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Marcello Simoni, ”Quando scrivo un romanzo seguo una sola regola: divertirmi”

Bibliotecario ed ex archeologo, Marcello Simoni ha già pubblicato diversi saggi storici e pubblicato alcuni racconti sull'antologia ''365 giorni horror'', a cura di Franco Forte, e sulla rivista ''Writers Magazine Italia''. ''Il mercante di libri maledetti'' rappresenta il suo esordio come romanziere e ha già ottenuto un grandissimo successo, vincendo il Premio Selezione Bancarella 2012, il Premio Emilio Salgari 2012 e figurando come candidato al Premio Fiesole 2012...
L’autore de “Il mercante di libri maledetti” parla del suo libro, dei premi letterari e del problema della scarsa diffusione della lettura in Italia
MILANO – Il segreto per il successo di un libro? Il passaparola tra il pubblico. Lo afferma Marcello Simoni, lo scrittore nato a Comacchio tra i finalisti del Premio Bancarella 2012. Bibliotecario ed ex archeologo, Marcello Simoni ha già pubblicato diversi saggi storici e pubblicato alcuni racconti sull’antologia “365 giorni horror”, a cura di Franco Forte, e sulla rivista “Writers Magazine Italia”. “Il mercante di libri maledetti” rappresenta il suo esordio come romanziere e ha già ottenuto un grandissimo successo, vincendo il Premio Selezione Bancarella 2012, il Premio Emilio Salgari 2012 e figurando come candidato al Premio Fiesole 2012.
Come nasce l’idea del libro?
Nell’ideare il “Mercante”, ho voluto costruire una trama ibrida dove il thriller storico si innestasse ai ritmi del romanzo d’appendice. Questa caratteristica si riverbera nelle vicende narrate ma anche nel protagonista, Ignazio da Toledo, che racchiude in sé alcune qualità degli eroi del feuilleton: possiede il “genio dell’intrigo” di D’Artagnan e l’imprevedibilità di Fantômas, con una strizzata d’occhio al genere avventuroso e al fumetto. Gioca poi un ruolo determinante lo sfondo storico, caratterizzato da un Medioevo quasi dicotomico, cioè descritto sia nei suoi momenti più tragici e oscuri, sia in quelli dedicati al mistero e alla sapienza.
Perché, secondo lei, “Il mercante di libri maledetti ha incontrato il favore del pubblico? Quali sono gli ingredienti per scrivere un buon libro?
Quando inizio a scrivere un romanzo mi impongo una sola regola: divertirmi. Credo che soltanto così si possa creare quell’alchimia che lega il narratore al lettore. Si parla spesso del piacere di leggere, ma esiste anche il piacere di scrivere che nasce dal lasciarsi trasportare dalla trama a cui si sta lavorando. Il mio intrattenimento, in tal senso, diverrà quello di chi mi andrà a leggere. E tuttavia non posso stabilire con certezza cosa abbia determinato il successo del “Mercante”. In Italia escono ogni anno decine di migliaia di romanzi, e benché ultimamente si siano spese molte parole sul mercato dei libri, credo che le grosse vendite siano determinate soprattutto da un fattore: il passaparola. E il passaparola non puoi programmarlo né controllarlo. Il pubblico non si lascia ingannare.
I premi letterari, a suo parere, sono un utile strumento per promuovere una cultura del libro e della lettura? Come giudica il panorama italiano dei premi letterari: sono troppi o sono tutti importanti per donare visibilità agli autori e ai loro testi?
I premi letterari giocano un ruolo ben più importante del dare visibilità a determinati libri e autori. Questo genere di iniziative – mettendo in movimento associazioni, librerie, giurie, biblioteche e mass media – sono una delle maggiori prove che in Italia non si faccia soltanto tivù spazzatura e cattiva politica, ma anche cultura. Detto ciò, la varietà dei premi letterari testimonia l’esistenza di un pensiero non ancora omologato e non del tutto massificato, ma suddiviso in sfumature, in gusti e in orientamenti di lettura. Ogni premio possiede le proprie peculiarità, quindi una propria ragione di esistere, proprio come accade per ogni aspetto della cucina regionale – o addirittura provinciale – del nostro Paese.
Secondo lei, perché in Italia si legge meno che negli altri Paesi europei? Quali strategie si possono adottare per diffondere l’amore e l’abitudine della lettura?
A tutti (in potenza) piace leggere, così come a tutti piace il cibo. Bisogna soltanto scoprire i propri gusti. È una questione di educazione, e con questa parola non voglio chiamare in causa solo le scuole ma anche le famiglie. Il mio amore per la lettura nasce dal fatto che, quand’ero bambino, trovavo a casa sempre qualcosa da leggere, e un po’ per volta mi sono avvicinato all’universo della narrativa. Da quel momento, non ho più smesso di leggere. Se il mio unico rapporto con i libri fosse stato relegato all’ambito scolastico, forse non avrei mai scoperto il piacere insito nella fiction. E ciò perché ho sempre odiato le forzature: gli unici libri che mi rifiutavo di aprire erano quelli che mi venivano imposti. Uno dei miei incubi ricorrenti era il “romanzone” imposto dal programma scolastico provvisto di esercizi alla fine di ogni capitolo. Ho sempre cercato di sottrarmi a simili violenze psicologiche. E credo che se vogliamo fare riscoprire ai nostri ragazzi il piacere di leggere, si debba lasciarli liberi di accostarsi ai libri che più li incuriosiscono. Imporre un romanzo sbagliato a diciassette anni può uccidere un potenziale lettore. Evitare i D’Annunzio in favore degli Emilio Salgari, a mio avviso, sarebbe il primo passo.
22 luglio 2012 
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