”Un covo di vipere” di Camilleri, un dramma psicologico dai toni noir

''Un covo di vipere'' di Andrea Camilleri, il ventunesimo libro sul commissario Montalbano e pubblicato alla fine di maggio, è stato in realtà scritto nel 2008, come riporta Camilleri nella nota finale del testo letterario. Essendo troppo vicino alla pubblicazione de ''La luna di carta'' del 2004, la casa editrice Sellerio ha preferito tenerlo congelato nei suoi archivi fino alla data odierna...
Pubblichiamo la recensione di Arcangela Cammalleri per la precisione e la chiarezza nell’analisi e nella lettura dello stile dello scrittore siciliano
 
“Un covo di vipere” di Andrea Camilleri, il ventunesimo libro sul commissario Montalbano e pubblicato alla fine di maggio, è stato in realtà scritto nel 2008, come riporta Camilleri nella nota finale del testo letterario. Essendo troppo vicino alla pubblicazione de “La luna di carta” del 2004, la casa editrice Sellerio ha preferito tenerlo congelato nei suoi archivi fino alla data odierna. Fatta questa premessa, “Un covo di vipere” è uno dei romanzi in cui Camilleri dà il meglio di sé, scritto con mano felice quando la creatività prende e sorprende chi scrive. 
 
La storia affrontata è scabrosa e a tratti indecorosa, ma l’autore sa trattarla con estrema delicatezza e trasfigurarla in una sorta di tragedia greca. L’omicidio del ragioniere Cosimo Barletta apre scenari oscuri ed inquietanti. La vittima, uccisa due volte da due ipotetici assassini, è un essere fuori dai limiti, ributtante, dal fondo dell’animo sordido e amorale: affarista senza scrupoli, usuraio, amante compulsivo di giovani donne ricattate o comprate dal vile denaro. L’indagine si espande a macchia d’olio e dall’ucciso ai due figli, alle sue frequentazioni femminili, ne scaturisce un universo umano pregno di segreti e zone d’ombra, ma è la famiglia su cui si accentra la lente d’ingrandimento, un covo di vipere appunto, un gorgo oscuro e nero che tutto inghiotte. In questo particolare caso poliziesco, bassezze, vergogne, lettere allusive e misteriose, mettono a nudo aspetti inconfessati dell’animo umano, oscure colpe, equilibri scomposti, sesso e perversioni oltre ogni freno morale. Montalbano, insieme al suo staff investigativo Augello e Fazio, procede per indizi e deduzioni, scavando nella vita pubblica e privata di Barletta. Il movente dell’omicidio assume sempre più sfaccettature complesse, non solo di vendetta, di interesse, ma di qualcosa di sotterraneo, indecifrabile e indicibile, che prende forma e si avvicina a quella verità inconfessabile che gli dà le vertigini. 
Montalbano è investito da un senso di pudore di fronte a certi sentimenti atavici che si ripudiano perché repellenti, ma sommersi nell’inconscio di tanti. La sua educazione sentimentale, nutrita da letture e storie cinematografiche, gli ha insegnato la comprensione e la compassione. Egli non dà giudizi, quella che potrebbe chiamarsi disumana ignobiltà poteva definirsi amore, se non come diversamente? Montalbano nei suoi soliloqui, quando l’indagine tocca le sue corde più intime o scalfisce la sua personalità, sente la sua alterità nel procedere secondo una giustizia codificata o umana che flette e si piega a seconda del contesto in cui deve agire, e agisce come meglio crede, chiudendo il tragico caso con compassionevole dolore. L’intento è quello di custodire la dignità umana quando è offesa oltre le intenzioni. Quello che sorprende in questo romanzo è come Camilleri riesca ad equilibrare scomode verità, presagi nefasti e momenti di vis comica ( le sue farfantarie e nei confronti di Livia e nei confronti del questore…) e arte/bellezza ( il quadro di Rousseau il Doganiere, inserito in un sogno/Sogno di Yadwigha…). 
 
Bellissimo e dolente il ritratto del vagabondo, che fischia come un usignolo il motivo della canzone Il cielo in una stanza e vive in una grotta. Sembra una figura estranea alla vicenda, un personaggio aggiunto per dare quella giusta pennellata al quadro narrativo d’insieme, ma … Più che in altri gialli di Camilleri, Salvo Montalbano prende coscienza del suo essere solipsistico, di come la solitudine nutra ed alimenti la sua esistenza, da essa prenda spunti di riflessioni che si sostanziano in congetture investigative. Nel lettore Camilleri riflette ogni volta che rispecchia una realtà altra quasi come quando si sente un fatto agghiacciante di cronaca, ma con un valore aggiunto, uno stato d’animo guasto come se venissero a franare miseramente quelli che sono i fondamenti dell’illusione e delle apparenze. Nello specifico del libro, il diritto di vivere, di ricercare la felicità o il mito del successo diventa quasi un dovere se non addirittura un’ossessione che trasforma il sogno in un incubo per sé e gli altri. Un romanzo che sta a metà tra il noir e il dramma psicologico, si legge con intensità perché è l’intensità emotiva che lo sostiene, e la formidabile formazione culturale dell’autore compresa la sua vocazione teatrale e per i dialoghi e per le inquadrature delle scene.  
 
16 giugno 2013
 
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