“Zen Bang Love” di Fabio Guarnaccia è un romanzo che non cerca di spiegare l’amore, ma di attraversarlo nella sua forma più contraddittoria e irrisolta, là dove il desiderio si intreccia con l’inquietudine e la ricerca di senso.
Guarnaccia costruisce una storia che si muove tra spiritualità e corpo, tra fuga e bisogno di appartenenza, mettendo in scena personaggi che non trovano pace, ma continuano a cercarla ostinatamente.
“Zen Bang Love” di Fabio Guarnaccia, Mondadori
Il romanzo si apre su una frattura esistenziale. Attilio, documentarista immerso nel mondo della moda, attraversa una crisi profonda che lo allontana dalla sua vita precedente e lo conduce in un luogo sospeso, quasi fuori dal tempo: un monastero buddista nella pianura padana.
Qui tutto sembra rallentare. Le parole si riducono, i gesti diventano essenziali, il tempo perde la sua linearità. È uno spazio che promette silenzio, ma non offre risposte facili.
L’incontro con Sandra rompe immediatamente questo fragile equilibrio. Sandra è una figura sfuggente, sensuale, imprevedibile. Non appartiene a nessun luogo, nemmeno a quello che sembra aver scelto come rifugio. È presenza e assenza allo stesso tempo, desiderio e distanza.
Tra i due nasce un legame che non può essere definito con categorie semplici. Non è un amore che cura, ma un’attrazione che espone. Non avvicina davvero, ma costringe a guardarsi più a fondo.
Guarnaccia lavora su questa tensione continua, costruendo una narrazione che procede per scarti, per fughe, per ritorni improvvisi. La relazione tra Attilio e Sandra si sviluppa lungo un percorso instabile, fatto di viaggi, separazioni, riavvicinamenti, sempre sul punto di rompersi e mai del tutto concluso.
Il paesaggio ha un ruolo centrale. La pianura, il fiume, gli spazi aperti diventano una sorta di specchio interiore, un luogo in cui il movimento esterno riflette quello emotivo. Non è un semplice sfondo, ma una presenza viva che accompagna e amplifica ciò che accade tra i personaggi.
Uno degli elementi più interessanti del romanzo è il modo in cui mette in dialogo due dimensioni apparentemente inconciliabili: la ricerca spirituale e l’istinto.
Lo Zen, con la sua tensione verso il vuoto e la sottrazione, si scontra con l’irruenza del desiderio, con l’imprevedibilità delle emozioni, con la difficoltà di lasciar andare davvero.
Il risultato è una narrazione che non cerca sintesi. Non offre soluzioni. Rimane aperta, irrisolta, proprio come i suoi protagonisti.
La scrittura di Guarnaccia è intensa, a tratti quasi lirica, capace di restituire con precisione sia la dimensione sensoriale che quella interiore. Non è una lingua che consola, ma una lingua che espone, che mette a nudo le fragilità senza proteggerle.
“Zen Bang Love” è un romanzo che parla di amore, ma soprattutto di identità.
Di ciò che accade quando ci perdiamo dentro un’altra persona.
Di quanto sia difficile distinguere tra desiderio e bisogno.
E di quanto, a volte, l’incontro con l’altro non sia una risposta, ma l’inizio di una domanda ancora più profonda.
Chi è Fabio Guarnaccia
Fabio Guarnaccia è uno scrittore italiano che si muove tra narrativa e sperimentazione linguistica, costruendo opere che indagano le relazioni, l’identità e le tensioni emotive del presente.
La sua scrittura si distingue per un tono evocativo e per una forte attenzione alla dimensione interiore dei personaggi, spesso immersi in situazioni di crisi o trasformazione.
Il suo lavoro e i suoi libri
Guarnaccia porta avanti una ricerca narrativa che unisce introspezione e tensione emotiva, con uno stile che tende a contaminare il romanzo tradizionale con elementi più lirici e riflessivi.
I suoi testi si concentrano spesso su relazioni complesse e su personaggi che attraversano momenti di rottura, costruendo storie in cui il cambiamento non è mai lineare, ma fatto di deviazioni, cadute e ripartenze.
