La storia della cassata siciliana nella letteratura

La cassata è il dolce tipico siciliano e parte della cultura culinaria italiana: ecco qui la sua storia e i suoi riferimenti letterari
La storia della cassata nella letteratura

MILANO – La cassata è uno dei dolci più tipici della cultura culinaria italiana. Di origine siciliana, questa torta è a base di ricotta zuccherata, per tradizione di pecora, pan di Spagna, pasta reale e frutta candita. La sua storia è molto interessante, in particolare se si analizzano le testimonianze a riguardo dall’antichità ai giorni nostri.
Nei romanzi di Andrea Camilleri, si deduce che il commissario Montalbano sia un vero goloso di dolci, in particolare della cassata siciliana:

Prima partire, Montalbano era passato dal caffè Albanese, dove facevano i migliori dolci di tutta Vigàta e aveva accattato venti cannola appena fatti, dieci chili tra tetù, taralli, viscotti regina, mostazzoli di Palermo, dolci di Riposto, frutti di martorana e, a coronamento, una coloratissima cassata di cinque chili.

Le origini

La cassata è la regina indiscussa della pasticceria siciliana, ma la sua origine è ignota: infatti la parola cassata deriva etimologicamente da caseus, parola latina per indicare il formaggio, oppure dalla parola araba quas’at che indica il recipiente in cui si conserva il dolce in questione.
Intervengono però ulteriori testimonianze sull’origine romana della torta alla ricotta, come per esempio l’affresco della villa di Oplontis, vicino a Napoli, che riproduce un dolce con della frutta candita, molto simile alla cassata che tutti noi conosciamo.
Comunque la leggenda racconta che la prima cassata sia nata per caso, per lo spuntino di un pastore che affamato combinò la ricotta con lo zucchero.

Successivamente, entrò nella tradizione culinaria e veniva preparata per le festività pasquali, come attesta anche l’antico proverbio : Tintu è cu nun mancia a cassata a matina ri pasqua (meschino è chi non mangia cassata la mattina di Pasqua). È anche citata in un documento del primo sinodo diocesano di Mazara del Vallo (1575) in cui si annuncia che è la cassata sia il dolce pasquale per eccellenza, ma che non si deve preparare durante la Settimana Santa per non distrarre le suore dalle pratiche religiose.
A questo proposito Federico De Roberto scrive nel suo celebre romanzo dei Viceré che i padri benedettini avevano fatto giungere da Napoli un ottimo maestro pasticciere, un certo don Tino.

In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio […]; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano chiamato apposta da Napoli don Tino.

De Roberto parla di cassata gelata. Ebbene sì, di cassata esistono due tipi: quella di credenza, non cotta in forno, rinfrescata in frigorifero, e la cassata gelata, cioè il gelato che si mangia subito, altrimenti si scioglie.

Il paragone con la bellezza femminile

La cassata, per le sue caratteristiche di essere incredibilmente dolce e raffinata, viene spesso paragonata alla bellezza femminile. Leonardo Sciascia in un’intervista del ’78 dice che per il contadino la bellezza femminile è come la cassata: sensuale, dai bei colori, appariscente, una specie di ritratto della salute. Insomma nell’immaginario comune contadino la donna ideale era formosa, piena, sensuale. Mediterranea.

Per il contadino la bellezza femminile si doveva paragonare alla cassata, “una donna che pare una cassata”, appariscente, con bei colori, una specie di ritratto della salute. Mentre lo zolfataro diceva: “Una donna che si può bere in un bicchier d’acqua”, cioè una bellezza trasparente.

Via: Banchetti letterari, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi

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