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Cos’è la “Madeleine di Proust”, significato e origine

Allo scrittore francese è associata la cosiddetta "Madeleine de Proust", conosciuta anche come sindrome di Proust. Scopriamone il significato

Oggi ricorre l’anniversario di Marcel Proust, lo scrittore francese più tradotto e diffuso al mondo ed uno dei più importanti della letteratura europea del Novecento. A lui è associata la cosiddetta “Madeleine de Proust”, conosciuta anche come sindrome di Proust,  un termine francese che può designare una parte della vita quotidiana, un oggetto, un gesto, un colore e in particolare un sapore o un profumo, che evocano in noi ricordi del passato, come una madeleine al narratore di “Alla ricerca del tempo perduto” ne “Dalla parte di Swann”, il primo volume del romanzo di Marcel Proust.

La Madeleine di Proust

“le petite madeleine” proustiana consiste nella memoria involontaria (non voluta e quindi non ragionata), evocata da un sapore. Nello specifico, quello di un morbido dolcetto che viene offerto a Proust, inzuppato nel tè e, appena lui ne sente il gusto, improvvisamente comincia a ricordare di quando era piccolo e di sua zia che gli portava una madeleine, tutte le mattine al risveglio.

Marcel Proust si meraviglia nel constatare che il gusto è lo stesso; ed ecco che si illumina e comprende che gusti e sapori, possono vivere così a lungo, anche quando noi stessi non ne abbiamo più memoria che i ricordi possono riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo. A chi non sono mai capitati episodi simili, intrisi di piacevolezza e nostalgia?

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Dalla parte di Swann

Di seguito, l’estratto dell’episodio tratto dal libro “Dalla parte di Swann“.

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.

E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa.

E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla?”

Il tempo ritrovato

Non solo la madeleine e il tempo che non c’è più. All’interno de “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust troviamo “Il tempo ritrovato“, il settimo e ultimo volume della sua celebre opera  e precisamente la parte in cui Proust espone ciò che pensa riguardo agli scrittori, i quali, osservando se stessi in profondità, sono capaci di scrivere il loro libro vero, essenziale, il più autentico.

E il libro vero, dice ancora Proust, non nasce di certo dalla gioia, dalla luce, bensì dall’oscurità e dal silenzio. La scrittura (la poesia e non solo) il mio mezzo naturale di espressione, di ricerca e conoscenza di me stessa per infine tradurre con le parole, ciò che trovo e conosco. Ed ecco che Proust dice che il lettore, quando legge un libro (il libro vero appunto), non fa altro che leggere se stesso perché il libro medesimo diviene una lente di ingrandimento con cui il lettore può scrutare meglio dentro di sé fino a portare alla luce, ciò che da solo non sarebbe molto probabilmente riuscito a scorgere.

I libri ti prendono per mano e ti conducono fuori e dentro di te, in quei luoghi che da soli, forse, non potremmo raggiungere. I buoni libri fotografano in profondità, rinvenendo un po’ delle tessere del proprio mosaico e così, più si legge e più ci si impara a conoscere…e ogni libro che si accumula amplia il divario tra come si è oggi e come si era ieri, senza tuttavia perdersi di vista e accostandosi a come si potrebbe divenire domani.

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