Un termine antico, solido, eppure oggi incredibilmente fragile: Fiducia. È questa la parola dell’anno 2025 secondo l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Una scelta che arriva puntuale, come ogni dicembre, non solo per registrare la temperatura lessicale del Paese, ma per indicare una direzione. Se in passato parole come femminicidio avevano avuto il compito di denunciare un’emergenza, o termini legati alla pandemia avevano fotografato uno stato di crisi, “Fiducia” si pone su un piano diverso: quello della ricostruzione.
La campagna #leparolevalgono di Treccani quest’anno punta dritto al cuore del contratto sociale. Dopo la parola “Rispetto” scelta lo scorso anno, optare per la parola “Fiducia” nel 2025 non significa ignorare le difficoltà del presente, ma piuttosto riconoscere l’unica “colla” capace di tenere insieme una società sempre più frammentata.
L’etimologia della parola
Dal latino fidere, “fidarsi”, la parola porta con sé un peso specifico enorme. La fiducia non è una certezza scientifica; è, per definizione, un salto nel buio, un’apertura di credito che si concede all’altro senza avere garanzie assolute. È l’affidamento a qualcuno o a qualcosa.
Il Dizionario dell’italiano Treccani 100 definisce la fidùcia come “l’atteggiamento di tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo di persone, verso altri o verso sé stessi”.
L’Istituto, nella sua analisi, sottolinea come la fiducia sia il prerequisito invisibile di ogni nostra azione quotidiana. Prendiamo un aereo perché ci fidiamo del pilota e degli ingegneri; mangiamo al ristorante perché ci fidiamo di chi ha preparato il cibo; leggiamo una notizia perché ci fidiamo (o dovremmo fidarci) della fonte. Quando questo meccanismo si inceppa, la società si paralizza. E il 2025, in questo senso, rappresenta uno snodo cruciale.
Perché Fiducia è la parola dell’anno 2025 secondo la Treccani
La scelta di questo sostantivo non è casuale. Arriva in un momento storico in cui il concetto stesso di verità è messo a dura prova. Viviamo l’epoca della maturità dell’Intelligenza Artificiale, dove distinguere il reale dal sintetico è diventato una competenza complessa. In un mondo digitale dove tutto può essere falsificato, la fiducia diventa la moneta più preziosa e scarsa.
Come si legge sul loro sito “In un anno segnato da incertezze geopolitiche e sociali, la fiducia emerge come risposta essenziale al diffuso bisogno di guardare al futuro con aspettative positive. Questo desiderio si fonda sulla forza delle relazioni umane: sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi non solo tra individui, ma anche tra i cittadini e le istituzioni.”
Treccani sembra volerci dire che siamo arrivati a un punto di saturazione del sospetto. Il cinismo, la dietrologia sistematica e la sfiducia nelle istituzioni, nella scienza e nel prossimo, hanno creato un clima di isolamento. Scegliere “Fiducia” significa reagire alla tentazione di chiudersi nel proprio guscio. Significa tornare a credere nella competenza, nel patto tra generazioni e nella possibilità di un futuro condiviso.
Una parola politica (nel senso più nobile)
C’è poi una dimensione squisitamente politica nella scelta. La fiducia è la base della democrazia rappresentativa. Senza la convinzione che le istituzioni lavorino, pur con i loro difetti, per il bene comune, il tessuto democratico si strappa.
In questo 2025, la parola assume il valore di un monito contro la polarizzazione. La mancanza di fiducia nell’avversario politico, visto non come un interlocutore ma come un nemico da annientare, ha reso il dibattito pubblico sterile. Rimetterla al centro significa riaprire i canali del dialogo: fidarsi del fatto che anche l’altro possa avere una parte di ragione, o quantomeno il diritto di esprimere la propria visione senza essere demonizzato.
La fiducia come responsabilità attiva
Un aspetto fondamentale sottolineato dall’analisi linguistica e sociologica che accompagna la scelta è che la fiducia non è un sentimento passivo. Non è qualcosa che “si ha”, ma qualcosa che “si dà” e, soprattutto, che “si costruisce”.
La parola dell’anno 2025 ci interroga direttamente: siamo persone degne di fiducia? Nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni affettive, nel nostro modo di stare sui social network, agiamo in modo da meritare l’affidamento degli altri? La fiducia è un meccanismo di reciprocità. Se crolla da una parte, crolla l’intero ponte.
Scegliere la fiducia per andare oltre la paura
Se dovessimo individuare l’antagonista della parola del 2025, non sarebbe “sfiducia”, ma “paura”. La paura dell’ignoto, del diverso, del futuro, del cambiamento climatico, della tecnologia. La paura paralizza e divide; la fiducia mobilita e unisce.
Con questa scelta, Treccani non sta descrivendo un’Italia ingenua che crede a tutto. Al contrario, sta invocando un’Italia matura, capace di un “pensiero critico fiducioso”. Un Paese che controlla, verifica, ma che alla fine sceglie di collaborare. Perché, come la storia ci insegna, nessuna grande impresa umana – dalla costruzione delle cattedrali all’esplorazione spaziale, fino alla difesa dei diritti civili – è mai stata realizzata da individui sospettosi e isolati.
“Fiducia” è, in definitiva, la scommessa che il 2025 fa sul 2026. È la parola che ci serve per traghettarci fuori dalle secche dell’incertezza, ricordandoci che, per quanto la tecnologia possa avanzare, l’algoritmo più sofisticato e potente su cui si basa l’umanità resta sempre lo stesso: fidarsi l’uno dell’altro. Per questo Treccani invita a considerarla “non solo un sentimento, ma una pratica quotidiana: un patrimonio condiviso che nutre il vivere insieme”.
