Suzanne Collins, ”Per i miei ‘Hunger Games’ ho tratto ispirazione dalla cultura greca e romana”

La celebre autrice statunitense parla della sua celebre trilogia ''Hunger Games'': come è nata l'idea della storia, quali sono state le fonti di ispirazione, qual è il messaggio dei suoi libri...

L’autrice della trilogia fantascientifica rivela i segreti della saga, diventata in breve tempo un fenomeno editoriale anche in Italia

 

MILANO – Continua ad avere un grande successo di pubblico la trilogia di Suzanne Collins inaugurata da “Hunger Games”, il libro uscito nel 2008 negli Stati Uniti e pubblicato in Italia nel 2009 da Mondadori. La serie – che prosegue con i due volumi “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta” – è ambientata in un futuro post-apocalittico a Panem, terra che sorge dove un tempo si trovava il Nord America. Per punire un passato tentativo di rivolta, il dispotico governo della nazione insediato nella capitale, Capitol City, impone ai 12 Distretti circostanti di sacrificare ogni anno un ragazzo e una ragazza tra 12 e 18 anni per farli partecipare agli Hunger Games, una competizione televisiva in cui le vittime di ciascuna coppia, i “tributi”, si combattono fino alla morte dell’avversario. Protagonista della vicenda è Katniss Everdeen, sedicenne e orfana di padre, che si sacrifica per salvare la sorella minore. L’autrice spiega in un’intervista come sia nata e si sia sviluppata l’idea di questa saga fantascientifica.

 

Nella serie “Hunger Games” si mescolano generi e spunti differenti: fantascienza, azione, avventura, racconto mitologico e anche filosofia. Ci puoi raccontare com’è venuta l’idea di una società futuristica in cui dei giovani si combattono fino alla morte in un reality televisivo?

È difficile individuare un’unica fonte di ispirazione. Un’influenza significativa è stato probabilmente il mito di Teseo e del Minotauro. Sebbene fossi una bambina di soli otto anni quando lessi la storia, mi resi conto di quanto fosse spietata: come punizione per passate azioni, Atene doveva mandare periodicamente a Creta sette ragazzi e sette ragazze che venivano gettati nel labirinto e divorati dal mostruoso Minotauro. Il messaggio di Creta era chiaro: “Mettetici i bastoni fra le ruote e faremo qualcosa di peggio che uccidervi. Uccideremo i vostri figli.”
Un secondo tributo alla classicità è quello ai giochi gladiatori dell’Antica Roma: il governo costringeva degli uomini a battersi fino alla morte per intrattenere i cittadini. Il mondo di Panem e Capitol City è pieno di riferimenti all’Antica Roma: lo stesso nome “Panem” viene dall’espressione latina “panem et circenses”, “pane e giochi circensi”, con cui ci si riferiva alla grande diffusione che questi spettacoli avevano nell’Impero Romano.
Quando ero bambina inoltre mio padre, militare di professione, ci portava durante le vacanze a visitare celebri campi di battaglia. Tutte queste reminiscenze si sono mescolate nella mia testa formando con chiarezza l’idea della storia di Katniss mentre facevo zapping in tv, passando da canali dove andavano in onda dei reality show e canali che mandavano scene reali di guerra.

 

Prima di “Hunger Games” hai scritto sceneggiature per la televisione, rivolgendoti al pubblico dei più piccoli, e  libri per bambini delle scuole elementari e medie. I lettori di questa serie sono invece un po’ più grandi: perché hai deciso di cambiare target e come questo ha influenzato la tua attività di scrittura?

È la natura della storia a imporre il pubblico di riferimento: sia nella serie delle “Cronache di Underland”, sia in quella di “Hunger Games” c’è molta violenza, ma nella prima a combattersi sono esseri fantastici come pipistrelli e ratti giganti. Si trattava di libri in cui era forte l’elemento fantasy, e questo li rendeva adatti a un pubblico minore d’età. “Hunger Games” invece è una storia fantascientifica – per me, anzi, è una vera e propria storia di guerra – in cui la violenza si esercita non solo da parte di uomini nei confronti di altri uomini, ma addirittura da parte di ragazzini nei confronti di coetanei.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, non c’è molta differenza tra scrivere una storia per bambini, per ragazzi o anche per un pubblico adulto: le regole di composizione sono le stesse. Devi costruire un mondo e attenerti fedelmente alle leggi che verosimilmente lo strutturano.

 

È stato difficile trattare temi così duri, come la povertà, la fame, la violenza, la morte?

Sì, è sempre dura scrivere scene di  miseria, guerra e morte, ma data la natura della storia era inevitabile farlo. Bisogna però tenere sempre presente il pubblico cui ci si sta rivolgendo e chiedersi quanto questo sia in grado di sopportare, fino a che punto gli elementi brutali e realistici siano indispensabili a far comprendere la storia e quando invece siano gratuiti. Scrivendo, ho cercato di pensare a come avrei raccontato un evento drammatico ai miei bambini, facendo tesoro dell’insegnamento di mio padre: era un abile narratore, capace di rendere la storia affascinante, e quando ci parlava della guerra sapeva sempre fino a che limite poteva spingersi.

 

Cosa cerchi di comunicare ai lettori con i libri della trilogia “Hunger Games”?

Il mio intento è far riflettere i lettori su quali aspetti della storia riconoscano o abbiano a che fare con la loro stessa vita.  E se trovano questi aspetti inquietanti, spero che si chiedano cosa fare per cambiarli. Riguardo al futuro, sono preoccupata per tutti i danni che abbiamo inflitto al pianeta e che ci siamo procurati gli uni gli altri: i miei libri sono un monito per dire che dobbiamo iniziare ad agire diversamente.

 

19 giugno 2012

 

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