Intervista a Fabio Guarnaccia
1.
Nel romanzo il triangolo tra amore, inquietudine e consapevolezza sembra più un campo di tensione che una struttura narrativa: è stato un punto di partenza consapevole o qualcosa che si è imposto durante la scrittura?
Quando ho iniziato a scrivere non sapevo molto dei personaggi o della storia. Mi interessava stare dentro un sentimento, esplorare con la scrittura cose che ho sentito, vissuto, ma non capito fino in fondo. C’era il monastero, con le monache e i monaci, e c’erano Sandra e Attilio. Dal loro incontro in monastero sarebbe cominciato un viaggio di esplorazione di sé per mezzo della scrittura. Non è un romanzo fondato su un’architettura, ma è guidato da una tensione, concordo. Ci sono due forze che si attraggono e respingono e questa tensione genera il ritmo, il ritmo dà forma alle cose, agli eventi, che si sviluppano per crescita organica.
Non volevo sapere troppo dei personaggi, ho cercato di non usare appunti durante la scrittura, pochi appigli, supporti, ricerca, piuttosto ho scelto di avere fiducia nel momento della scrittura e seguire uno sviluppo più emotivo che di trama. Non avrei saputo scrivere il terzo capitolo senza prima avere il secondo, e così via.
Un’altra cosa chiara era l’uso del presente, un po’ perché i temi affrontati hanno molto a che fare con la capacità di stare dentro le emozioni, soprattutto quelle che generano disagio – una cosa che si dice nello Zen è che tutto quello che ti capita è la tua vita e non c’è niente che vada privilegiato o cercato -, e un po’ perché volevo riprodurre la lingua che uso nella trascrizione dei sogni.
Scrivere i sogni è una cosa che faccio dal 2010, ne ho migliaia, ogni tanto ne leggo qualcuno di significativo e anche a distanza di anni sento l’urgenza che comunica quel tipo di scrittura. La necessità di mettere in risalto dettagli che hanno un peso simbolico e vanno isolati, immagini che hanno una forza carica di emozioni, che si sovrappongono alla realtà ma sono altro, altrettanto reale, che dice qualcosa di te senza quasi mai usare le parole, e che mantiene un’ambiguità densa, irrisolvibile, che rimanda ad altro. La scrittura di questo romanzo risente di questa influenza. Il presente ti permette di abitare le scene, stare sui dettagli, viverli e dargli una coloritura emotiva, senza sforzo apparente.
2.
Attilio entra in un monastero buddista in un momento di crisi, ma non trova una risposta semplice. Che rapporto hai con l’idea occidentale di spiritualità “come soluzione”?
Attilio non cerca nemmeno una risposta, almeno consapevolmente. L’evento quando accade mette in moto le cose, anche contro la tua volontà. L’evento può essere un incontro con una persona o con una tradizione. L’evento è alla base dell’esperienza religiosa e spirituale occidentale, ma anche di quella buddhista. La verità di queste due tradizioni non pre-esiste l’avvento di Cristo e Buddha. Per quanto poi abbiano sviluppi diversi, e offrono soluzioni diverse, credo che portino alla stessa cima.
Di mio, essendo cresciuto in una famiglia convintamente atea, legata al materialismo storico, ho sempre provato una naturale diffidenza verso il Cattolicesimo e la Chiesa. Lo Zen, l’ho trovato quasi per caso e l’ho sentito molto familiare, anche se viene da così lontano. Questo incontro mi ha portato a guardare con nuovo interesse anche alla tradizione religiosa occidentale, che è molto ricca e stratificata e va ben oltre la percezione ristretta che ne avevo.
