Gennaio 2026

Scopriamo assieme il significato di questo termine latino ancora oggi adoperato nella lingua italiana, ma, da chi? e con quale scopo?

Latino: "imprimatur", cosa significa e chi pronuncia questa parola?

“Imprimatur” è una delle parole in latino che, pur mantenendo la forma originaria, è entrata stabilmente nella lingua italiana (e in molte altre lingue moderne) con significati che vanno dal tecnico-ecclesiastico al metaforico-colloquiale. Letteralmente “si stampi” in latino, questa parola racchiude in sé secoli di storia della censura, del controllo delle idee, del rapporto tra autorità e libertà di pensiero, ma anche dell’evoluzione della stampa e della diffusione della conoscenza. Comprendere l’origine, gli usi storici e le trasformazioni semantiche di “imprimatur” significa addentrarsi in una delle questioni più sensibili della storia culturale occidentale: chi decide cosa può essere pubblicato e letto.

L’origine latina e il significato letterale

“Imprimatur” è la terza persona singolare del congiuntivo presente passivo del verbo latino “imprimere” (imprimere, stampare), che significa letteralmente “si stampi” o “sia stampato”. La forma congiuntiva indica un’esortazione, un permesso, un ordine attenuato: non “stampa!” (imperativo diretto) ma “che sia stampato”, “è permesso stampare”.

Il verbo “imprimere” deriva da “in-” (su, contro) + “premere” (premere, comprimere), e originariamente indicava l’azione di premere qualcosa su qualcos’altro per lasciare un’impronta. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (metà del XV secolo), “imprimere” acquisì il significato specifico di stampare libri, e da qui “imprimatur” divenne la formula tecnica per autorizzare la stampa.

L’uso storico: la censura ecclesiastica

L’uso principale e storico di “imprimatur” è come formula di approvazione ecclesiastica per la stampa di libri. Nel contesto della Chiesa cattolica, specialmente dopo il Concilio di Trento (1545-1563) e l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti, ogni testo che trattasse materie religiose o morali doveva essere sottoposto all’esame delle autorità ecclesiastiche prima di poter essere stampato.

Il procedimento era il seguente: l’autore o l’editore presentava il manoscritto a un censore ecclesiastico (spesso un teologo designato dal vescovo). Se il censore riteneva che il contenuto non contenesse errori dottrinali o offese alla morale cattolica, apponeva sul frontespizio la formula “Imprimatur” seguita dalla sua firma, dal luogo e dalla data.

Questa approvazione significava: “non ci sono obiezioni da parte della Chiesa, può essere stampato”. Spesso l’imprimatur era preceduto dal “nihil obstat” (nulla osta), anch’esso formula latina che indicava l’assenza di contenuti condannabili.

L’imprimatur ecclesiastico fu per secoli uno strumento di controllo ideologico potentissimo. Libri stampati senza imprimatur in paesi cattolici potevano essere sequestrati, gli autori e gli stampatori puniti. Questo sistema di censura preventiva influenzò profondamente la produzione culturale europea per oltre quattro secoli.

L’estensione ad altri ambiti

Ben presto “imprimatur” uscì dal contesto strettamente ecclesiastico per indicare qualsiasi forma di approvazione ufficiale necessaria per pubblicare qualcosa. In regimi autoritari di varia natura, l’imprimatur dello stato, del partito, della censura politica divenne analogo a quello ecclesiastico: nulla poteva essere stampato senza il permesso dell’autorità.

Anche in contesti meno oppressivi, “imprimatur” iniziò a indicare l’approvazione di un’autorità riconosciuta in un determinato campo. Ad esempio, in ambito accademico si poteva parlare dell’imprimatur del relatore su una tesi, dell’imprimatur di un comitato editoriale su un articolo scientifico.

L’uso nell’italiano contemporaneo del termine latino

Nell’italiano contemporaneo, “imprimatur” mantiene sia l’uso tecnico originario (sempre più raro) sia, soprattutto, usi metaforici ed estesi molto più comuni.

Uso tecnico ecclesiastico: Ancora oggi, i libri cattolici che trattano temi dottrinali possono richiedere l’imprimatur. Tuttavia, questa prassi è molto meno stringente di un tempo, limitata principalmente a testi liturgici, catechismi, opere di teologia ufficiale. La maggior parte della letteratura cattolica contemporanea viene pubblicata senza imprimatur formale.

Uso metaforico generale: “Imprimatur” è comunemente usato nel senso di “approvazione ufficiale”, “benestare”, “via libera” da parte di un’autorità. Esempi:

  • “Il progetto ha ricevuto l’imprimatur del consiglio di amministrazione”
  • “Senza l’imprimatur del partito, la sua candidatura non procederà”
  • “L’opera ottenne l’imprimatur della critica più autorevole”

In questi usi, “imprimatur” conserva la connotazione di approvazione che viene dall’alto, da un’autorità riconosciuta, spesso necessaria per procedere. Non è un semplice consenso ma un’autorizzazione formale, quasi un sigillo di legittimità.

