Paolo Bianchi, ”Vi spiego il meccanismo infernale che costringe gli editori a pubblicare più di 200milioni di libri l’anno”

213 milioni e 163 mila: tanti sono i libri stampati ogni anno dalle numerosissime case editrici – oltre 7 mila – presenti in Italia, a fronte di una popolazione composta per il 50% da persone che non leggono nemmeno un libro all'anno. È questa la paradossale situazione riassunta dal giornalista Paolo Bianchi in un articolo apparso recentemente su Libero, che fa riferimento a un saggio-inchiesta di Federico di Vita...

Il giornalista di Libero illustra il malfunzionamento della filiera editoriale, che porta a immettere sul mercato un’enorme massa di libri che restano invenduti e vengono mandati al macero

MILANO – 213 milioni e 163 mila: tanti sono i libri stampati ogni anno dalle numerosissime  case editrici – oltre 7 mila – presenti in Italia, a fronte di una popolazione composta per il 50% da persone che non leggono nemmeno un libro all’anno. È questa la paradossale situazione  riassunta dal giornalista Paolo Bianchi in un articolo apparso recentemente su Libero, che fa riferimento a un saggio-inchiesta di Federico di Vita sul mondo dell’editoria, “Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria”. Il giornalista ci aiuta a comprendere come si è creata questa situazione. 

Come si è creata questa situazione?
Il motivo più probabile è un malfunzionamento del sistema: le case editrici, per essere visibili e poter sopravvivere, devono produrre un certo numero di titoli all’anno, anche quelle piccole, sicché sono costrette a immettere continuamente novità sul mercato. I librai li acquistano, ma con diritto di resa. Quando i librai fanno l’ordine, l’editore può fatturare, e dopo qualche mese incassa i soldi. Una volta però che il libraio gli dà le rese, l’editore dovrebbe restituirgli i soldi corrispondenti. Per non dover tirare fuori la liquidità allora, copre il debito con l’invio di altri libri, cioè immette altri titoli sul mercato. Questo comporta un continuo gettito di libri dalle case editrici, da quelle più grandi, Mondadori, Rizzoli, il Gruppo Mauri Spagnol, che hanno anche i loro canali distributivi, a quelle medie e piccole. Si ha così un’iperproduzione di volumi, che per evitare gli alti costi di magazzino – cui si aggiungono le spese di trasporto e quelle per mantenere il personale che se ne occupa – spesso vengono mandati al macero, per poi eventualmente essere ristampati. Ci sono decine di tonnellate di libri che vengono macerati ogni giorno. Tra l’altro ci sono editori che vengono pagati a 210 giorni: a volte i libri vengono resi ancor prima che il libraio li abbia pagati, addirittura a volte gli scatoloni tornano dietro intatti. L’unico che ci guadagna, l’unico che non deve subire perdite, è il distributore, chi di fatto muove questa massa di carta.

C’è un modo per uscire da questa impasse?
Recentemente alcuni editori, anche piccoli e medio-piccoli, come minimum fax, avevano proposto una decrescita intelligente: l’idea era quelli di accordarsi per produrre meno titoli all’anno.
Purtroppo non ha funzionato: l’economia immediata è quella che prevale, e se un editore fa tanti libri ha più possibilità di venderli alle librerie e di incassare. In questo modo ha l’illusione di poter tirare un po’ il fiato, almeno nel breve periodo. Ma è solo un’illusione, perché poi i libri torneranno indietro. Prima o poi non avrà più sufficienti ordini per coprire i debiti, e allora dovrà tirare fuori i soldi di tasca sua. Resistono così quegli editori che hanno fonti di reddito esterne, che sono abbastanza ricchi da potersi permettere di coprire i debiti con i propri soldi, i cosiddetti editori per hobby. Gli altri prima o poi falliscono.

A fronte del proliferare di case editrici, titoli pubblicati, giovani che vogliono lavorare nell’editoria, ci sono sul territorio strutture e servizi adeguati, come delle buone biblioteche, in grado di portare il libro ai cittadini?
Effettivamente no: le biblioteche sono scarse, anche per questione di costi di personale. In tanti centri minori e in tanti comuni sempre più poveri, per evitare troppe spese non sono aperte tutti i giorni, ma solo qualche giorno a settimana, oppure fanno orari penalizzanti, solo mezza giornata. Questo non incentiva molto la frequentazione e la lettura.
C’è poi da dire che esistono due tipi di biblioteche: quelle conservative e quelle a scaffale. In queste ultime il lettore ha a disposizione una serie di libri che può consultare direttamente. Nelle biblioteche conservative invece, se il lettore vuole consultare un libro lo deve chiedere agli addetti, e può dover affrontare una lunga attesa prima che gli venga consegnato, tra la compilazione dei moduli necessari e il tempo che poi il personale impiega a recuperare il testo. Questo è sicuramente disincentivante e fa sì che quelle biblioteche siano frequentate solo da studiosi. Un esempio di questo tipo è la Biblioteca Sormani a Milano. In altri Paesi le biblioteche sono tutte a scaffale, o comunque hanno sistemi di ricerca molto rapidi, e poi fanno orari più prolungati.
Le scuole poi non sanno spingere i ragazzi a formarsi un’abitudine alla lettura.
Può darsi che il fatto che in Italia si legga poco, o comunque meno di quanto vorrebbero gli editori, dipenda da questi fattori.

 

11 gennaio 2013

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