Coronavirus

Lo scrittore Andrea Vitali: “Torno a fare il medico, ma non sono un eroe”

In questa intervista, lo scrittore Andrea Vitali ci racconta come trasformare l'angoscia di questi giorni in una possibilità di riscoperta
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Andrea Vitali, fra gli autori più letti del panorama italiano, torna a fare il medico, a causa dell’emergenza Coronavirus. Dopo aver svolto la professione di medico di base per più di venticinque anni, nel 2013 Vitali aveva lasciato il mestiere per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ora, il dovere lo chiama e Andrea Vitali non si sottrae, ma ci tiene a ribadire: “Faccio la mia piccola parte. Non sono un eroe”.

L’intervista ad Andrea Vitali

Dopo tanti anni lontano dall’ambulatorio, torna a fare il medico. Ci racconta com’è successo?

È successo che un mio collega è stato messo in quarantena per un contatto con un soggetto positivo. Così, per tre giorni l’ho sostituito in ambulatorio, ma è risultato negativo ed è già tornato al lavoro. Da quando è tornato, non sono più andato in ambulatorio, ma ogni giorno mi capita di ricevere chiamate di amici e vecchi pazienti. Accade così quando fai il medico per 25 anni in un piccolo paese del lago. A fronte di quanto sta accadendo, mi sento nel dovere di rispondere e di andarli a visitare. Anche perché, al di là dell’epidemia, ci sono tante altre malattie che magari i medici, subissati di richieste, non riescono in questo momento a valutare. Cerco di dare una mano nei limiti delle mie possibilità. Questa è il mio piccolissimo apporto alla situazione attuale. Non sono un eroe e questo ci tengo a sottolinearlo. 

Qual è, a suo avviso, un valido antidoto all’angoscia di questi giorni?

Un antidoto sempre valido, anche non in tempi di Coronavirus, resta per me la lettura: il viaggiare nei mondi altrui grazie alla parola scritta. Mentre un antidoto che mi ha sorpreso è quello di uscire sul terrazzo di casa e percepire questo profondissimo silenzio, che sembra dare più valore a quello che ci sta intorno. In questo silenzio ci sono quelle parole che non abbiamo ascoltato per troppo tempo, perché eravamo affannati a rincorrere chissà quali obiettivi. Sono le parole delle montagne, della natura. E, ovviamente, del lago, che ora è diventato padrone di sé stesso, perché nessuno può uscire in barca e i battelli non circolano. Tutto questo ci dà l’idea che questa cosa, per quanto orribile sia, possa aiutarci nel tornare a ritmi di vita un po’ diversi. Abbandonando, per esempio, certe vanità che si dimostrano cenere. E, quando tutto questo sarà passato, non giudichiamolo come una cosa che appartiene al passato. La memoria di quanto sta accadendo dovrà continuare a vivere nella nostra vita futura, e soprattutto in quella dei giovani. 

Ha intenzione di raccontare quanto sta accadendo in un libro futuro?

Ci vuole tempo. È una cosa che va sedimentata e fatta decantare. Il rischio è di cadere nel banale, nel già scritto. Per quelle che sono le mie propensione narrative, sposterei il tutto in un’altra epoca, utilizzerei un’altro genere di epidemie (come la malaria, o la spagnola), per evitare la cornice del presente. E, soprattutto, non farei morire nessuno. 

 

 

 

 

 

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