Sorj Chalandon a Dedica spiega la funzione civile della letteratura

22 Marzo 2026

Lo scrittore francese, tra le voci più intense della narrativa europea contemporanea, è stato scelto come protagonista dell’edizione di quest’anno per "il rigore documentario, per la profondità dello sguardo con cui ha saputo raccontare mondi complessi sul piano personale e le ferite della storia".

Sorj Chalandon a Dedica spiega la funzione civile della letteratura

Dedica, il primo festival per ragioni di calendario ad aprire la stagione che porta a Pordenone capitale della cultura 2027, ha accolto con affetto il protagonista dell’edizione 2026 lo scrittore e reporter francese Sorj Chalandon. Lo scrittore francese, tra le voci più intense della narrativa europea contemporanea, è stato scelto come protagonista dell’edizione di quest’anno – ha spiegato il direttore artistico della manifestazione , promossa dall’Associazione Thesis, Claudio Cattaruzza – per “il rigore documentario, per la profondità dello sguardo con cui ha saputo raccontare mondi complessi sul piano personale e le ferite della storia”.

Il duplice sguardo di Sorj Chalandon: reporter e scrittore

L’opera di Sorj Chalandon nasce dall’incontro fra memoria personale, impegno politico e riflessione morale. Per oltre trent’anni giornalista di guerra del quotidiano Libération e testimone diretto di conflitti e tragedie, ha maturato grazie a quest’esperienza che la realtà, più che essere raccontata, deve essere mostrata, e che dietro ogni notizia si nasconde sempre una storia molto più complessa. Ma quale è la differenza tra il giornalista e lo scrittore? “Il reporter – spiega l’autore – non può mai dire “io”. Nella letteratura, invece, questo è possibile Il giornalista racconta i morti. Il romanziere può dire ai morti: alzatevi”.

Per spiegare la differenza, Chalandon usa un’immagine collegata a uno degli episodi più traumatici della sua carriera di reporter: nei campi profughi dopo il Massacro di Sabra e Shatila, vide. tra i corpi delle vittime, anche quello di una giovane ragazza. Anni dopo, nel romanzo La quarta parete, ha provato simbolicamente a restituirle vita: “Nel romanzo la faccio alzare, la chiamo Imane, voglio che diventi insegnante, che abbia dei bambini. Ma alla fine la rimetto sul suo letto di martirio perché non ho il diritto di giocare con la sua storia: scrivo romanzi – riassume infine – per ripulirmi dal giornalismo”.

“Ho visto troppe atrocità, in Iraq, in Siria, in Palestina, donne e bambini vittime di soprusi e massacri. Scene terribili: ragazze uccise o violentate, corpi abbandonati con le mani legate, filo spinato sulla schiena, stracci in gola… E io potevo soltanto scrivere, raccontare ciò che vedevo, nella speranza che un giorno ci sarebbe stato un processo internazionale. Ma non è successo nulla”. Ed è anche per questo, spiega Sorj Chalandon, che a un certo punto ha scelto la strada della letteratura: uno spazio in cui la realtà può essere interrogata più a fondo, dove le storie dimenticate e le voci rimaste ai margini possono finalmente trovare ascolto.

Il compito della letteratura: difendere chi non ha voce

Accanto alla grande storia, che fa spesso da sfondo ai suoi romanzi, c’è un altro tema complesso a caratterizzare l’intera sua produzione: quella familiare. Il rapporto con il padre, violento, manipolatore e bugiardo, attraversa tutta la sua opera. “Io non ho mai odiato mio padre – spiega. – era una sorta di boia, qualcuno che oggi forse sarebbe sul banco degli imputati per ciò che ha fatto. Ma ho pensato che l’odio sarebbe stato solo una sconfitta. Quello che resta è il dolore di un incontro mancato tra padre e figlio”.

Da questa ferita deriva la missione che lo scrittore persegue da sempre: “Detesto e combatto tutto ciò che arreca danno e aggredisce la nostra integrità. Per questo difendo fin da bambino chi è più nero di me, più arabo di me, più ebreo di me e più emarginato di me e credo che questa mia battaglia continuerà fino alla tomba. “Quello che vorrei restasse dei miei libri fra venti o trent’anni – ha detto infine, riflettendo sul significato del suo lavoro – è che non ho mai tradito il bambino che sono stato, il giovane che sono stato e l’uomo che sono oggi”.

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