Il senso del ridicolo

Paolo Nori, “Nei miei libri racconto i matti d’Italia”

Lo scrittore a Livorno, al Festival “Il senso del ridicolo”, ci ha raccontato i retroscena dei suoi repertori dei matti, le cui storie stanno facendo ridere l’Italia intera
Paolo Nori, “Nei miei libri racconto i matti d'Italia”

LIVORNO – Le città sono luoghi meravigliosi: le persone si incontrano, si conoscono, si scambiano parole, pensieri, affetti e cose. Si parlano, si ignorano, si amano, si ammazzano. Giudicano e vengono giudicate a loro volta. C’è chi porta cappelli colorati, chi porta occhiali zebrati. Chi porta felpe rattoppate e chi jeans bucati. C’è chi zoppica, chi cammina con la schiena troppo dritta. Chi canta passeggiando per la strada, chi guarda per terra, nell’eterno terrore di scivolare su una buccia di banana. La città è piena di gente strana, folle, la città è piena di matti e di questo si è accorto Paolo Nori, che ha curato una serie di volumi dove racconta, insieme ai suoi allievi dei corsi di scrittura, proprio queste persone e le loro azioni sempre rigorosamente fuori dall’ordinario. Sono così usciti  per Marcos y Marcos vari repertori dei matti, di cui Nori, a Livorno, ha parlato e letto delle pagine, di fronte a un pubblico piuttosto divertito. Ecco la nostra intervista.

 

Durante l’incontro inaugurale del Festival, dedicato alla fenomenologia dello spirito e del ridicolo, Maurizio Ferraris si è posto subito un dilemma interessante: come fai a essere sicuro di non essere imbecille, tu che parli di imbecillità? Allora mi sono chiesto: come fai tu a essere sicuro di non essere strambo o matto, tu che parli di follia e stranezza? Oppure far parte della categoria può aiutare a scriverne?

Come ho detto durante il mio intervento, io son finito nel repertorio dei matti di Bologna e ne sono stato contento. Poi sono finito nel repertorio dei matti di Torino e ne sono stato contento. Poi sono finito nel repertorio dei matti di Parma e ne sono stato contento.

 

È possibile definire il carattere e l’identità di una città attraverso la disamina dei matti che la abitano?

Non lo so. Mi sembra però che I matti bolognesi, a giudicare dal nostro piccolo osservatorio, siano dei matti che fanno spettacolo della propria stravaganza, e il luogo in cui sono principalmente ambientate le avventure dei matti bolognesi è il bar, mentre il luogo principale dei matti milanesi, per esempio, è la metropolitana, che è anche quello un luogo pubblico ma più solitario, e a Milano, un po’ più che a Bologna, hanno dato materiale al nostro repertorio i litigi condominiali.

I matti torinesi, invece, per quel che può valere l’esperienza dei nostri libretti, che non hanno pretesa scientifica, sono matti più domestici, e il matto più di Torino tra i matti di Torino è forse questo qua. «Uno telefonava ai vicini per dire che dalla sua finestra vedeva un quadro storto e per favore di drizzarlo, se no non riusciva a dormire».

 

Quali sono le scoperte più interessanti che hai fatto?

Uno dei primi matti che è uscito, quando abbiamo cominciato a lavorare sui matti di Bologna, è questo qua: “Uno era il migliore amico di Michael Jackson. Lo aveva conosciuto quando Michael Jackson aveva dovuto rifare il bagno nella sua casa di Parigi e si era rivolto alla Manutencoop. La Manutencoop aveva mandato lui, che era il fontaniere di fiducia, e così lui era partito per Parigi con i suoi attrezzi da fontaniere e un sacchetto di tortellini. La casa di Michael Jackson era piena di cose meravigliose che Michael Jackson gli aveva fatto vedere; poi Michael Jackson gli aveva chiesto di trasformare il gabinetto in modo che venisse su dal pavimento, premendo un tasto, solo nel momento del bisogno poi, finito il bisogno, premendo un altro tasto tornasse giù e sparisse sotto le piastrelle. A un certo punto si era fatta l’ora di mangiare, e lui aveva tirato fuori i suoi tortellini da cuocere; Michael Jackson aveva il suo mangiare speciale, ma quando aveva visto i tortellini gli aveva chiesto di fare cambio e gli erano piaciuti da matti. A quel punto era nata l’amicizia e così, entrati in confidenza, avevano cominciato a chiacchierare. Poi lui si era messo a cantare e a suonare, così, tanto per passare il tempo, e Michael Jackson era rimasto così colpito che gli aveva chiesto per favore di insegnargli a cantare e a suonare, perché – aveva detto – era molto meno bravo di lui”.

Quando l’ho sentito io mi sono accorto che era scritto nella variante bolognese dell’italiano (fontaniere è il modo bolognese di dire idraulico), e ho pensato che questa serie di libri sarebbe stata anche una specie di osservatorio linguistico, forse.

 

Questi repertori, creati con coloro che hanno frequentato i tuoi corsi, sono scritti dichiaratamente senza sentimento. Perché, senza sentimento?

Quelli che partecipano ai seminari che originano i libri devono scrivere, in venti, un libro che poi viene letto come se fosse scritto da una sola persona; devono scrivere in coro, in un certo senso, quindi cancellare il proprio stile, scrivere le cose che si raccontano in città con lo stile impersonale del cronista medievale, nei casi di quei cronisti medievali che sono impersonali.

 

Sono storie realmente accadute quelle che raccontate in questi repertori?

Sono storie realmente raccontate.

 

Cosa pensi del Festival Il senso del ridicolo?

Sono appena arrivato, mi son trovato molto bene mi sembra un festival molto sensato.

 

Forse non è un caso che il festival sul ridicolo sia proprio a Livorno, penso al repertorio dei suoi matti.

Come sono arrivato a Livorno, stamattina, mi è venuto in mente Iosif Brodskij, che è nato a Pietroburgo e ha vissuto l’ultima parte della sua vita in America, e quando gli han chiesto che differenza c’era tra l’America e la Russia lui ha detto che, nelle città degli Stati Uniti dove ha vissuto, le strade servono come mezzi di comunicazione e che per strada non succede niente, mentre a Pietroburgo succede tutto per strada; a me Livorno sembra un posto dove succede tutto per strada e ho pensato che Visconti aveva occhio, per certe cose. Cosa c’entri questo con il festival del ridicolo non lo so.

 

Dario Boemia

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