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Parla come Dante

Dante, il significato del verso “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”

In vista del Dantedì, con lo scrittore Dario Pisano continuiamo il viaggio alla scoperta dell'origine dei versi più celebri tratti dalla Divina Commedia.

Il verso 136 del quinto canto dell’ Inferno è il più erotico di tutta la Commedia.
Siamo all’interno del cerchio dei lussuriosi, dove Dante apre allo sguardo la sorte ultraterrena di coloro i quali durante la vita non sono riusciti a sottrarsi al vento turbinoso della passione. La loro punizione è la seguente: sono travolti per l’eternità da una interminabile bufera infernale (analoga alla bufera passionale che li ha sopraffatti durante l’esistenza terrena).

Dante sta ascoltando il racconto di Francesca da Rimini, la nobildonna romagnola che ebbe una relazione adulterina con il cognato, Paolo. Questi furono sorpresi in un momento di intimità amorosa dal marito di Francesca, Gianciotto, il quale li uccise brutalmente.

Dante rivolge a Francesca una domanda molto precisa: in quale istante dell’esistenza lei e Paolo hanno scoperto di amarsi? Quando è che tutta la vita si è fermata sotto il peso del cuore? (vv. 118 – 120)

«Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?»

Nei versi che seguono ci troviamo improvvisamente in una stanza di un palazzo signorile dell’Italia di fine Duecento ( vv. 127 – 129: «Noi leggiavamo un giorno per diletto/di Lancialotto come amor lo strinse;/soli eravamo e senza alcun sospetto»). I due cognati stavano leggendo un romanzo dedicato alle avventure di Lancilotto, cavaliere di Re Artù, assai diffuso tra le donne e i cavalieri del raffinato mondo feudale. La solitudine circonda i due giovani e le parole del testo pronunciate ad alta voce risuonano nella vastità della sala. Forse si erano dedicati a quelle lettura altre volte; in ogni caso, non avevano presentimento di quello che sarebbe accaduto. L’amore – come un bravo rigorista – prima di tirare in porta non prende troppa rincorsa…

«Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. / Quel giorno più non vi leggemmo avante» ( vv. 133-135 )

La passione emerge lentamente e fa impallidire i due ragazzi. A un certo punto ( conoscersi è luce improvvisa ) Paolo si lascia ispirare dalla pagina che descrive il bacio tra Lancilotto e Ginevra. Anche lui – rapito dall’emozione – prova a fare altrettanto baciando a sua volta Francesca.

In quell’istante, i due amanti smisero di leggere: l’Amore si era rivelato a sé stesso.

Il bacio nella poesia

C’era una volta un poeta (Catullo) che chiedeva alla sua amata un numero infinito di baci: «da mi basia mille, deinde centum / dein mille altera, dein secunda centum / deinde usque altera mille, deinde centum».

Scriverà Marcel Proust: «Ogni bacio chiama un altro bacio. Ahi! Nei primi tempi di un amore i baci nascono con tanta naturalezza! Spuntano così vicini gli uni agli altri; e a contare i baci che ci si è dati in un’ora si faticherebbe come a contare i fiori di un campo nel mese di maggio.».

Alcuni fra i più bei testi lirici scritti nel cinquecento da Ludovico Ariosto ospitano la riesplorazione lirica di un patrimonio di ricordi d’amore: «O mente ancor di non sognare incerta / quando abbracciar dalla mia dea mi vidi / e fu la mia con la sua bocca inserta».
In un avventuroso carcere soave (la camera dell’amata) durante una notte più chiara del più luminoso giorno terreno, al poeta amante, tra sorrisi, carezze, giochi licenziosi e parole sciolte da ogni inibizione, furono elargiti «dolci baci, dolcemente impressi / ben mille e mille e mille e mille volte ( ecco che riecheggiano i versi catulliani )».

Questo intenerimento memoriale che fa levitare i versi di Ariosto appartiene alla stessa vena ispirativa di quello che è il più antico fra i lirici moderni, il greco Konstantinos Kavafis: «Mirra e delizia della vita mi è il ricordo delle ore / in cui trovai il piacere come lo desideravo / e lo tratteni forte. / Mirra e delizia della vita / a me che disdegnavo ogni piacere dei consueti amori».

Il grande poeta spagnolo Pedro Salinas ci ha ricordato che ogni separazione amorosa rinnova dentro di noi il trauma della nascita.

Sarai, amore,
un lungo addio che non finisce?
Vivere, dal principio, è separarsi.
Già fin dal primo incontro
con la luce, e le labbra,
il cuore percepisce quell’angoscia
di dover esser cieco e solo un giorno.
Miracoloso ritardo, l’amore,
del suo termine stesso:
è prolungare il fatto magico,
che uno e uno siano due, di contro
alla prima condanna della vita

Il poeta argentino Jorge Luis Borges in una delle sue più belle poesie descrive la eco interiore di un vero bacio d’amore, che è in grado di annullare il tempo, mescolando passato e presente, favola e realtà:

Inno
Questa mattina
c’è nell’aria l’incredibile fragranza
delle rose del Paradiso.
Sulla riva dell’Eufrate
Adamo scopre la freschezza dell’acqua.
Una pioggia d’oro cade dal cielo:
è l’amore di Giove.
Salta dal mare un pesce
e un uomo di Agrigento si ricorda
d’essere stato quel pesce.
Nella caverna che chiameranno Altamira
una mano senza volto traccia la curva
di un dorso di bisonte.
La lenta mano di Virgilio accarezza
la seta che portarono
dal regno dell’Imperatore Giallo
le carovane e le navi.
Il primo usignolo canta in Ungheria.
Gesù vede sulla moneta il profilo di Cesare.
Pitagora rivela ai suoi greci
che la forma del tempo è circolare.
In un’isola dell’Oceano
i levrieri d’argento inseguono i cervi d’oro.
Su un’incudine forgiano la spada
che sarà fedele a Sigurd.
Whitman canta a Manhattan.
Omero nasce in sette città.
Una donzella riesce a catturare
l’unicorno bianco.
Tutto il passato torna come un’onda
e quelle antiche cose sono qui
solo perché una donna ti ha baciato.

Dario Pisano

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