l'analisi

“L’ultima partita a carte” di Mario Rigoni Stern e la retorica in politica oggi

La politica che diventa ideologia e tralascia il contenuto etico, il bene della popolazione. In una frase: la politica che ricorre alla retorica per parlare ai cittadini.
"L’ultima partita a carte" di Mario Rigoni Stern e la retorica in politica oggi

La politica che diventa ideologia e tralascia il contenuto etico, il bene della popolazione. In una frase: la politica che ricorre alla retorica per parlare ai cittadini. La questione si rinnova di epoca in epoca, ed è possibile analizzarla anche attraverso opere letterarie del passato, capaci di anticipare ed analizzare il presente.

“Zio – gli dissi – vedrai che finirà presto. Quando noi arriveremo in Russia sarà già finito tutto.
Mi guardò in silenzio. Sussurrò – Ragazzo, tu parti perché sei un soldato. Ti auguro solo di ritornare.
Queste ultime parole scesero pesanti e riprendemmo l’ultima partita. Loro, quelli contro cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori, gli assi; noi le scartine.
Le nostre figure erano già state tutte giocate”

Lo Zio è lo Zio Toni, alpino all’inizio della Grande Guerra e caposorvegliante alla Fiat negli anni della seconda guerra mondiale. Il ragazzo è Mario Rigoni Stern (Asiago 1921-2008), colui che Primo Levi definì “uno dei più grandi scrittori italiani”. Un uomo che, come lo Zio Toni, ha vissuto la guerra – la Grande Guerra – non può che guardare, addolorato e privo di speranze, il giovane e ingenuo ragazzo che parte, ancora animoso, verso quella campagna in Russia, che tanto patimento, dolore e morte provocò a numerosi giovani soldati.

L’ultima partita a carte

In L’ultima partita a carte, testimonianza richiesta dalla casa editrice Einaudi, dopo l’intervento tenuto da Mario Rigoni Stern, nel 1997, presso la Fondazione Cini di Venezia, il grande Sergente, che si prefigge l’obiettivo di riportare a casa i suoi compagni soldati, rivela un’anima poetica e sognatrice nel portare con sé in guerra la Divina Commedia di Dante e nel pensare al “tacito infinito andar del tempo” di Leopardi, quando, sdraiatosi sulla nuda terra, nel mezzo della steppa russa, mentre poco lontano infuria la Battaglia di Stalingrado, gli sembra di essere “l’unico uomo vivente per centinaia di chilometri”. Quel ragazzo, che compirà il suo ventiduesimo compleanno, prigioniero nel Lager I-B, capirà il significato profondo delle parole dello Zio Toni e lo metterà per iscritto, rendendolo una testimonianza da consegnare ai giovani.

La partita fu giocata al tavolo dei governanti – il re, Mussolini, Badoglio – e la posta in gioco fu la vita di tanti italiani. Ma con quale diritto? Con quale ragione?
E perché, quei giovani italiani, parteciparono al gioco, perché, in modo ingenuo e sprovveduto,
credettero che fosse giusto combattere e dare la vita per l’Italia “bella e giusta” di Mussolini? Perché credettero fosse loro dovere morire?

Fu la retorica, fu l’educazione fascista ricevuta, nutrita di letture intrise di nazionalsocialismo e fascismo, tra le tante l’Italia mia di Papini, la cui lettura trionfalistica della guerra crea indignazione nell’animo del soldato, che tanti compagni aveva perduto in quella guerra. Fu la vacuità delle parole del re e di Mussolini, che vedeva nella guerra il mezzo più efficace per “eliminare le mezze cartucce e migliorare la mediocre razza italiana” (così scrive Galeazzo Ciano nel suo Diario).

La retorica in politica

La retorica: questo è il problema della politica. La politica che diventa ideologia e tralascia il contenuto etico. Il politico che parla alla folla e alle masse è un oratore che non andrà molto lontano. Il politico che parla all’individuo-cittadino e crede nell’eticità del suo lavoro è sempre stato raro nei tempi e ancora di più in un’Italia, i cui governanti vivono di parole, di etichette e di paura.

Béatrice Sciarrillo

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