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Parla come Dante

Dante, il significato del verso “Vuolsì così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”

In occasione dell'anno delle celebrazioni di Dante, analizziamo con lo scrittore Dario Pisano l'origine e il significato dei versi della Divina Commedia.

Il canto terzo dell’Inferno della Divina Commedia ci offre un verso che ci permette – in maniera elegante – di invitare una persona a non insistere e a non fare troppe domande. Si tratta delle parole che Virgilio rivolge a Caronte, il quale aveva invitato Dante a tornare indietro e a non inoltrarsi nell’esplorazione del regno dei morti.

I due turisti dell’Oltretomba

Lasciati alle spalle gli ignavi, una nuova scena si apre davanti agli occhi di Dante personaggio, il quale viene colpito dalla vista di un cospicuo gruppo di anime, raccolte presso la riva di un grande fiume. La curiosità lo spinge a domandare a Virgilio chi sono quei dannati e perché sono così desiderosi di oltrepassare il fiume. Il poeta latino gli risponde dicendogli che le cose gli saranno note non appena avranno raggiunto la dolorosa sponda dell’Acheronte. Questo è il primo dei quattro fiumi infernali, avvolto in una debole luce che rappresenta il confine oltre il quale si apre la voragine orribile dell’Inferno. L’Acheronte costituisce un limite invalicabile per i vivi: tutte le anime – dopo il giudizio divino – vi saranno condotte con la barca del demone Caronte.

Caronte

I versi 82 – 87 ospitano la celebre descrizione di Caronte, tra i luoghi più memorabili della prima cantica:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: « Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo

Caronte è un demonio – strumento della giustizia di Dio – psicopompo, ossia con il compito di traghettare le ombre dei dannati ( quelle destinate al Purgatorio saranno trasportate dall’angelo nocchiero che le raccoglie alla foce del Tevere ). A differenza di altri demoni dell’inferno, caratterizzati da caratteri animaleschi e di bestiale ferocia, è disegnato con caratteri ancora umani: la canizie e la vecchiaia connotano chiaramente la sua figura, per la quale Dante ha tenuto presente la descrizione virgiliana.

Il Caronte virgiliano – nel sesto libro dell’Eneide – è un vecchio dall’aspetto lugubre, che traghetta le anime dei defunti oltre l’Acheronte, fiume dell’Ade, lasciando però sulla riva le anime degli insepolti. Nel canto dantesco, il demone non è un semplice calco del modello classico, ma risente dell’impostazione cristiana dell’autore: egli è un ministro della giustizia divina e un’emanazione di Satana: ammonisce i dannati a lasciare ogni speranza di salvezza perché la loro pena sarà eterna e si consumerà nel ghiaccio e nel fuoco che dominano l’Inferno (l’epigrafe sul portale dell’Inferno suonava: lasciate ogni speranza, voi ch’intrate).

Caronte riconosce in Dante un’anima viva e, abbassando il tono rabbioso della voce, lo invita ad allontanarsi dalle anime dannate. Questi tenta dunque di vietargli il passaggio e costituisce in questo modo uno dei tanti impedimenta, ovvero espressioni di peccato, che cercano di ostacolare il cammino di redenzione del poeta ( e dell’intero genere umano ). Sempre in questi casi interviene Virgilio a frenare l’arroganza del demone e a costringerlo a rispettare la volontà divina ( vv. 94 – 96 ):

E’l duca a lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsì così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare»

Una scena analoga si verificherà all’inizio del canto settimo dell’Inferno, dove la guida del poeta dovrà tacitare un altro mostro infernale, il demone – custode Pluto ( vv- 7 – 12 ):

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: « Taci, maledetto lupo!
Consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo.

Sono versi meno celebri rispetto a quelli del terzo canto infernale ( ««vuolsi così cola dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare » ) passati alla memoria collettiva e citati ogni qualvolta intendiamo – con una certa autorevolezza – invitare qualcuno a non farci perdere tempo.
Come dirà sempre Dante in un verso celebre del Purgatorio: « che perder tempo, a chi più sa, più spiace ».

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