Siddharta è quasi coevo di Socrate, il suo “conosci te stesso” è molto vicino al cuore della tradizione spirituale orientale. Nel Buddhismo Zen, per esempio, si dice che conoscere sé stessi è dimenticare se stessi, dimenticare se stessi è trovare se stessi. Che poi è il movimento che vive Attilio, quando mette tra parentesi la sua vita di Milano, i suoi doveri professionali e paterni, e trova il coraggio di fare saltare in aria (Bang!) la gabbia che si è costruito, e comincia a cambiare. Siamo troppo pesanti, a volte, e questo impedisce alla vita nuova di entrare. La spiritualità, che sia occidentale oppure orientale, credo offra delle soluzioni valide, ma è un compito che si deve vivere come un’avventura, agendo con coraggio, non credo arriverà mai nulla o nessuno da fuori a salvarti, se ti vuoi salvare lo devi fare da solo.
3.
La figura di Sandra è definita come enigmatica e inafferrabile: quanto ti interessava costruire un personaggio che sfuggisse a ogni possibilità di definizione, anche per il lettore?
Sandra è un personaggio che ho scoperto scrivendo, che mette in difetto la lingua e i modi, è inafferrabile, diffidente e non desidera farsi conoscere. Almeno in apparenza. C’è spesso la tentazione di liquidare le persone con superficialità, le associamo a qualcosa che già conosciamo, e così non avviene l’incontro. Di Sandra non avevo schede del personaggio, sapevo giusto poche cose, ma conoscevo l’influenza emotiva che ha su Attilio. Sandra è mossa da un bisogno, quale sia è difficile dirlo in principio. Come si fa a conoscere qualcuno senza passare attraverso tutte le porte?
Richiede un impegno, la ricerca dei modi giusti, la pazienza. Sandra è inafferrabile perché si comporta sempre in un modo non previsto, che spiazza Attilio, lo disorienta. Sembra muoversi senza bussola, ma un suo nord ce l’ha, solo che non è noto ad Attilio né al lettore, e solo in parte a lei. Il suo approccio disinibito con gli uomini, con gli ambienti, la sua naturale predisposizione a diventare subito intima, il suo farsi spazio, la sua mancanza di rispetto dei confini, tutto questo lo fa impazzire. Perché Attilio, in fondo, gli dà una connotazione di carattere sessuale. Così come si fa penetrare dai luoghi, dal loro deposito di abitudini, dalle loro funzioni e ritualità, così allora – questo il ragionamento – la sua disponibilità è piena. Sandra non appartiene a nessuno. Nel corso del loro viaggio lungo il Po scopre quali sono le sue ragioni, il motore del suo girovagare frenetico, e si sente giocato. Le sue letture di lei, quello che credeva, vanno a farsi benedire. Viene colpito dalla consapevolezza di non averla capita, gli crolla la terra sotto i piedi, perché i ruoli si ribaltano ed è lui che deve capire chi è e cosa lo muove. Le risposte che aveva trovato, d’un tratto, non funzionano più, sono buone solo per gli altri. È la storia di una profonda trasformazione. Lui è Penelope, lei Ulisse, la storia del mondo che va a farsi benedire.
4.
Nel libro convivono due tensioni molto forti, lo Zen e l’amour fou: come hai lavorato per evitare che una dimensione annullasse l’altra?
Sono due cose che siamo abituati a vedere contrapposte, lo Zen come pace affrancata dall’emozione, ma quello di cui ho fatto esperienza è molto lontano da questa formulazione. Nei voti che prendono i monaci si dice “di andare alle origini di ogni emozione, nostro è il voto”. Serve coraggio per andare alle origini delle emozioni, della rabbia come della passione, non vuol dire rifiutarle o ignorarle, ma viverle fino in fondo. Del resto, non sarebbe umano esserne al di sopra. Viverle fino in fondo e lasciarle andare, evitare di rimanere impigliati, cosa difficilissima per chiunque. Cosa particolarmente difficile per Attilio, che è rimasto prigioniero di una ferita che non sa affrontare, curare, e che tiene in scacco la sua vita. L’equilibrio tra lo Zen e l’amour fou viene da qui e si sviluppa in modo molto naturale. Quello che mi piace della tradizione orientale di vedere il mondo è la ricerca dell’equilibrio tra gli opposti, si vivono con coraggio, li si incarna fino in fondo, per superarli. Le storie dei maestri zen, quelle vere, sono tutte storie di coraggio molto tangibile, vivo, segnato nel corpo. Sono uomini e donne che hanno accettato di stare nel cuore della battaglia.
