Rodolfo Siviero, il ”Monuments Man” italiano raccontato dal libro di Luca Scarlini

La bellezza salverà il mondo? L'interrogativo posto da Dostoevskij, di fronte agli orrori delle tante guerre che si combattono in vari Paesi, si impone sempre con forza. È proprio questo contrasto tra bellezza e orrore che affascina nella storia di quegli uomini che hanno lottato per salvare le opere d'arte dai nazisti secondo Luca Scarlini, autore di ''Siviero contro Hitler''...

Nel giorno dell’uscita in sala del film “Monuments Men”, l’autore, saggista ed esperto d’arte Luca Scarlini ci presenta il suo libro fresco d’uscita “Siviero contro Hitler”, in cui racconta la storia di una spia italiana e del suo impegno per il recupero delle opere rubate dai nazisti

MILANO – La bellezza salverà il mondo? L’interrogativo posto da Dostoevskij, di fronte agli orrori delle tante guerre che si combattono in vari Paesi, si impone sempre con forza. È proprio questo contrasto tra bellezza e orrore che affascina nella storia di quegli uomini che hanno lottato per salvare le opere d’arte dai nazisti secondo Luca Scarlini, autore di “Siviero contro Hitler” (Skira). In un montaggio incrociato, il libro presenta da un lato le ambizioni monumentali di esproprio dei
nazisti, dall’altro le avventure di Rodolfo Siviero, questo 007 dell’arte che contribuì al recupero di molte opere d’arte. Proprio come fecero i “Monuments Men” di cui parla il film di Clooney in uscita oggi.

Come mai ha deciso di occuparsi di questo argomento?
È un tema di cui mi sono occupato già in passato, in più in questo caso interviene un curioso fatto autobiografico. Io ho visto Rodolfo Siviero in diverse occasioni quando ero piccolo. Era legato a mio padre, che era il segretario dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e aveva collaborato con Siviero al recupero di alcune opere a Monaco di Baviera nel 1946, rubate o prese dai nazisti con l’inganno, con contratti falsi stipulati insieme al governo fascista e poi repubblichino. Da allora sono rimasti sempre in contatto.
Ovviamente quando vedevo Siviero ero solo un bambino, per cui non ho memoria di interviste o testimonianze particolarmente significative. Ricordo questo personaggio curioso, che stava nella sua casa piena di oggetti acquistati nel corso del suo lavoro, oggi diventata un museo gestito dalla Regione Toscana. L’idea di recuperare le opere d’arte prima dalle mani dei nazisti, poi di altri nemici – la mafia, contro cui si è battuto per anni, e altre entità che attentavano alla salvaguardia dell’arte – era per lui una vera missione. Su Siviero avevo scritto varie cose sparse, per lo più articoli apparsi su riviste, finché Skira non mi ha dato la possibilità di pubblicare questo libro, anche in occasione dell’uscita del film “Monuments Men” che ha contribuito a smuovere le acque attorno al tema dei salvatori delle opere d’arte nella Seconda guerra mondiale.
Il mio libro intende fare di Siviero un ritratto particolare: un capitolo è dedicato a lui e uno ai nazisti che rubavano le opere. È come se fosse un vero e proprio match, difatti il sottotitolo è “La battaglia per l’arte”.

Lei ha citato il film “Monuments Men”, basato sul libro omonimo di Robert Edsel. Perché secondo lei questo interesse per il tema, i destini dell’arte nella guerra contro il nazismo? Cosa affascina di questa storia?
Siamo nei territori dell’interrogativo di Dostoevskij: la bellezza salverà il mondo? La cosa interessante è proprio l’incrocio tra l’orrore della guerra e la bellezza dell’arte. Negli ultimi tempi, in un momento in cui in molti Paesi del mondo si fa di nuovo la guerra e ci sono stati atti barbarici contro opere d’arte importanti, questo tema si ripresenta in maniera forte. Basta pensare ai Buddha di Bamiyan in Afghanistan fatti saltare in aria nel 2001 dai talebani, o ai danni gravissimi alle collezioni di arte sumera di Baghdad, o ancora prima alle distruzioni nell’ex Jugoslavia.
Sembra che nella guerra non ci sia nessuno spazio per interessarsi all’arte, e invece emerge che le opere sono importanti sia per i tiranni, che vogliono adornarsi della loro bellezza, sia per chi li combatte, per salvaguardare il racconto dell’identità di un popolo, la sua cultura.

