L'anima della frontiera

Matteo Righetto, “Nel mio libro racconto il tentativo di riscossa degli ultimi”

Matteo Righetto è autore de "L’anima della frontiera", una sorta di storia di formazione di una ragazza ai tempi del contrabbando di tabacco nel Regno d’Italia
Matteo Righetto, "Nel mio libro racconto il tentativo di riscossa degli ultimi"

MILANO – Affrontare temi universali come la sopraffazione, la passione, la vendetta, la riconoscenza e la fedeltà come valori assoluti attraverso il filtro narrativo del genere western. Con questo scopo Matteo Righetto ha scritto “L’anima della frontiera“. Dopo il successo de “La pelle dell’orso“, da cui è stato tratto anche un film, l’autore torna in libreria con una sorta di storia di formazione di una ragazza ai tempi del contrabbando di tabacco nel Regno d’Italia. Di seguito l’intervista all’autore.

 

Come nasce la trama di questo western letterario?

Da tempo volevo scrivere un romanzo letterario che affrontasse temi universali attraverso il filtro narrativo del genere western. Questo perché tale genere è una suggestione letteraria che può adattarsi benissimo sia ai territori aspri e selvaggi delle Prealpi venete di fine Ottocento, sia ai suoi abitanti, poveri contadini di montagna e coltivatori di tabacco costretti a una vita d’inferno, angariati dai potenti e dai prepotenti di turno. Sentivo la necessità di raccontare la frontiera fisica, geografica e politica, quella che nel 1896, in quei luoghi, era forte e chiara, tra l’Italia e l’Austria. Tuttavia cosa sarebbe da un punto di vista letterario la frontiera se si limitasse ad essere concepita come un limite esclusivamente politico, un confine di stato? Poca cosa. Così iniziai a pensare ai molteplici, possibili significati della parola frontiera, e ho capito che mi sarebbe stata necessaria una protagonista sui generis, una ragazza bella, forte e coraggiosa, pronta a tutto per varcare quel confine che nel corso del romanzo da fisico si fa via via sempre più intimo ed etico. La sottile e invisibile linea di separazione tra giovinezza ed età adulta, tra ragione e follia, tra accettazione dell’altro e violenza spietata. È nato così un romanzo epico, solenne, ma anche lirico e poetico.

 

Per le caratteristiche dei personaggi e per la storia, fin dove ti sei ispirato a fatti realmente accaduti? Quanto c’è di attuale e contemporaneo nel personaggio di Jole?

I miei romanzi non sono assolutamente mai ispirati a fatti realmente accaduti, ciò che scrivo è sempre e totalmente frutto di invenzione, finzione letteraria. Ciò detto, L’anima della frontiera e Jole, la sua protagonista, sono assolutamente attuali e contemporanei, così come i significati e i temi affrontati nel romanzo. Pensiamo ad esempio quanto sia discusso e dibattuto oggi il tema della frontiera e delle frontiere, le loro nuove accezioni, anche nei mutamenti politici e storico-sociali che stiamo vivendo. Per non parlare del più profondo significato della frontiera, quello etico, intimo, che riguarda la crescita personale e il superamento delle prove che la vita offre a ciascuno di noi.

 

I diritti del tuo libro sono stati venduti in 10 paesi. Come ti spieghi l’interesse all’opera da parte dell’editoria straniera?

L’anima della frontiera è un romanzo che offre più livelli di lettura, ma anzitutto racconta gli uomini, tutti gli uomini di ogni dove e ogni quando, con i loro vizi eterni e con le loro eterne virtù, le ingiustizie del mondo, e il tentativo di riscossa degli ultimi, e la sopraffazione, e la passione e la vendetta, e infine la riconoscenza e la fedeltà come valori assoluti. Un romanzo che, come avrebbe voluto Parise, racconta un piccolo mondo per parlare all’umanità. Una storia universale. Forse è anche per questo che il libro ha avuto grande successo all’estero ed è già in traduzione in più di dieci Paesi, tra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Olanda e Germania.

 

Dai fumetti al cinema, il western è tradizionalmente un genere molto diffuso nel panorama culturale italiano. Oggi qual è lo stato del western italiano?

Il western in sé non esiste. Non c’è mai stato un vero e proprio paradigma di genere, bensì alcuni stilemi che nelle varie epoche e culture sono stati interpretati e declinati narrativamente e cinematograficamente nei modi più disparati. Al di là di ogni riflessione critico-letteraria però, ritengo che tale rinascita sia anzitutto riconducibile ai significati più intimi del genere stesso, quelle “anime” cioè che stanno alla base di ogni western, dal più classico bang-bang al più wilderness, per così dire. E quali sono questi soffi vitali comuni? L’urgenza di Epos, anzitutto. L’esperienza epica (che oggi può essere letta come un desiderio inconscio di rivincita nei confronti di una società dominata dal politicamente corretto). E poi il sogno del superamento della frontiera o la lotta per la sua difesa. E ancora: il fascino dell’avventura attraverso una natura selvaggia e ostile, da affrontare come sfida titanica, contrapposta alla sicurezza irregimentata e ovattata della nostra ripetitiva quotidianità urbana. Ma io credo sia soprattutto il topos relativo al rito di iniziazione ad affascinare il nuovo pubblico del western, soprattutto quello più giovane. Il superamento di una prova, la realizzazione di un’impresa per diventare finalmente grandi, per realizzare un sogno, per godere della libertà, qualunque cosa essa possa significare. Chiamatela metafora, se vi va. Questo ci piace del western. E ci piace perché ci manca. Pensate a “Oltre il confine” di Cormac McCarthy, quando Billy a un certo punto ferma il cavallo e si volta indietro. Con quel gesto egli cambia la sua vita. Noi abbiamo troppi legacci per poterlo fare. Ma abbiamo anche perso la capacità e il coraggio di provarci. Ecco perché lo invidiamo.

 

Dopo “La pelle dell’orso”, pensi ad una trasposizione cinematografica anche di questa tua opera?

Non devo certamente pensarci io. Mi piacerebbe, certo, e credo che L’anima della frontiera abbia tutte le carte in regola per diventare un film. So anche che diversi produttori cinematografici lo stanno già leggendo con molto interesse, ma intanto i lettori devono godersi il libro, le pagine, la scrittura. Sarà perché prima di essere uno scrittore io sono un lettore, ma ritengo che il fascino di un romanzo sia sempre unico.

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