Robert Phillipson, ”L’Italia deve investire di più nella promozione della propria lingua a livello internazionale”

La scelta dell'inglese come lingua di riferimento è di grande rilevanza politica ed economica per il Regno Unito e gli Stati Uniti. A sostenerlo Robert Phillipson, professore emerito presso il dipartimento di studi linguistici internazionali e di linguistica computazionale presso la Copenaghen Business School...

E’ uscito in anteprima in Italia, ancor prima che in Inghilterra, “Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione globale”, ultimo libro del linguista inglese

MILANO – La scelta dell’inglese come lingua di riferimento è di grande rilevanza politica ed economica per il Regno Unito e gli Stati Uniti. A sostenerlo Robert Phillipson, professore emerito presso il dipartimento di studi linguistici internazionali e di linguistica computazionale presso la Copenaghen Business School. Concetti che Phillipson racchiude nell’opera “Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione globale”. Pubblicato in anteprima mondiale in Italia, ancora prima che nella versione originale inglese, il libro è stato presentato giovedì scorso, in occasione di "Nave di Libri" in Spagna. All’interno dell’opera, Phillipson sostiene come le politiche imperiali di Gran Bretagna e Stati Uniti siano state esplicitamente volte all’occupazione fisica e mentale a livello mondiale, portando di conseguenza alla disuguaglianza globale.

 

 

Lei ha parlato di quello che sta accadendo nelle università di molti paesi a proposito dell’uso della lingua inglese come lingua di istruzione e ricerca, come sta accadendo in Italia, dal momento che fra 4 o 5 anni importanti università daranno corsi solo in lingua inglese e successivamente tutti i corsi universitari prevederanno la sola lingua inglese. Oltre a questo, tutte le questioni legate al settore industriale, della ricerca e della comunicazione, nel mondo del lavoro,  che diventa sempre più inglese e usa tantissime parole inglesi all’interno della comunicazione anche ad un livello bassissimo. Quale è il loro impatto in relazione a ciò che lei pensa sulle economie dei paesi come l’Italia o la Francia, grandi stati?
Diciamo intanto che tutte le università in Danimarca, dove io vivo, hanno l’obbligo di potenziare la lingua danese, la lingua nazionale, e di preparare i loro studenti e i loro laureati ad essere funzionali a livello internazionale, principalmente in inglese, ma anche in altre lingue. Se l’uso dell’inglese viene generalizzato, allargato ad un numero amplissimo di studenti, questa suona proprio come un’idea completamente stupida. Ma è possibile formare studenti bilingue, cosa che accade in tutte le parti del mondo.
Però, come ho detto, se un’università, ma anche un dipartimento, desiderano avere un corpo studenti internazionale, un numero di studenti di altri paesi, possono anche pensare di ricorrere all’inglese, giusto, ma penso che nel caso dell’università italiana sarebbe bene aspettarsi dagli studenti stranieri una buona abilità in italiano invece che in inglese. Penso, come ho già detto, che tutte le università oggi debbano necessariamente avere una politica linguistica perfettamente definita in relazione  alla lingua nazionale, all’inglese e alle altre lingue.


Quale è l’essenza di un’attività di ricerca industriale fatta usando una lingua che non è quella nativa, quale è secondo lei l’effetto nell’uso dell’inglese come lingua franca, come lei ha detto, nella ricerca universitaria e industriale?

Anche le aziende che dicono di avere l’inglese come “corporate language” sono di fatto bilingue. Solo i reparti del top management o certe aree di ricerca vedono l’inglese come dominante, persino da queste parti (paesi del nord Europa e scandinavi, n.d.r.). Quindi rifiuto questa idea che sia avvenuto un passaggio radicale all’inglese nel caso del commercio. Se deve esserci espansione internazionale si deve saper leggere l’inglese, va bene, ma certo se voglio esportare in America latina dovrò conoscere spagnolo o portoghese, piuttosto che l’inglese! Quindi il fatto che tutti debbano conoscere l’inglese al livello della propria lingua è estremamente miope, una visione di corto raggio. Io credo che il mondo dell’industria e del commercio abbia assoluto bisogno di vincere sfide globali a livello linguistico, non certo solo con l’inglese…e uno studio serio serve proprio a far emergere quali sono queste sfide e capirle a livello locale anche.

Lei ha detto che insegnare inglese nelle università italiane sia una idea stupida, questo perché di fatto l’italiano appare come la sesta, altre volte la settima lingua più studiata al mondo, e questo per via della cultura italiana ma anche per i suoi prodotti, design, moda. Così il fatto di promuovere e difendere la lingua nazionale è molto importante. Si tratta di un’offerta di  maggiori lingue intorno al mondo, quindi una situazione assai diversa da quella attuale, nella quale di fatto l’inglese sta prendendo vantaggio. Qual è la sua opinione su questo punto?
Purtroppo il mio istituto, dove insegno, ha abolito l’apprendimento dell’italiano. L’italiano è stato tagliato fuori completamente. Sono sorpreso nel sentire che il governo italiano non stia promuovendo la lingua a livello internazionale. La Francia e la Germania stanno ancora investendo un enorme quantità di soldi nella promozione delle loro lingue a livello internazionale, anche se c’è una grande forza… una vasta comprensione dalla base sociale dei vantaggi derivanti dalla conoscenza dell’inglese. Penso che l’Unione Europea stia dicendo molte belle cose sul multilinguismo in teoria, tipo nell’avere almeno due lingue straniere nelle scuole fino ad un alto livello, ma in pratica tutto quello che fa l’Ue è privilegiare l’inglese. Se si osservano, per esempio, alcune attività, se si guarda al sito web della Commissione europea, qualunque cosa è in inglese, molte sono in francese e molto poco nelle altre lingue a parte le leggi che devono essere in tutte le 23 lingue. E questa è una enorme discriminazione per tutti i cittadini la cui lingua di lavoro non è l’inglese, che è ancora la maggior parte dei ricercatori probabilmente negli stati membri: ecco un esempio di come funziona l’imposizione del neo-imperialismo e le forze alle sue spalle che allargano i confini dell’inglese a spese delle lingue nazionali. Penso che tutto ciò sia molto triste e credo che se gli italiani fossero capaci di investire più soldi nella promozione della propria lingua a livello internazionale, questo potrebbe essere un investimento molto buono, ma credo che molte persone in diverse parti del mondo hanno un legame molto positivo con la cultura italiana nel passato e nel presente anche se il vostro scenario politico al momento è un po’ bizzarro.
Benché io sua molto felice nell’usare l’inglese adesso, la mia lingua madre, io leggo in esperanto quanto mi occorre, uso il danese e lo svedese tutti i giorni, uso frequentemente il francese nelle mie corrispondenze via mail, uso il tedesco. Quindi tutti noi, che siamo internazionalisti, sappiamo che è possibile divenire multilingue effettivamente se le giuste politiche circa l’istruzione vengono messe in atto.


2 maggio 2013

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