Quali destini aveva immaginato Hitler per le opere d’arte razziate?
Tra i documenti ritrovati di recente sono emerse molte indicazioni di Hitler: lui avrebbe voluto che  dopo la sua morte tutte le opere rubate in Europa fossero bruciate in una grande pira. Questo fortunatamente non poté accadere perché quando si suicidò nel bunker la Germania non era più sua, gli restavano ben pochi possedimenti. Il progetto prevedeva la costruzione di un grande museo, il Museo Hitler a Linz, sua città natale, che avrebbe raccolto l’arte tedesca, dall’antica produzione ai suoi artisti di riferimento, tolta tutta l’arte degenerata che detestava. Il progetto rimane con lui fino agli ultimi giorni della sua vita: ci sono fotografie di Hitler nel bunker, mentre i russi sono ormai a 2 chilometri dal Reichstag, che ammira il plastico del museo. Il sogno di Hitler era pari a quello del grande Louvre di Napoleone, che a sua volta aveva razziato opere d’arte a mani basse e le riteneva fondamentali per la sua immagine, per il suo potere.

Qual è stato il contributo di Siviero, questo “monument man” italiano, nella salvaguardia del nostro patrimonio?
In tutta la storia italiana, il lavoro di Siviero è uno dei più determinanti per salvaguardare il territorio di Firenze e della Toscana, scrigno d’arte celebre a livello mondiale. Lui che era una spia – negli anni Trenta aveva fatto parte del servizio segreto militare – aveva gli strumenti strategici e politici per poter assicurare questa protezione. Nel suo gruppo c’erano poi storici dell’arte, un pittore, Bruno Becchi, ucciso nelle azioni della squadra, un barista che passava le informazioni con un codice fatto di cappuccini e caffè, un partigiano.
Altro personaggio straordinario era Giovanni Poggi, soprintendente alle arti della Toscana per la Repubblica di Salò, ma anche una persona che collaborava con Siviero e che gli permise di fare interventi molto diretti e mirati, come quello che consentì di salvare l’Annunciazione di Beato Angelico in San Giovanni Valdarno.
Tutti insieme avevano deciso, in un momento storico di totale caos, che le opere d’arte non erano affatto un problema marginale, ma erano l’identità del Paese che poi sarebbe stato ricostruito.

E i Monuments Men di cui parla il film chi erano?
Anche qui, la composizione di questa squadra era estremamente variegata – soldati, storici dell’arte, persone comuni. Erano comunque un gruppo molto esiguo, come emerge bene dal film, e naturalmente non hanno potuto impedire gravi danni al patrimonio artistico.
Io sono un fan di Rose Valland, che nel film di “Monuments Men” è interpretata da Cate Blanchett. Nelle varie presentazioni il suo ruolo non ha avuto una grande enfasi, però di fatto è stata lei a permettere il recupero di tutte le opere d’arte rubate in Francia. Era una funzionaria del Jeu De Paume, incaricata da un ministro dimissionario della cultura di rimanere nella sua posizione durante l’occupazione tedesca per prendere informazioni. A contatto con Göring e altri gerarchi tedeschi che venivano a rifornirsi delle opere strappate agli ebrei o rubate agli esuli, ha preso appunti sulle destinazioni di queste opere, annotando dove sarebbero state portate. Proprio grazie alle sue annotazioni i Monuments Men hanno potuto recuperarle.
È noto che il proclama Monuments Men venne firmato da Roosevelt, che aveva da sempre un interesse per la salvaguardia dell’arte, ma questo non erano certo la principale preoccupazione degli alleati, che hanno bombardato le città italiane considerate obiettivi strategici. Molte opere d’arte sono andate distrutte in questi bombardamenti. Una delle perdite maggiori è stato il Mantegna della Chiesa degli Eremitani a Padova, di cui rimangono pochi frammenti.

Può aiutarci a mettere a fuoco quali sono le minacce che mettono a rischio oggi il nostro patrimonio artistico?
I problemi principali, come ho evidenziato anche altrove, riguardano il mondo archelogico: ci sono vere e proprie emorragie degli scavi, perché il mondo della criminalità organizzata gestisce schiavi clandestini che non arrivano alla luce della scienza. Si sa che ci sono opere come il Cratere di Eufronio, uscite di frodo dall’Italia e vendute altrettanto di frodo a musei americani o altrove, grazie anche ad antiquari complici in Svizzera.
Siamo stati anche i primi però, in Italia, ad avere il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri, creato nel 1969, impegnato costantemente nel recupero delle opere.
L’altra specificità italiana è il fatto che il Vaticano ha un’infinità di opere d’arte spesso conservate in chiese difficilmente accessibili.

Esistono ancora dei Monuments Men oggi, lei vede ancora da qualche parte un ardore pari al loro?
Sì, nello stesso Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri ci sono persone che dedicano la loro vita a questa missione, anche se non necessariamente hanno una statura pubblica.
Negli ultimi anni ha raccontato bene alcune attività di recupero nell’ambito dell’archeologia Fabio Isman, giornalista de il Messaggero.
Purtroppo però i recuperi non interessano i media tanto quanto i furti.

13 febbraio 2014

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