I libri? Sono ancora uno strumento per lasciare il segno

Gli ultimi casi editoriali, riguardanti scrittori non di professione, sono stati l’occasione per Paolo Di Paolo di riflettere sulla forza dell’oggetto libro, spesso bistrattato ma infine tanto potente
I libri? Sono ancora uno strumento per lasciare il segno

MILANO – I libri rappresentano il disperato bisogno dell’uomo di permanenza nel mondo: lasciare un segno, raccontare la propria vita, farla durare oltre noi stessi. Per questo i libri continuano ad avere uno spessore, una necessità anche quando ci sembra il contrario. E’ un “elogio all’oggetto libro” quello che lo scrittore Paolo Di Paolo ci regala in esclusiva a commento degli ultimi casi editoriali, non strettamente legati ad opere scritte da autori tradizionali; nello specifico, ci riferiamo all’annuncio del libro dell’inviata delle Iene Nadia Toffa, la cui dichiarazione “il cancro è un dono” ha scatenato un acceso dibattito in rete, e l’uscita della biografia dell’ex capitano della Roma Francesco Totti, contenente affermazioni inedite che hanno portato all’annuncio di dimissioni da parte di un dirigente della Roma. Questi ultimi due casi, a distanza di pochi giorni, sono stati l’occasione per Paolo Di Paolo di riflettere sulla forza dell’oggetto libro, spesso bistrattato ma infine tanto potente.

«C’è un tipo di libro – spiega lo scrittore – quello che di solito finisce nella categoria “varia”, che a volte sembra del tutto inoffensivo. Volti dello spettacolo, dello sport, della cucina d’autore. Sono libri che magari guadagnano le vette delle classifiche, ma hanno tutta l’aria di oggetti “disarmati”. Ogni tanto, invece, accade che dietro una confezione rassicurante si nasconda qualcosa che produce attrito.

D’altra parte è molto facile oggi estrarre qualcosa da quell’oggetto, la parte più affilata, ancor prima che arrivi nelle mani delle persone, e diffonderlo sui social. E resta sorprendente che, a monte, proprio il “vecchio” libro sia ancora in grado di innescare reazioni esagitate. Ciò è successo sia per le dichiarazioni contenute nel libro di Nadia Toffa, Fiorire d’inverno, sia per quelle dell’autobiografia di Francesco Totti Un capitano. Il libro dell’ex capitano della Roma, scritto con il giornalista Paolo Condò, contiene aneddoti legati alle polemiche che hanno accompagnato gli ultimi anni della carriera di Totti. Man mano che si diffonde la lettura del libro, direi quasi ora per ora, emergono dettagli che creano scompiglio fra tifosi e dirigenti…

Buffo, no? Questa casistica ci ricorda che, intanto, i contenuti di un libro, qualunque libro, non sono sempre così “pacifici” rispetto alla realtà. E questo puoi saperlo solo se con un libro ti confronti, se vai al di là della copertina, della “trama”. I libri hanno sempre qualche rivelazione spiazzante, anche quelli che ci sembra di conoscere già. Uscendo dal campo della “varia”, penso a quanti romanzi che sembrano solo una storia, una storia d’invenzione, sono incredibilmente spiazzanti, provocatori, capaci di farti saltare sulla sedia. Lo vediamo su larga scala per le confessioni scritte di due volti noti, ma dovremmo ricordarcene ogni volta che accostiamo l’apparentemente “pacifica” letteratura.

C’è un’altra questione che mi sembra interessante da sottolineare: proprio quando pensiamo che quell’oggetto – il vecchio libro – lo stiamo difendendo a vuoto, ci accorgiamo che ha un valore anche per chi non supponevamo glielo attribuisse. La biografia di Totti, come anche la confessione di Nadia Toffa, hanno la forma di un libro. Ovvio? Mica tanto. Evidentemente, anche se operi in un campo lontanissimo da quello editoriale, senti che al momento di dire qualcosa che consideri importante, ti affidi a un oggetto che c’entra magari poco con la tua vita. Gli attribuisci un valore. La cosa per certi versi mi fa sorridere – niente snobismo, ma è curioso – e dall’altro mi conforta. È come se non avessimo ancora trovato qualcosa di nuovo – un manufatto, un dispositivo – che ci dia tanto forte l’idea di permanenza tanto quanto un oggetto fatto di carta e segnato d’inchiostro. In qualche modo, in questa coda del secondo decennio di ventunesimo secolo, se dobbiamo comunicare cose importanti, sempre al libro torniamo».

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