Il dilemma

Con o senza “il”? Il corretto uso dell’articolo nella lingua italiana

Quando va usato l'articolo "il"? Quando è giusto ometterlo? Quali parole lo rifiutano? Quali fanno eccezione? Lo abbiamo chiesto a Fausto Raso, giornalista specializzato in problematiche linguistiche
Con o senza "il"? Il corretto uso dell'articolo nella lingua italiana

MILANO – Quando va usato l’articolo “il”? Quando è giusto ometterlo? Quali parole lo rifiutano? Quali invece fanno eccezione? A fare chiarezza in merito alla questione “articoli” ci prova Fausto Raso, giornalista specializzato in problematiche linguistiche e responsabile del nostro blog “Perché si dice“. Ecco di seguito il suo intervento.

Se apriamo un qualsivoglia libro di grammatica leggiamo, nella parte che tratta dell’articolo, la solita  “pappardella” che imparammo – a suo tempo – in terza o quarta elementare: l’articolo è quella parte variabile del discorso che si mette prima del nome per indicarne il genere e il numero in modo determinato o indeterminato.

Questa  “paroletta” (articolo), come viene definita da alcune grammatiche, che si premette al nome “per meglio indicarlo” è il latino articulus, diminutivo di  artus (‘membro’, ‘giuntura’), e indicava in origine un  “piccolo arto”, una “giuntura” del corpo. In linguistica, pertanto, si adopera il termine per indicare l’elemento che introduce e  “sostiene” il sostantivo, come le giunture del corpo sostengono le membra. Con il trascorrere del tempo e per estensione l’articolo ha intanto acquisito altri significati come  ‘punto’, ‘parte’, ‘sezione’, ecc. (l’articolo di un giornale non è forse una  sezione del medesimo?). Abbiamo, così, i vari “articoli” esposti in un negozio: articoli di abbigliamento, articoli sportivi e via dicendo. L’articolo infine, sempre per estensione, è anche ciascuna delle suddivisioni di un regolamento, una legge e simili, che sono dunque costituiti da un insieme di “giunture”.

La norma generale impone la presenza dell’articolo davanti a tutti i nomi comuni; esso si omette però in numerose locuzioni o espressioni particolari come, per es., avere sonno, fare paura, andare a cavallo, camicia da notte, sopportare con pazienza, ecc. Dei nomi propri richiedono l’articolo determinativo i nomi dei monti: il Cervino, il Bianco; i nomi dei fiumi: il Po, il Tevere; i nomi di regioni, nazioni, continenti: il Lazio, la Grecia, l’Asia. L’uso dell’articolo è talora richiesto anche davanti ai cognomi: il Bianchi, il Rossi, il Neri. Davanti a molti cognomi di personaggi illustri, o comunque conosciuti, l’articolo si può omettere o no: Manzoni o il Manzoni, Leopardi o il Leopardi.

Rifiutano categoricamente l’articolo i nomi di città, salvo quelli in cui l’articolo – per  “consuetudine popolare” – sia diventato parte integrante del nome: La Spezia, L’Aquila, La Valletta, ecc. L’articolo è però richiesto davanti ai nomi di città se preceduti da un aggettivo o accompagnati con una specificazione: la Roma umbertina, la Firenze medievale, la dotta Bologna. A proposito dei nomi geografici, dei fiumi in particolare, alcune volte ci troviamo di fronte al dubbio amletico circa il genere da adoperare: l’articolo sarà maschile oppure femminile? Si dice, generalmente, che i nomi dei fiumi terminanti in -o, in -e, in -i sono di genere maschile: il Tevere, il Tamigi, il Ticino; quelli la cui terminazione è in -a sarebbero invece, prevalentemente, femminili: la Senna, la Garonna. Come la mettiamo però con il fiume Volga? Stando alla  “regola” dovrebbe essere femminile: la Volga. Sentiamo invece dire e scrivere perlopiù il Volga. La parola, femminile in russo e in francese, è maschile anche in spagnolo. In italiano, però, la forma femminile s’incontra talora presso alcuni scrittori come Gabriele d’Annunzio, che scrive “dalla Volga al Golfo Persico” (il femminile non è perciò da considerarsi erroneo). Anche il nostro fiume Piave è “ambisesso”: la Piave e il Piave. In alcuni vecchi libri prevale il femminile, come si può notare leggendo le opere di Antonio Stoppani, Gasaparo Gozzi e del “moderno” Paolo Monelli, ma il Carducci e il d’Annunzio lo “mascolinizzarono”. E una famosissima canzone della Grande Guerra recita: “il Piave mormorò…”

Fausto Raso

 

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