5.
Il paesaggio della Bassa e del Po ha un ruolo quasi simbolico. Quanto il territorio influisce sulle emozioni e sulle scelte dei tuoi personaggi?
Il paesaggio svolge un ruolo attivo nelle scelte dei personaggi e nel viaggio interiore che vivono. è il terreno che rende possibile il loro andare, non a caso il culmine della loro avventura è un evento che mette a rischio la vita di entrambi sul Delta del Po, dove la terra si confonde con l’acqua. L’acqua come le emozioni in piena che scavano tutto, in barba ai bacini di contenimento e ai tubi di derivazione. Era l’unica cosa certa fin da subito, i conti si fanno sul Delta ed era una cosa che mi veniva da un debito letterario con L’airone di Bassani. La pianura che metto in scena è un paesaggio onirico, fantastico, epico, con i monaci al posto degli dèi, fatto di memorie infantili e influenze letterarie e cinematografiche dove Bertolucci sta insieme a Ozu e Parise con Dogen Zenji. La biografia di una persona è fatta di sogni e immaginario tanto quanto di eventi reali e concreti, così ai miei ricordi di bambino di città attratto dall’acqua e dalla marineria, si sovrappone una pianura degli anni ‘80 già deturpata dal lavoro dell’uomo e i film e i libri di una volta, nei quali ritrovo un paesaggio interiore al quale sento di appartenere. Molti scrittori padani, dal mio punto di vista, sono scrittori zen: hanno abitato una latitudine emotiva ed esistenziale, espressa nello stile, che trovo in continuità con quel tipo di sensibilità. Il libro si apre con un apologo raccontato da Adriana Asti in Prima della rivoluzione di Bertolucci su un maestro e il suo allievo. Zen Bang Love, in fondo, non è altro che quell’apologo sviluppato in forma di romanzo.
6.
Attilio è un documentarista prestato alla moda: che ruolo ha lo sguardo, l’atto di osservare e registrare la realtà, nella costruzione della sua identità?
Attilio nella vita realizza fashion film per importanti case di moda. Anche se sono prodotti commerciali cerca di metterci disperatamente qualcosa di sé; i suoi primi incontri con i personaggi centrali del romanzo sono mediati dalla camera. Incontra il Maestro durante le riprese di un documentario su Yves Saint Laurent, dove coglie lo stupore di una simile presenza a una sfilata di moda; il secondo incontro con Sandra è sulla collina di Zenbalò, la sorprende intenta a stendere dei panni al sole, rimane affascinato dalla luce che scivola elegante sul suo corpo, lei ignara di essere ripresa gli appare come un animale selvatico, cerca di catturarla con lo sguardo, la distanza tra loro è mediata dall’obiettivo, gli sembra quasi di poterla toccare, ma non appena lei se ne accorge, proprio come un animale selvatico, scappa. I suoi modi, che sono legati allo sguardo, non sono sufficienti, la realtà non si lascia catturare. Più che un guardare c’è un invito ad andare a vedere, che è sinonimo di fare esperienza.
Non è un caso che Attilio è riluttante verso la realizzazione del documentario sul Maestro, che non diventa mai un progetto concreto, ma solo abbozzato. Non ha voglia di portare in monastero una produzione perché verrebbe alterato il suo bisogno di fare un’esperienza intima di quella realtà. Invitato al viaggio, lo compie, non si limita a guardare. C’è una scena in cui Attilio giunto sul Delta, nascosto, osserva ancora una volta Sandra, o quel che ne rimane, muoversi per il campeggio dove ha trovato lavoro. Attilio è reduce da una scoperta che ha cambiato il suo sguardo su di lei, è conscio della sua fragilità e della delicatezza del suo ruolo, pertanto l’osserva con l’occhio del documentarista che deve rispettare un vincolo, un mandato: non alterare la scena che si svolge sotto ai suoi occhi, dovesse anche condurre a un pericolo estremo. Solo che in quella scena è sia spettatore sia attore.
