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Dante, il significato del verso “Poscia, più che il dolor, poté il digiuno”

Prosegue con lo scrittore Dario Pisano il viaggio alla scoperta dell'origine dei versi più celebri della Divina Commedia. Oggi analizziamo quelli con protagonista Conte Ugolino

Ci sono nel poema dantesco dei versi enigmatici, delle cruces interpretative che resistono da secoli alla solerzia dei tanti esegeti che cercano di illustrarne nitidamente il significato autentico. Uno di questi è il verso 75 del trentatreesimo canto dell’Inferno; un canto tra i più famosi dell’intero poema, poiché nella prima parte l’autore apre allo sguardo la tragedia di Conte Ugolino, tra i personaggi più indimenticabili della Commedia e dell’universo letterario dantesco.

Chi era Ugolino?

Ugolino (1210 – 1289) era di nascita pisana e apparteneva alla nobile e potente famiglia dei Della Gherardesca, alleata delle fazioni ghibelline, dominanti nella città toscana. Ugolino era però passato alla fazione guelfa e per questo aveva subito anche un esilio, dal quale era presto rientrato, divenendo uno dei capi della flotta marina pisana. Nel 1284 partecipò alla battaglia della Meloria, dove i pisani subirono una terribile sconfitta ad opera dei genovesi. Già in quell’occasione, Ugolino fu accusato di tradimento. Egli – divenuto in seguito podestà di Pisa e poi Capitano del Popolo, fu un laeder carismatico, la guida indiscussa della città. In questo torno di anni, entrò in urto con l’arcivescovo Ruggieri, capofazione ghibellino, al punto che fece uccidere un nipote di questi.

Ugolino, accusato di tradimento, fu catturato con due dei suoi figli (Gaddo e Uguccione) e due nipoti (Anselmuccio e Nino il Brigata) e rinchiuso nella torre dei Gualandi, detta torre della Muda perché in tempi passati vi si rinchiudevano le aquile in stato di cattività durante il periodo della muda delle penne. Nella prigione, Ugolino e la sua progenie furono segregati per molti mesi, fin quando l’arcivescovo Ruggieri non ordinò di farli morire di fame. Alla sua morte, in segno di damnatio memoriae, le sue case furono demolite e sul terreno venne sparso del sale. Venne anche proibita la costruzione di un qualsiasi edificio sul sito dove sorgevano le proprietà immobiliari della famiglia del Conte.

Dante oltre le fonti storiche

Ugolino è una delle ultime anime dannate che l’esploratore dell’oltretomba incontra. Egli è sepolto nel lago di ghiaccio chiamato Cocito, che ospita la peggiore risma dei peccatori: i traditori della patria. Nei suoi versi, Dante ci descrive una lastra di ghiaccio dalla quale emergono solo le teste dei dannati. L’ultima scena del canto precedente è raccapricciante: ci sono due dannati confitti in una buca di ghiaccio, uno dei quali sta rodendo la nuca all’altro ( Inf. XXXII, vv. 124 – 129: « Noi eravam partiti già da ello, / ch’io vidi due ghiacciati in una buca, / sì che l’un capo a l’altro era cappello; / e come ‘l pan per fame si manduca / così il sovran li denti a l’altro pose / là ve ‘l cervel s’aggiugn con la nuca » ). Dante vuole sapere il senso di quel gesto così inumano e Ugolino incomincia a raccontare la sua straziante storia, sperando che questa possa arrecare nel mondo dei vivi ancora più infamia alla sua vittima.

La torre della fame

Ugolino ha vissuto la tragedia paterna più orribile: ha visto morire i suoi figli rinchiusi insieme a lui nell’orribile torre. Egli non riesce ad accettare la morte di quattro giovani innocenti, colpevoli solo di essere figli di un avversario tanto odiato. Quando incominciò l’agonia? Erano rinchiusi in quella cella buia da sette mesi quando sentirono i colpi dei chiodi che chiusero per sempre l’ingresso attraverso cui giungeva il cibo. Un segnale inequivocabile: erano stati condannati a morte. Nella tortura del pensiero che non riesce a farsi parola, un raggio di luce penetra nella cella e Ugolino vede i volti dei ragazzi segnati dalla fame, dalla paura, dal pallore che precede la fine.

In preda alla disperazione, si morde le mani ( vv. 55 – 58: «Come un poco di raggio si fu messo / nel doloroso carcere, e io scorsi / per quattro visi il mio aspetto stesso, / ambo le man per lo dolor mi morsi»).

L’attenzione si sposta ora sul comportamento dei figli, allarmati dal gesto del padre: nella loro ingenuità e nel loro amore filiale, essi avanzano una proposta assurda: pensando che il mordersi le mani fosse segno di fame, offrono il loro corpo come cibo, quel corpo che egli ha creato e che ora ha il diritto di distruggere, come si veste uno spirito e poi si spoglia ( vv. 61 – 63: «Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: / tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia»).

Il ricordo di Ugolino si apre a una disperata esclamazione: quella terra che era stata sorda alla loro tragedia, perché non aprì una voragine inghiottendoli e ponendo fine ai loro tormenti? (v. 66: «ahi dura terra, perché non t’apristi?»). Il racconto riprende con la morte dei quattro giovani: Gaddo per primo, e poi, tra il quinto e il sesto giorno, gli altri tre. Impazzito di dolore, il padre brancola come un cieco sopra i loro cadaveri, continuando a chiamarli. Il verso che sigilla il racconto è avvolto nel mistero (v. 75: «Poscia più che il dolor potè il digiuno»): a farmi morire – più che il dolore – fu la mancanza di cibo.

Ugolino cannibale?

Questo endecasillabo si presta a una interpretazione duplice: Ugolino sta dicendo che il desiderio di cibo lo spinse a nutrirsi del cadaveri dei figli oppure che la causa della sua morte non fu il dolore atroce per la morte dei giovani, ma l’inedia, la denutrizione prolungata. Dante stende volutamente un velo di ambiguità e di reticenza. Sta a noi lettori disambiguare il verso, provando a rintracciare le allusioni depositate dall’autore. Un’ attenta ricognizione delle scelte espressive compiute dal poeta rivela una insistenza sul campo semantico del mangiare che è probabilmente una spia testuale che avvalora la prima interpretazione.

Dario Pisano

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