Le connotazioni: positive e negative

Interessante notare come “imprimatur” possa avere connotazioni diverse a seconda del contesto:

Connotazione positiva: Quando indica approvazione meritata, riconoscimento di qualità, certificazione da parte di esperti. “Il romanzo ha ricevuto l’imprimatur dei maggiori critici” significa che è stato riconosciuto come opera di valore.

Connotazione negativa: Quando evoca censura, controllo ideologico, sottomissione all’autorità. “Questo giornale non stampa nulla senza l’imprimatur del proprietario” suggerisce mancanza di libertà editoriale, servilismo.

Questa ambivalenza riflette la duplice natura storica dell’imprimatur: era insieme garanzia di ortodossia (aspetto positivo per i credenti) e strumento di censura (aspetto negativo per chi valorizza la libertà di pensiero).

Termini correlati e derivati

“Imprimatur” appartiene a una famiglia di termini latini ancora usati in italiano, specialmente in contesti formali o ecclesiastici:

  • Nihil obstat: letteralmente “nulla osta”, spesso precede l’imprimatur
  • Imprimi potest: “può essere stampato”, usato per pubblicazioni di ordini religiosi
  • Cum licentia superiorum: “con il permesso dei superiori”
  • Imprimenda: cose che devono essere stampate

Nel linguaggio comune, i derivati italiani includono:

  • Imprimere: verbo dotto che significa imprimere, lasciare un’impronta
  • Impronta: segno lasciato premendo
  • Stampare: il verbo comune per l’azione di produrre testi con la stampa

L’imprimatur nella storia culturale

L’imprimatur ha giocato un ruolo cruciale in momenti chiave della storia culturale europea. Alcuni esempi significativi:

L’eliocentrismo di Galileo: Le opere di Galileo furono inizialmente pubblicate con l’imprimatur, ma quando la Chiesa cambiò posizione, le stesse opere finirono all’Indice dei libri proibiti. La vicenda mostra come l’imprimatur potesse essere concesso e poi ritirato in base a mutamenti dottrinali o politici.

L’Illuminismo: Molti filosofi illuministi, per aggirare la censura ecclesiastica e statale, pubblicavano opere senza imprimatur in paesi più tolleranti (Olanda, Svizzera) o con falsi luoghi di stampa.

Il Modernismo cattolico: All’inizio del Novecento, la condanna del modernismo da parte della Chiesa portò a un irrigidimento del sistema dell’imprimatur, con conseguenze sulla teologia cattolica per decenni.

La fine dell’imprimatur obbligatorio

Il sistema dell’imprimatur obbligatorio per tutte le pubblicazioni religiose iniziò a indebolirsi nel corso del Novecento. Il Concilio Vaticano II (1962-1965), pur non abolendo formalmente l’imprimatur, ne ridusse drasticamente l’ambito di applicazione.

Oggi, nella Chiesa cattolica, l’imprimatur è richiesto solo per:

  • Testi liturgici ufficiali
  • Traduzioni della Bibbia destinate all’uso liturgico
  • Catechismi ufficiali
  • Alcuni testi di formazione religiosa

La maggior parte dei libri di teologia, spiritualità, storia della Chiesa viene pubblicata senza imprimatur formale. Questo riflette una concezione più liberale della libertà intellettuale all’interno della Chiesa, anche se permangono altri meccanismi di controllo dottrinale.

L’imprimatur nell’era digitale

Nell’epoca di internet e dell’editoria digitale, il concetto stesso di imprimatur come controllo preventivo sulla stampa è diventato problematico. Chiunque può pubblicare online senza alcuna autorizzazione preliminare.

Tuttavia, il concetto metaforico di imprimatur sopravvive: l’approvazione di influencer, la certificazione di fact-checker, il riconoscimento di istituzioni accademiche funzionano come forme moderne di imprimatur. Non impediscono la pubblicazione (come faceva l’imprimatur storico) ma conferiscono legittimità e credibilità.

I social media hanno i loro sistemi di “imprimatur”: la spunta blu di verifica, l’algoritmo che promuove certi contenuti, i moderatori che rimuovono altri. Sono forme nuove di controllo che, pur diverse dalla censura ecclesiastica, sollevano questioni simili: chi decide cosa merita visibilità?

“Imprimatur” è molto più di un semplice latinismo sopravvissuto nella lingua italiana. È una parola-documento che porta con sé la memoria di secoli di controllo delle idee, di censura, ma anche di ricerca di ortodossia e protezione della verità (secondo la prospettiva delle autorità che la esercitavano).

Nell’uso contemporaneo, metaforico e allargato, “imprimatur” ci ricorda che ogni società, ogni istituzione, ogni comunità ha i suoi meccanismi di approvazione e legittimazione. Non esistiamo in un vuoto di assoluta libertà: cerchiamo sempre, in qualche forma, l’imprimatur di qualche autorità che riconosciamo – che sia la Chiesa, lo Stato, l’accademia, la critica, il mercato, o semplicemente l’opinione pubblica.

Conoscere la storia di questa parola significa comprendere meglio le dinamiche del potere culturale, ieri come oggi. E forse, nella consapevolezza di queste dinamiche, possiamo aspirare a forme di “imprimatur” meno oppressive e più rispettose della libertà di pensiero e di espressione che le generazioni passate, spesso pagando prezzi altissimi, hanno conquistato per noi.

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