Il narratore stesso, che si nasconde dietro ad Attilio, assume questa postura, la terza persona al presente risulta molto adeguata a svolgere un compito di questo tipo.
7.
Nel romanzo l’amore non salva, ma nemmeno distrugge completamente. Ti interessava raccontare una forma di relazione che resta aperta, irrisolta?
Mi interessava esplorare l’ossessione amorosa. Tra Sandra e Attilio tutto finisce e ricomincia ogni volta, come fossero sempre all’inizio di una storia. Il sesso è vivo, perchè offre un momentaneo acquietamento. Solo nel sesso trovano pace. La tensione tra attrazione e repulsione li porta a cercare i modi giusti per riconoscersi e liberarsi, ma non è detto che il risultato di questa consapevolezza sia la relazione stabile, la coppia. L’amore del titolo è un’altra cosa, ed è più ampia. Può essere l’amore per un maestro o per gli altri. O anche tra Attilio e Sandra, a patto che tutto ricominci, ancora una volta, da capo e su basi nuove.
8.
La lingua è stata definita poetica e capace di “imprigionare il presente”: quanto lavori sul ritmo e sulla musicalità della frase durante la scrittura?
Lo ha detto Alcide Pierantozzi, al quale sono grato. Il ritmo, come dicevo, è molto importante perché dà forma al mondo narrativo e agli eventi, e lo fa in segretezza. Così come dà forma alla nostra percezione del mondo fin dai primi istanti di vita, per nove mesi conosciamo la realtà con il battito del cuore di nostra madre a fare da basso continuo. Trovata una voce e un ritmo le cose vengono da sé. Nel mio caso direi che è più una questione di orecchio, che un lavoro consapevole. Non saprei neanche da dove iniziare, altrimenti. Sono un autodidatta. Mi interessano le emozioni, le scoperte vitali, tutta la fatica che ci sta in mezzo: il flusso aiuta a ricreare questa nascita e il suo dispiegarsi. Voglio portare il lettore a vivere le emozioni dei personaggi e a compiere il loro stesso viaggio; più che una lingua lavorata, meditata, che spieghi, ne cerco una che si pieghi a dire qualcosa che le parole faticano a dire. Anche di Sandra il narratore dice che mette in crisi il linguaggio, a ben vedere è così per qualsiasi vita vista da vicino.
9.
C’è una forte presenza del corpo, del desiderio e dell’eccesso, ma anche della sottrazione tipica dello Zen. Come hai gestito questo contrasto sul piano narrativo?
Ormai sarà chiaro, ma i contrasti, le opposizioni, le contraddizioni, viste con un altro sguardo, sono benedizioni, non solo per la scrittura. Trovare il modo di integrare gli opposti ha qualcosa di salvifico. Prendiamo il caso del corpo e di tutto quello che si porta dietro, miserie, grandezze, e del suo rapporto con la mente. Nello Zen questa distinzione non ha alcun senso. La quiete della mente viene raggiunta attraverso il corpo. Lo zazen è tutta una esperienza che parte dal corpo, è un ortoprassi, semplificando oltre il dovuto: attraverso l’assunzione di una determinata posizione si raggiunge uno stato naturale di pace in cui i pensieri ossessivi si placano e si sente con forza il legame che ci unisce agli altri. L’eccesso risulta molto importante, a patto di essere vissuto fino in fondo. Così come l’inquietudine che ne deriva. Nell’eccesso si intravede l’equilibrio. Non è un caso che spesso siano proprio le persone sofferenti le più sensibili a riconoscere il valore di un insegnamento come questo. In monastero si incontra anche tanta sofferenza, persone che l’hanno patita o l’hanno inflitta, comunque persone che si sono spinte a un margine pericoloso.
10.
Se dovessi sintetizzare ciò che questo romanzo lascia, non come messaggio ma come esperienza, cosa dovrebbe portarsi dietro il lettore una volta chiuso il libro?
Rileggendolo per la promozione, mi pare di capire che parli dell’importanza di essere uomini e donne coraggiosi, capaci di affrontare la vita e di stare al suo interno anche quando tutto è squallido e spaventoso. Un abbandono fiducioso.
