Liberi naviganti di stupori

L’urlo delle madri mancate

L'urlo delle madri mancate

Ci mancava l’ennesima giornata. Non erano abbastanza quelle che avevamo fino ad ora, per celebrare, ricordare, riflettere: avevamo bisogno anche del #FertilityDay e dell’incitamento a non aspettare la cicogna!

Un tempo erano i genitori a far sentire sfigate le figlie che “in età da marito” erano ancora sole, ora ci pensa la Ministra della Salute a ricordare a me e quelle come me, che esiste un orologio biologico.

I figli vanno fatti presto, ci sentiamo dire, e ci vediamo piazzare sulla testa una bella clessidra, a ricordarci che il nostro grembo, probabilmente, resterà una noce vuota ai margini del tempo, lontano dal chiacchiericcio fitto delle mamme con carrozzine. E mentre le mamme 2.0 postano, un po’ con entusiasmo sincero, un po’ con incuranza sciatta della pedofilia dilagante in rete, le foto della crescita e dei progressi dei loro bebè, io e quelle come me accordiamo un “mi piace” frettoloso, perché i bambini sono splendidi da sempre, e volgiamo lo sguardo altrove.

Il nostro orologio biologico lo portiamo dentro, come i nostri sogni di mare e di felicità, imparando a convivere col vago senso di frustrazione e inadeguatezza di chi non ha marmocchi che ti tengano sveglia la notte. E ognuna di noi trova giorno per giorno la ricetta, per essere una Donna senza figli felice, perché o l’abbiamo scelto, o ci tocca, così è e ce ne siamo fatte una ragione.

Ma chi siamo? Mi presento, sono una come tante: ho quarant’anni, lavoro da venti e sono precaria da altrettanti. Sposata da sei e niente figli. Otto libri e alcuni racconti, sono i miei bambini, che prendo per mano e porto in giro: storie di mare e di donne madri, donne conchiglia, perché nella scrittura, per fortuna, si vivono anche le vite che immaginiamo soltanto. Ho una laurea con lode in Ingegneria, faccio la giornalista da sempre e quando accosto parole mi sento dinamicamente proiettata nel mio mondo, l’isola che non c’è, ormai. Un lavoro che non c’è più, perché sono nati “i giornalismi” e all’impegno non corrisponde un compenso. Equo o meno, a volte neanche un euro, per cui meglio restare a fare la calza a casa.

Periodi di contratti, altri di speranze, altri ancora di nulla espanso, in cui contarsi dieci euro in tasca e negarsi una pizza con gli amici. Eppure andiamo avanti giorno per giorno, navigando a vista come marinai esperti, visto che abbiamo imparato a convivere con i giorni di mare grosso.

Le porte sbattute in faccia di oggi sono mail alle quali segue il silenzio, ma non ci arrendiamo.

Cara Beatrice, noi non aspettiamo la cicogna e neanche il lavoro, quello abbiamo cercato di inventarcelo, imparando presto a credere ai nostri progetti e non alle promesse degli altri. Abbiamo la schiena dritta e molta rabbia dentro,  che a volte diventa scoraggiamento, perché siamo umane. Non abbiamo aspettato l’amore, perché non si covano pretese di avvenire negli occhi dell’altro, la vita si lascia fluire, ovunque porti. Non aspettiamo di essere consolate, non aspettiamo nulla. Meno che mai le tue campagne, delle quali tu dici che non comprendiamo il messaggio.

Siamo in ritardo? Lasciaci il nostro tempo, di sogni sgualciti, incazzature, di ritagli di felicità, di lavoro che non c’è, lasciaci le nostre prime rughe  e la nostra forza che è bellezza. Quella di chi scava la pietra con le mani e ha il fuoco negli occhi, perché anche questo sappiamo fare, noi madri mancate che mordiamo un tempo imperfetto, in cui il valore non conta, il cognome si.

Ho quarant’anni, non ho ancora i capelli bianchi perché il Signore ha deciso così e, forse si, ho paura di invecchiare da sola. Ma nella Vita la capacità di adattamento è grande e tutto si affronta.

Anche con un sonoro VAFFA quando serve. Come il 22 settembre, a chi ci ha messo una clessidra sulla testa che pesa più di un macigno.

 

Maria Pia Romano

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