L'estratto

‘Più lontano di così’ di Lucrezia Lerro, tutte le famiglie hanno qualcosa da nascondere

'Più lontano di così' è il nuovo libro di Lucrezia Lerro, un romanzo ricco di colpi di scena sui segreti di una famiglia e un amore pericoloso
'Più lontano di così' di Lucrezia Lerro, tutte le famiglie hanno qualcosa da nascondere

MILANO – “La scrittura alla quale Lucrezia Lerro ci ha abituato è pulita, tersa e anche intensamente poetica” scrive Massimo Recalcati dell’autrice di Più lontano di così (La nave di Teseo), un romanzo che indaga le pieghe nascoste delle relazioni famigliari.

La protagonista del romanzo è Leda, ossessionata fin da bambina dalla fotografia di suo zio Luigi, morto prematuramente a diciannove anni. Ripercorrendo le tracce della fine del ragazzo, troverà una storia sommersa e affronterà le verità che la sua famiglia ha nascosto per tanti anni. Per placare i fantasmi che la perseguitano, Leda inizia un’indagine che la porterà a Francesca, la zia di Luigi, la donna che gli ha sparato. Perché la vicenda è stata occultata dalla sua famiglia?

Un estratto di Più lontano di così

Ho trascorso i primi diciotto anni della mia vita con papà e i miei nonni, in un’enorme casa dove non c’erano comodità, né termosifoni né acqua calda, né arredi né suppellettili. Nella
mia camera, prima di prendere sonno, ritrovavo sulla parete di fronte al letto la stessa fotografia, il ragazzo dal completo grigio. Spesso la poca luce dei lampioni della strada scintillava sull’immagine, la rendeva quasi trasparente. Ogni volta osservando
quella figura rifacevo l’elenco di alcuni particolari. Gli occhi dal taglio orientale. Le labbra grandi. La fossetta sul mento. Il soprabito appoggiato sul braccio destro. La sciarpa.
Una sera prima di addormentarmi dissi a mia nonna: “Tuo figlio ti somiglia.”
Lei, che dopo cena per andare in cucina a bere la camomilla passava dalla mia stanza, rispose: “Certo che mi somiglia,hai fatto la scoperta dell’America, è mio figlio.” Chiuse velocemente la porta. Sparì.

“Come mai tu e la nonna siete tanto arrabbiati? Mi racconteresti dello zio Luigi? Mi piacerebbe saperne di più,” dissi un giorno a mio padre, che a braccia conserte dal balcone di casa fissava il campanile della chiesa.
Lui non tardò a replicare: “La vita è amara per questo ci arrabbiamo. Luigi? Se ne andò a diciassette anni, e non tornò.”
“Andò dove? Al Nord?”
“A Milano, a cercare fortuna.”
Per me già allora la parola fortuna significava andar via di casa per trovare un sacco di cose buone: libri, scoperte, libertà.
“Da quando eri bambino non l’hai più visto? Non hai avuto voglia di cercarlo?”
Papà, l’uomo più malinconico che abbia mai conosciuto, adesso era emozionato, vidi le lacrime sul viso affilato dal male familiare. Mentre l’osservavo avrei voluto urlargli: “Rispondi o no alla domanda che ti ho fatto?”
Alle nostre spalle si materializzò sua madre. “Perché parli di Luigi? Morì in un incidente stradale. Domani vieni con me al cimitero, ti mostro la tomba che conosci bene, da bambina ti ci portavo. L’abbiamo perso in un incidente, perché insisti con le domande?” Ricordai, ascoltandola, alcuni racconti di mio nonno Alberto sullo zio. Il puzzle via via si sarebbe ricomposto.
Sul viso di lei scorrevano le lacrime. Capii che non sarebbe stato possibile asciugarle. Le lacrime familiari sono contagiose, per uno le versano tutti. Le lacrime di mia nonna e di mio padre per Luigi non le avrebbe asciugate nessuno, io men che mai. Io che non avevo conosciuto mia madre, morta subito dopo la mia nascita, ero rimasta sola con papà e i miei nonni che tentavano di accudire la nostra disperazione.
Con il tempo ho capito che il dolore ha sempre gli stessi effetti: follia, pianto, irragionevolezza, inquietudine. Ho imparato nel tormento che la sofferenza familiare può distruggere l’esistenza delle persone coinvolte.
Le lacrime e la disperazione non mancano mai nella quotidianità di chi ha avuto un’infanzia infelice.

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