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Al Salone del Libro di Torino l’omaggio a Daniele Del Giudice

Mauro Bersani, Massimo Cacciari ed Ernesto Franco raccontano al Salone del Libro di Torino l’amico Daniele Del Giudice, ora che dopo la sua recente scomparsa c’è la giusta distanza per poterlo fare.

Mauro Bersani, Massimo Cacciari ed Ernesto Franco raccontano al Salone del Libro di Torino l’amico Daniele Del Giudice, ora che dopo la sua recente scomparsa c’è la giusta distanza per poterlo fare. “Uno dei più importanti scrittori Italiani – esordisce Bersani – sul quale la lunga malattia aveva gettato un cono d’ombra. Ora che la sua biografia si é conclusa, tutto é diventato più semplice e gli appassionati di Del Giudice sono tornati alla luce”. Così come due interviste da poco accessibili grazie alla disponibilità della televisione svizzera sul sito della casa editrice Einaudi.

Il ricordo di Daniele Del Giudice

“Un autore eccezionale – ricorda l’amico Cacciari – perché coltissimo e curioso non in modo dilettantesco e vano. ‘Atlante occidentale‘ è un capolavoro assoluto con rimandi tecnici al mondo filosofico e scientifico con competenza specifica del problema della rappresentazione. Il suo era un problema epistemologico: se l’osservazione modifica l’oggetto osservato come rendere esatta la rappresentazione?” “Del Giudice – ricorda Cacciari – era davvero ossessionato da questa forma di rappresentazione tra soggetto e oggetto in sé connessa alla metafora del volo ed é stato l’unico nel panorama della narrativa italiana a trattare questo problema con coscienza filosofica”.

La metafora del volo

Perché il volo? Del Giudice stesso amava volare e una delle interviste sul sito Einaudi si svolse appunto mentre lui pilotava un aereo e Bruno , molto spesso citato, era il suo maestro, sia di vita che appunto del volo. “Il volo – spiega Cacciari – implica la massima precisione : non si può sbagliare e l’esattezza non può che essere probabilistica . Anche nella scrittura , così come nel volo, la legge del caso é la rappresentazione esatta della probabilità. A questo aspetto si lega la frequentazione , attraverso Bobi Bazlen, della letteratura mitteleuropea, la più anti istintiva del mondo. Tutto questo confluisce in modo straordinario in “Atlante occidentale”, titolo emblematico perché raccoglie da un lato la sua passione per la geografia che presuppone sempre una visione dall’alto e dall’altra l’idea dell’Occidente, che tiene in sé tutti i paradossi della rappresentazione perché l’io non deve emergere in situazione”.

Ma la scienza occidentale é in grado di rappresentare questo? Come rappresentare sentimento e conoscenza ? “Bisogna tollerare la contraddizione e l’incertezza – conclude Cacciari – se l’Europa vive in modo scurrile e banale questa sfida, finirà di essere Europa e Daniele aveva colto benissimo questa crisi e ne soffriva tantissimo”.

La responsabilità della scrittura

Ernesto Franco, direttore editoriale Einaudi, fa il punto delle opere di Del Giudice: “Ha attraversato tutti i generi – ricorda – perché era uno scrittore di avventure e di storie, che emergeva con volti diversi e che ha frequentato tutti i materiali di cui è fatta la letteratura, mai vissuta in modo sentimentalistico perché un nuovo libro, come direbbe Calasso, deve dire una nuova cosa e riuscire a nominare il mondo”.

E si passa alla responsabilità della scrittura e, ancora una volta , alla precisione. “In “Fuori dalla letteratura” – aggiunge Franco – Conrad dice che la letteratura é una sorta di faro e avviso ai naviganti in difficoltà e con la stessa consapevolezza devono scrivere gli scrittori”. Luce, non a caso, é una parola chiave per Del Giudice “Per essere precisi – spiega Cacciari – bisogna rinunciare, la scrittura é un’operazione di sottrazione perché non c’è una visione simultanea e panoptica, ma bisogna essere consapevoli che ogni atto di visione deve essere necessariamente limitato, non può essere tutto ugualmente illuminato perché non è più la luce ultima medievale di Dante. Piuttosto la scrittura é espressione della mania platonica nella sua doppiezza : follia e anche dono divino nella sua contraddittorietà. Questa era la sofferenza di Daniele”.

Alessandra Pavan

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