Recalcati: «Prima il nemico era lo straniero, ora il nemico siamo noi»

Massimo Recalcati interviene sul coronavirus: "Nel panico i legami si frantumano e ci sentiamo sempre più soli e impotenti"
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Epidemia, isolamento, quarantena, contagio. Sono le parole che meglio raccontano il nostro paese in questi giorni di angoscia e paura. Al crescere del numero di malati e decessi, l’angoscia diventa, infatti, un fardello sempre più difficile da sostenere. Il perché ce lo spiega lo psicanalista Massimo Recalcati, autore di “Nuove malinconie” (Raffaello Cortina Editore), con un podcast su La Repubblica. 

Siamo sempre più soli

Quella che proviamo in questi giorni non può essere definita propriamente paura, quanto angoscia. Infatti, se la paura scaturisce da una minaccia ben precisa, l’angoscia si genera quando il pericolo non è ben identificabile, come nel caso del Coronavirus. La risposta all’angoscia è il panico, ci spiega Massimo Recalcati. «I legami si frantumano e noi ci sentiamo inermi, soli, in una condizione di impotenza e abbandono assoluto. Il panico – continua Recalcati – disgrega la massa. Infatti, se la massa genera di solito un fenomeno di appartenenza e il contatto dei corpi provoca una sensazione positiva di accomunamento. Col panico si sbriciola tutto questo e il contatto con il corpo dell’altro evoca un fantasma di contaminazione».

Perché abbiamo paura del contatto 

Vietati abbracci e strette di mano. Sono queste le ultime indicazioni restrittive che arrivano dal governo per contenere il contagio. «Il fantasma oscilla fra chi vive nell’angoscia di essere contagiato e chi vive l’angoscia di essere portatore del contagio. In ognuno di noi – spiega Massimo Recalcati – sta riemergendo un’angoscia atavica: l’angoscia di essere toccati dall’ignoto. La paura dello sconosciuto è, infatti, un’angoscia atavica dell’umano, come racconta bene Canetti. L’uomo tende a erigere i propri muri per difendersi e, quando i confini sono minacciati, avviene un ulteriore irrigidimento.»

Il pericolo siamo noi

La diffusione del coronavirus ha esasperato un processo che la “politica del muro” aveva già innescato. La diffusione del virus porta all’esasperazione di un processo di chiusura già in atto, «ma prima la politica del muro aveva come nemico l’altro, il migrante, il messicano – spiega Massimo Recalcati; ora quel nemico siamo noi».

Cosa possiamo imparare

Quello che sta succedendo ci ricorda che siamo parte di una comunità, «ci impone di pensare all’altro, ci impone di restare dentro alla comunità. Ci fa sentire una comunità in pericolo, ma pur sempre una comunità». In questo modo, prendiamo atto della nostra responsabilità civile, seppure l’istinto primario sia quello di isolarci e ripararci nel nostro io. «Il contagio – continua Massimo Recalcati – porta con sé un rischio mortale e nel nostro tempo è difficile da accettare. Siamo così attaccati alla vita che rinunciamo alla vita piuttosto che viverla. Se uno ha troppo paura di perdere la vita, finisce col perderla per davvero e vivere una vita mortificata. Ma il segreto per non perdere la vita, è vivere senza la paura di morire, conclude Massimo Recalcati.

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