Scrivere quando si è madri, Chiara Gamberale racconta “L’isola dell’abbandono”

Amore e abbandono, maternità e creatività. Chiara Gamberale racconta "L'isola dell'abbandono", il suo primo romanzo scritto dopo essere diventata madre
Scrivere quando si è madri, Chiara Gamberale racconta

MILANO – Vi siete mai chiesti da cosa derivi l’espressione italiana “piantare in asso”? È un’espressione che ha origini lontane, più precisamente nasce dal mito greco di Teseo e Arianna. Secondo una delle tante versioni del mito, dopo essere stato liberato da Arianna dal labirinto del Minotauro di Creta, Teseo perse rapidamente interesse nella giovane figlia di re, e durante una pausa di navigazione presso l’isola di Nasso, salpò le ancore verso Atene senza di lei. Letteralmente, la piantò in Nasso, espressione poi trasformatasi in “piantare in asso”.

Dialogando con uno dei miti greci più famosi di sempre, Chiara Gamberale traccia una storia “ipermoderna”, per usare una delle sue parole, che racconta di dolore e abbandono, ma anche di maternità, di amore, di scoperta di sé.

Durante la presentazione del libro alla Fondazione Feltrinelli di Milano, Chiara Gamberale dipana il complesso gomitolo che lega la sua storia personale a quella della protagonista, Arianna. «Ho scritto questo libro quando ero appena diventata mamma, ma contemporaneamente avevo avuto una grande delusione da parte di una persona importante. Ero abitata da due sentimenti fortissimi e contrastanti, da un lato l’energia positiva che mi veniva dall’amore per mia figlia, dall’altro lato il dolore e la delusione».

La protagonista, abbandonata proprio sull’isola di Nasso da Stefano, il suo primo e disperato amore, torna sull’isola dopo dieci anni, e si ritrova a scoprire lati di sé che non conosceva. «Attraverso il dolore che deriva dagli amori sbagliati, possiamo andare a fondo di noi stessi, e scoprire chi siamo. Questa è la vera sfida per la protagonista, e anche per noi», dice Chiara. «Per la prima volta – continua – non ho voluto che il dolore fosse edulcorato dall’ironia. In tanti altri miei romanzi mi sono fermata un passo prima, facendomi venire in mente un guizzo ironico che stemperasse il dolore. Questa volta no, volevo che rispetto al malessere non ci fosse niente da ridere. Sono stata più severa. Forse perché sono diventata mamma (ride)».

Attraverso il dolore che deriva dagli amori sbagliati, possiamo andare a fondo di noi stessi, e scoprire chi siamo

 

Chiara Gamberale / Credits: Sara Lando

Non ci sono solo dolore e abbandono, però. C’è amore, c’è maternità, c’è creatività. Arianna è una mamma, e un’illustratrice di favole per bambini. Favola e mito, due “angeli custodi” che agiscono su di lei, guidandola e aiutandola nelle fatiche quotidiane. «Inventare storie è per Arianna un modo per proteggersi dalle paure, per trasformare la realtà che la circonda e comprenderla meglio».

Inventare storie è per Arianna un modo per proteggersi dalle paure, per trasformare la realtà

La maternità è un’altro cuore pulsante del romanzo, proprio come lo è nella vita di Chiara Gamberale, che si emoziona quando racconta dello stravolgimento che sua figlia, la piccola Vita, ha generato nelle sue giornate. Vita è nata un anno e mezzo fa, dalla relazione con Gianluca Foglia, direttore editoriale di Feltrinelli. «Vita è arrivata come un miracolo, non la aspettavo più, avevo già quarant’anni. Ora tutti mi dicono che mi faccio aiutare troppo poco, ma per me è tutto una scoperta, vivo un amore assoluto».

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Si scoprono tante cose diventando madri. La prima, secondo Chiara Gamberale, è una nuova vocazione al sacrificio, che non è – attenzione – masochismo. «Vuol dire che anche quando sei stanca morta, ma tua figlia ha bisogno, l’energia per lei la trovi sempre. Anche quando avresti ragione a riposarti, a prenderti una pausa. È una cosa bellissima, che penso accomuni tutte le madri del mondo». E cambia anche la vita da scrittrice: «Per la prima volta in vita mia ho iniziato a scrivere di sera, dopo che ho messo a letto Vita. Inevitabilmente ho meno tempo per scrivere, per leggere, per andare al cinema. Stare con lei però è il dono più prezioso».

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