Maria Pia Romano, “Scrivere per me è la salvezza”

L'autrice salentina ci racconta luoghi e suggestioni che l'hanno portata alla scrittura del suo ultimo libro
Maria Pia Romano,
Maria Pia Romano, "Scrivere per me è la salvezza". L'autrice salentina ci racconta luoghi e suggestioni che l'hanno portata alla scrittura del suo libro

MILANO – Scrivere per esorcizzare la più grande paura: quella di perdere chi si ama. Nasce così “Dimmi a che serve restare“,  l’ultimo libro della scrittrice salentina Maria Pia Romano, nonché curatrice di uno dei blog più letti su Libreriamo “Liberi naviganti di stupori“. In questa intervista, l’autrice ci racconta luoghi e suggestioni che l’hanno portata alal scrittura del suo ultimo libro.

Come nasce la trama del tuo libro?

“Dimmi a che serve restare” è un libro nato dalla voglia di esorcizzare attraverso la scrittura la mia più grande paura: quella di perdere chi amo. E’ il canto di un’assenza, visto che un uomo rivive attraverso chi lo ha amato: suo figlio, suo padre, le donne che hanno fatto parte della sua esistenza. Un racconto a più voci, in cui al narratore si sovrappongono a intermittenza i protagonisti. Direi che si sono più trame: punti di vista diversi che convergono tutti verso un unico nucleo. Dal dolore ci si salva in vari modi e il tempo è una grande medicina: da questa convinzione sono partita per narrare una storia che ne contiene altre ed indaga la complessità dell’animo di chi ama.

La storia è di fantasia, ma possiamo trovare all’interno del romanzo spunti o caratteristiche dei personaggi tratti dalla tua esperienza personale?

Sicuramente i concerti dei Negramaro, di cui i personaggi del libro sono fans: la loro musica è la colonna sonora di una storia che si sviluppa a salti, di estate in estate, dal 2005 ad oggi. Le interviste alla band, sono esperienze che ho vissuto io in prima persona. Per molti anni, da giornalista, mi sono occupata di musica emergente: i ragazzi di Copertino li ho visti approdare a Milano in Sugar e sono stata felice di scrivere del loro successo. Ad un certo punto, nel libro, racconto di una serata Milanese di presentazione dell’album “La finestra”, in cui io ero lì con Nicoletta Zagone, il loro Ufficio Stampa, ed in quell’occasione ho conosciuto anche Caterina Caselli.  Era il 2007, lo ricordo con emozione. E l’ho fatto rivivere a Tiziana, una delle protagoniste. Che ne parla a modo suo, perché il personaggio vive la sua vita, che non è certo la mia. Anche il concerto del 13 agosto 2005 è vita vissuta, nella nostra Gallipoli. Il resto è fantasia o è bello dire che sia così, perché le storie che viaggiano sulle labbra di chi ama, amano restare vita segreta, più che diventare clamore ostentato.

La storia di cui si parla è ambientata nel Salento. Qual è il ruolo del paesaggio e di questa terra lungo il romanzo?

La mia Gallipoli è luogo dell’anima e diventa specchio e riflesso della crescita dei personaggi, perché per certi versi “Dimmi a che serve restare” è anche un romanzo di formazione made in Salento.  C’è un accenno alla Gallipoli del ’94, in cui si scendeva in spiaggia e si faceva l’amore fra le dune in maniera innocente; c’è il paradiso della movida dell’estate 2015, in cui si vede il sole andar giù nel mare e si solleva un bicchiere al cielo, tra migliaia di corpi che ballano e si accalcano. C’è il disagio giovanile che si vive tra le strade sporche e il caos di Baia Verde, nel tempo in cui da sedicenni si sogna la tenerezza dell’amore, e poi arriva un bacio insolente con la lingua che trancia il gusto di un’attesa. C’è il Salento  di provincia, in cui le estati sono lente e le ombre lunghe, in cui si trova il tempo giusto per ascoltare il proprio respiro e lasciar scorrere. Non ci sono molti soldi, ma molti sogni. E si campa bene, tra fantasticherie e cicale, perché la vita vera a volte sa fare molto male, così in qualche modo ti devi pur salvare….

Sei molto legata ai tuoi romanzi. Qual è il senso della scrittura per Maria Pia Romano?

E’ la salvezza che coltivo in segreto, nelle mie ore clandestine in cui dimentico le prove in laboratorio e le formule che popolano i sogni della vita da ingegnere. E’ la mia parte più vera e autentica, la mia dimensione interiore che respira da semplici pagine di carta che posso condividere con chi, come me, ha inconfessabili sogni di mare, che lo tengono sveglio di notte, eppure danno il senso ai passi di terra. Ogni volta.

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