L'intervista

Valerio Callieri, “Abbiamo bisogno di stupidi sorrisi per dimenticare il tempo”

"Abbiamo bisogno di stupidi sorrisi per dimenticare il tempo", scrive Valerio Callieri nel suo primo romanzo, "Il teorema dell'incompletezza". L'intervista
Valerio Callieri, "Abbiamo bisogno di stupidi sorrisi per dimenticare il tempo"

MILANO – “Abbiamo bisogno di stupidi sorrisi per dimenticare il tempo”, scrive Valerio Callieri nel suo primo romanzo, “Il teorema dell’incompletezza” (Feltrinelli), col quale ha vinto il Premio letterario per scrittori esordienti Italo Calvino. L’autore romano racconta la storia di due fratelli che decidono di indagare sulla morte di loro padre, ex operaio Fiat ucciso nel suo bar di Centocelle durante una rapina. La voce narrante è quella del più giovane che, quando scopre una misteriosa dedica in codice sul retro di una cornice, decide di volerne sapere di più. Abbiamo intervistato l’autore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Com’è nato il “Teorema dell’incompletezza”?

Il romanzo nasce dalla necessità di confrontarmi con due questioni che mi sono a cuore da un bel po’ di tempo, diciamo così. Da una parte c’è l’esigenza di esplorare in maniera narrativa delle ferite emotive e dall’altra la voglia di affrontare la Storia italiana con tutti i suoi spigoli, la sua grandezza e la sua tragicità. Poi, ecco, una delle cose che mi premeva era raccontare con più voci che rappresentassero forze storiche e drammaturgiche allo stesso tempo. Ognuna con le sue ragioni e i suoi desideri, ognuna inconciliabile con l’altra, come poi succede al di là della nostra rappresentazione consolatoria tipo “italiani brava gente”. E poi anche dalla voglia di divertirmi, di riuscire a trovare un tono ironico in grado di osservare la realtà con delle lenti focali che vengono usate di rado per argomenti “alti” sociologicamente o emotivamente.

Puoi enunciare il teorema di cui parla il titolo? L’incompletezza è una condizione dalla quale l’essere umano non può salvarsi?

No, probabilmente il contrario. L’incompletezza è ciò che permetterà al protagonista di “salvarsi”, almeno a livello interiore. In breve il teorema dimostra che tutti i sistemi producono delle verità che non sono dimostrabili all’interno del sistema stesso. Kurt Gödel lo dimostra matematicamente e distrugge l’edificio logico-matematico. Kurt Gödel, per intenderci, era uno che Einstein considerava un genio, uno per cui valeva la pena stare a Princeton. Quello che ho cercato di fare nel romanzo è di rendere narrativo questo principio filosofico e di farlo agire nella psiche di uno dei personaggi principali.

Al centro del romanzo c’è il problema della verità. Esiste? Quel che è certo è che continuiamo a ricercarla, come dimostrano i due fratelli…

Oddio, proviamo con un salto altissimo a superare tremila anni di filosofia… dipende cosa intendiamo per verità. Esistono sicuramente verità minuscole. Le Verità maiuscole in genere sono delle magnifiche trappole del potere. Anche se in qualche maniera credo sia giusto continuare a cercare sempre entrambe perché la possibilità di immaginare l’impossibile è quella che comunque ci spinge avanti. Nella vita e nell’arte. E ci sono sempre delle verità a cui dobbiamo credere anche se non possiamo dimostrare o controllare, anche se non legittimate socialmente. Se proviamo un’emozione particolare o vediamo un fantasma non dobbiamo per forza farci “riparare” da qualche psicofarmaco o da qualche professore di positivismo.

“2+2=4 fa acqua da tutte le parti”, scrivi a un certo punto. La nostra logica quanto è limitata?

Anche qui ci sono tremila anni di storia che mi guardano e mi dicono: e tu chi sei per parlare dopo che noi ci siamo scervellati (nel senso letterale di lasciare il cervello al bordo di qualche strada sperando che trovi un nuovo padrone) per venirne a capo (… vabbe’)? Diciamo che il teorema dell’incompletezza dimostra che la nostra logica non regge a certi paradossi. Però possiamo anche dire che è un’armatura abbastanza robusta che ci ha permesso di arrivare fin qua, al netto di tutte le contraddizioni. Però, ecco, credo proprio che all’interno di questi strappi della nostra logica si siano delle strade da esplorare che porteranno a nuove forme, comunque limitate, ma forse più spaziose. Comunque il romanzo è composto per circa l’1,3% di questi complessi problemi filosofici, o meglio, credo che la letteratura abbia la fortuna e la possibilità di parlarne in chiave narrativa e immaginifica.

Una delle qualità che è stata più apprezzata del tuo romanzo è lo stile. Come ci hai lavorato? C’è qualcuno a cui ti sei ispirato?

Mi sono esercitato tanto per trovare la voce principale perché volevo fosse elastica, ironica, la voce di un personaggio inadatto a fronteggiare la durezza della Storia, il G8 di Genova, il delitto Pecorelli, il caso Moro, insomma i misteri irrisolti che ancora interrogano l’Italia e in qualche maniera le impediscono di crescere. È stato un lavoro di anni trovare questa voce. Volevo che avesse paura di toccare le emozioni fondamentali e in questo senso il comico fosse anche una tattica di disinnesco, di protezione. Ispirazioni, tantissime. Credo di essere salito sulle spalle di un sacco di artisti, molti di più di quelli che nominerò qui, la scrittura di Céline, Foster Wallace, Luca Rastello, la drammaturgia di Letizia Russo e di Heiner Müller, le visioni di Toni Morrison e Shakespeare, ma anche cinema e serie tv quali Six Feet Under, Una vita Difficile e The Wire. Spero che adesso non scrollino tutti le spalle contemporaneamente però…

PHOTO CREDITS: Adolfo Frediani

© Riproduzione Riservata
Commenti