Marco Buticchi, “Il segreto per scrivere un buon libro? Divertirsi”

L'ultimo romanzo del "maestro dei romanzi d’avventura” prosegue il fil rouge di romanzi che lo hanno consacrato all'attenzione dei lettori amanti del genere
Marco Buticchi,

MILANO – Scrivere e scrivere sempre, senza pensare a platee in visibilio o a successi planetari.  Se si è bravi e se si ha fortuna, arriveranno anche quelli. Così ha iniziato Marco Buticchi, autopubblicando i suoi primi scritti. Oggi, è considerato “il maestro dei romanzi d’avventura”, ed il suo ultimo libro “La luce dell’impero“, prosegue il fil rouge di romanzi che lo hanno consacrato all’attenzione dei lettori amanti del genere.

 

Come ci si sente ad esser definito “il maestro dei romanzi d’avventura”?

E’ una definizione che pesa ogni volta che si va a capo di una nuova riga. Ma non ci si deve lasciare influenzare troppo dai fattori esterni: chi scrive con paura, trasmetterà la sua insicurezza in chi lo legge. Non dico che sia sempre un’asserzione negativa: anche trascrivere i propri dubbi e le proprie incertezze può risultare utile e costruttivo.
Ritengo che chi scrive romanzi d’avventura, però, debba sempre osare: i nostri sogni sono coronati dalle gesta epiche di persone fuori dal normale. E l’obbligo del cantastorie è, da sempre, quello di far sognare.
Adesso che mi ci fa pensare, mi viene da sorridere sulla definizione di maestro dell’avventura: il primo editore che mi convocò dopo aver letto un mio manoscritto, prima di mettermi alla porta mi puntò un ditone in volto e mi disse: «Caro Buticchi, chi scrive d’avventura oggi in Italia, ha vita breve. Se lo ricordi.» Me lo sono ricordato talmente bene che ancora oggi, e sono passati  trent’anni, ancora scrivo romanzi d’avventura… con un certo seguito di lettori.

 

Oltre ai luoghi che ha visitato, da cosa trae ispirazione per i suoi romanzi?

Dire che scrivo perché sono un viaggiatore è un vezzo che suscita ammirazione, fa audience, ma non corrisponde al vero. Nella realtà si scrive perché si studia. Il viaggio consente una conoscenza superficiale dei luoghi e delle genti. Lo studio è l’unico metodo per riuscire a descrivere un luogo nei particolari che interessano chi ci legge. Mi piace ricordare un certo signor Emilio Salgari, che non si mosse quasi mai dalla sua scrivania e regalò a fior di generazioni sognanti, scorci indimenticabili sulle ‘paludi putrescenti del Gange’…
Nel mio piccolo l’ispirazione nasce da vere e proprie folgorazioni, sensazioni che mi assalgono mentre osservo un oggetto antico, una persona, una particolare situazione. E lì scatta la curiosità che mi spinge a documentarmi su ciò che ha suscitato la mia attenzione.

 

Come nasce la trama dell’ultimo, “La luce dell’impero”?

Sempre a proposito di ‘folgorazioni’ quella da cui scaturisce La luce dell’impero è davvero singolare. Nell’ottobre del 2009, mi chiese l’amicizia su un noto social network una persona che aveva nickname Oswald Breil, lo stesso nome del protagonista di gran parte dei miei romanzi. Vinta l’iniziale diffidenza (io credevo che lui mi prendesse in giro e lui credeva che io non fossi io) ho scoperto che l’Oswald in carne e ossa era uno dei maggiori esperti al mondo della vita di Massimiliano d’Asburgo-Lorena. Così un giorno mi ha chiesto perché non ambientassi un romanzo all’epoca dell’imperatore asburgico del Messico. Mi ha quindi fornito una serie di documenti, delle vere ‘chicche’ per il mio palato curioso ed esigente: pubblicazioni ottocentesche ormai introvabili, curiosità e documenti inediti. Mi sono così appassionato alle vicende singolari della vita di Massimiliano, un sovrano illuminato. Un cuore nobile, condotto dinanzi al plotone d’esecuzione dai torbidi interessi internazionali della sua epoca. Una morte capace di lasciare irrisolti nei secoli una serie di dubbi. Domande alle quali solo Oswald Breil può riuscire a fornire le risposte corrette.

 

Oltre ad essere un ottimo scrittore, sappiamo che è un cuoco sopraffino: quali sono a suo parere gli “ingredienti” essenziali per la riuscita di un buon romanzo d’avventura?

Sa quale credo sia l’unico ingrediente segreto: divertirsi. Divertirsi dalla prima all’ultima pagina e stupirsi per gli accadimenti che si susseguono nelle righe come se fossero dotati di vita propria. Se un autore non si diverte nel creare, come può pensare di tenere i lettori incollati alle pagine? Non ho mai creduto nei romanzi a tavolino: ogni dieci pagine una scena di sesso, ogni venti un morto ammazzato etc etc. Il primo a riconoscere la mancanza di passione nella trattazione asettica per ‘fare cassa’ è il lettore. Ben vengano allora le righe scritte con sentimento, seppure supportate da rigorose ricostruzioni storiche.
In base alla sua esperienza, quale consiglio si sente di dare agli esordienti che vogliono cimentarsi nella scrittura di romanzi d’avventura?

Lo stesso che do a chiunque ami scrivere: scrivere e scrivere sempre, senza pensare a platee in visibilio o a successi planetari.  Se si è bravi e se si ha fortuna, arriveranno anche quelli. Bisogna invece pensare che si lascia memoria: il paradosso della nostra era tecnologica è che abbiamo perso la memoria delle nostre radici. Tenere una traccia del nostro passaggio attraverso gli scritti è un meraviglioso esercizio per rendere indelebile il ricordo di tutto ciò che ci è caro.
Questo vale in linea generale. Operativamente, invece, spero che siano in tanti a ripercorrere le mie orme: dopo alcuni rifiuti di editori, mi sono pubblicato da solo, andando in una stamperia e facendo stampare mille copie a mie spese. Poi ho espletato le pratiche fiscali per poter commercializzare i miei volumi e li ho distribuiti, limitatamente alle mie possibilità di editore improvvisato. Ed è stato un successo.
Quando iniziai c’era l’obbligo della tiratura: stampare una o mille copie, sempre lo stesso costava. Pensate oggi invece, con le disponibilità della Rete, quanto sia più facile coronare il sogno di ogni autore: quello di stringere tra le mani un volume appena stampato in una, dieci o cento copie. Non fidatevi però di chi vi chiede denari per pubblicare i vostri lavori: se proprio volete misurarvi col mercato, prendete il coraggio a due mani, fate il conto dei parenti e degli amici, e pubblicate voi stessi le copie necessarie. Come spesso ripeteva Mario Spagnol, uno dei più grandi editori italiani: «Si ricordi Buticchi: un editore deve pagare l’autore. Magari poco. Ma un autore che paga un editore è un rapporto economico contro natura».  Pubblicandovi da soli, dopo l’iter dei rifiuti delle case editrici sommerse dai manoscritti, non lascerete intentato nulla, nemmeno il sogno che vi appare sempre troppo bello per rimanere chiuso in quel cassetto…

 

Photocredits: Bea

© Riproduzione Riservata