Poesia contemporanea

Poetry Slam, la poesia contemporanea si fa performance

Abbiamo intervistato Simone Savogin, tre volte campione italiano di Poetry Slam, la competizione in cui ci si sfida a colpi di poesie
Poetry Slam, la poesia contemporanea si fa performance

MILANO – Avete mai sentito parlare di Poetry Slam? Ve ne abbiamo parlato qualche settimana fa nelle nostre Instagram stories (se non ci seguite, rimediate subito!) quando siamo andati a conoscere Simone Savogin, tre volte campione italiano di questa disciplina e concorrente di Italia’s got talent.

Che cos’è il Poetry Slam?

È una competizione poetica, nella quale i partecipanti si sfidano a colpi di poesia davanti al pubblico. Dal pubblico viene scelta una giuria di cinque persone, che decreterà il vincitore dello slam. È una forma d’arte che viene dalla strada, simile al mondo delle rap battles, che riconduce la poesia al mondo della performance e della musicalità della voce.

È una forma poetica popolare, declamatoria, praticata nei luoghi pubblici (bar, pub, locali).
Ogni slammer ha tre minuti a disposizione per stare davanti al pubblico e recitare la sua poesia, sono vietati gli accompagnamenti musicali, le scenografie, giochi di luce: la poesia è interamente protagonista. La giuria è scelta in maniera casuale tra il pubblico, ed è quindi composta da giudici non esperti, che variano a ogni evento di poetry slam.

La disciplina nasce a Chicago nel 1984, quando Marc Smith,  operaio di cantiere e poeta, organizza alcuni incontri di lettura di poesia a voce alta in un jazz club di Chicago, con l’intento  di portare del nuovo nella scena poetica facendo partecipare il pubblico sul palcoscenico. Due anni dopo, nel 1986, Marc Smith si incontra con Dave Jemilo, proprietario del Green Mill Cocktail Lounge (un jazz-club di Chicago in cui era solito rifugiarsi Al Capone) e gli propone di organizzare ogni settimana, il lunedì sera, una competizione di poesia. La proposta viene accettata, e così, il 20 luglio dello stesso anno, nasce il primo poetry slam.

L’iniziativa ha successo, e si diffonde rapidamente non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. In Italia il poetry slam arriva il 21 marzo 2001 al festival RomaPoesia grazie a Lello Voce, uno dei fondatori del Gruppo 93. E piano piano inizia a diffondersi: ci sono competizioni in tutta Italia, e vengono istituiti dei riconoscimenti ufficiali.

Uno dei migliori slammer italiani è Simone Savogin (Como, 1980) tre volte vincitore del campionato italiano di poetry slam. Forse lo conoscete già perché a gennaio ha partecipato a Italia’s got talent lasciando il pubblico senza fiato. Ha appena pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Scriverò finché avrò voce, per tre60. Abbiamo chiacchierato insieme di poesia e musica, qui sotto trovate l’intervista.

Simone Savogin / Credits Federico Del Bianco

Come hai iniziato a partecipare ai poetry slam?

Ho iniziato a fare slam nel 2005, per puro caso. Ogni giorno sedevo sul treno per andare a studiare e lavorare a Milano, e di fianco a me saliva sempre un ragazzo con cui parlavo di libri film e musica, arte. Ho scoperto dopo due anni che era un editore e che avrebbe organizzato uno slam per conto di Lello Voce, colui che ha portato gli slam in Italia, ai giardini di Porta Venezia a Milano. Mi ha detto: “Sono a corto di persone, so che scrivi poesie, vieni tu!”. Sono andato ed è andata molto bene, perché da lì in poi Lello Voce mi ha portato in giro per l’Italia a recitare i miei testi, ed è stato incredibile.

Quali sono le performance a cui sei più legato?

Ce ne sono tante. La più famosa è quella di Italia’s got talent, per la quantità di persone, è stata un’emozione molto forte recitare davanti a un pubblico così vasto. Ma anche la coppa del mondo, quando ho gareggiato con un bravissimo ragazzo giapponese e una ragazza americana che era anche portavoce dell’ONU. Oppure durante la performance a Macao, risentire un’atmosfera identica a quando ho scritto un pezzo mi ha quasi impedito di finire a recitare il pezzo, dal groppo in gola che mi era venuto. Quindi sono tante le performance a cui sono legato, ognuna per un motivo diverso.

Cosa ami di più degli slam?

In un poetry slam ognuno ha tre minuti per dire quello che vuole, con la pace mentale di sapere che voterà un pubblico di non esperti. Magari sono anche espertissimi, ma tu non lo sai! E quindi puoi stare sereno. La cosa bella, poi, è che il pubblico è sempre parte dello spettacolo, è diverso da un reading di poesia, c’è una partecipazione molto forte.

Come avviene la composizione dei testi? Li scrivi immaginandoli già recitati o la performance avviene solo in un secondo momento?

Essendo che scrivo da quando ho memoria e ho sempre ascoltato musica, letto romanzi e altro, ho sempre scritto con un ritmo, e ogni cosa che scrivo, non importa che fine abbia, tende ad averlo. Se quel che scrivo si esaurisce in tre minuti, ogni tanto lo provo a uno slam e vedo se funziona. È raro io scriva specificatamente per uno slam, a meno che non ci sia un soggetto preciso o la necessità che il testo sia nuovo. Quando poi passo alla performance, molto spesso mi ritrovo “facilitato” dall’aver già scritto in ritmo quel che devo dire.

Il legame tra poesia e musica è antichissimo. Come mai secondo te sta ritornando in voga ora?

Il legame tra poesia e musica non è mai scemato, quella che può essere calata è l’attenzione del pubblico o la produzione massiccia, ma ogni tempo ha i propri “figli” le proprie necessità e particolarità. Essendo tutto onda, anche questo, semplicemente, lo è.

Chi sono i tuoi poeti preferiti? 

Il primissimo grande amore è Emily Dickinson, ma direi anche Andrea Zanzotto, Stefano Benni, Edgar Lee Masters. Ho sempre fruito più di musica che di poesia, ho sempre sentito moltissimo il legame tra musica e testo, e ho sempre sentito le canzoni come vere e proprie poesie. Potrei citare un sacco di autori di testi, che mi hanno aiutato a crescere: Maynard James Keenan, J Mascis, Tracy Chapman, Ani DiFranco, Eddie Vedder, Nathan Gray (dei Boysetsfire).

Da cosa trai ispirazione quando scrivi poesie?

Più che ispirazione, spesso scrivo per necessità, ma la maggior parte delle volte è la lettura che mi fa venire voglia di scrivere. Ricevere input esterni mi muove spesso ingranaggi che cercano d’incastrarsi in qualcosa che potrebbe essere altro da ciò che ho appena percepito… molto spesso butto via tutto, ma ogni tanto ne esce qualcosa di salvabile (ride).

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