Ricorrenze poetiche

Le poesie più celebri di William Wordsworth, il padre del romanticismo inglese

Il 7 aprile 1770 nasceva William Wordsworth, uno dei più importanti poeti della letteratura inglese. Lo ricordiamo con le sue poesie più belle

MILANO – William Wordsworth è ritenuto il fondatore del Romanticismo e soprattutto del naturalismo inglese, grazie alla pubblicazione nel 1798 delle ”Lyrical Ballads” (Ballate liriche), primo vero e proprio manifesto del movimento in Inghilterra. Wordsworth e Samuel Coleridge sentirono ed espressero nelle ‘Lyrical ballads’ la necessità di precisare e definire nuovi temi e un nuovo linguaggio poetico. La scelta di trattare una materia desunta dalla vita quotidiana implicava l’adozione di un linguaggio completamente differente, adatto a persone calate nelle esperienze di vita anche più umili. In occasione dell’anniversario della nascita, ecco le poesie più celebri di William Worsworth.

 

 

Arcobaleno

 

Il mio cuore esulta al cospetto

dell’arcobaleno che sta nascendo:

come venendo al mondo;

come nel sapersi uomo;

così, nello scoprirsi vecchio,

mi sia data la morte!

Il Bambino è padre dell’Uomo

e siano i miei giorni

l’uno all’altro stretti

dal sentimento della natura.

 

 

Giunchiglie

 

Vagavo solo come una nuvola

che galleggia in alto, oltre valli e colline,

quando all’improvviso ho visto una folla,

una moltitudine di giunchiglie dorate,

accanto al lago, sotto gli alberi,

svolazzare e danzare nella brezza.

 

Continue come stelle che splendono

e scintillano sulla via lattea,

si stendevano in una linea infinita

lungo il margine di una baia.

Ne vidi diecimila a colpo d’occhio

che scuotevano le teste in una danza vivace.

 

Le onde ballavano al loro fianco ma loro

superavano le scintillanti onde in allegria

un poeta non poteva che essere felice

in una compagnia così gioconda

io le fissavo sempre di più ma pensavo poco

alla ricchezza che quello spettacolo mi aveva portato

 

perché spesso, quando sto sdraiato sul mio giaciglio

distratto o pensoso,

loro lampeggiano su quell’occhio introspettivo

che è la beatitudine della solitudine

allora il mio cuore si riempie di piacere

e danza con le giunchiglie

 

 

Un sonno mi sigillò la mente

 

Un sonno mi sigillò la mente –

non avevo paure umane –

lei pareva creatura che non sente

il tocco di anni terreni.

 

Ora non ha più forza né moto,

non vede né sente –

avvolta nel flusso della terra

diuturno, fra piante, sassi, rocce.

 

 

La mietitrice solitaria

 

Guardatela. Unica nel campo,

Solitaria ragazza dell’altopiano,

Che miete e fra sè canta!

Fermatevi, o passate oltre in silenzio!

Sola essa taglia e lega il grano

Mentre canta una malinconica canzone.

Udite, la valle immensa

Trabocca del suo canto.

 

Nessun usignolo mai cantò

Più gradevoli note e spossate compagnie

Di viandanti in qualche oasi ombrosa

Nei deserti dell’Arabia;

Mai si udì il cuculo

Rompere a primavera i silenzi marini

Con voce così seducente

Nelle remote Ebridi.

 

Chi mai mi dirà di cosa essa canta?

Forse le dolenti note scorrono

Per cose antiche, tragiche e lontane,

Per battaglie d’epoche remote,

O forse era un lamento più umile,

Per faccende familiari, cose d’ogni giorno,

Forse è un dolore normale, una perdita, un dispiacere

Che è stato e potrà ricapitare.

 

Qualsiasi il tema, la vergine cantava

Come se il suo canto non dovesse mai finire:

La vedevo cantare durante il lavoro

E mentre si piegava sulla falce.

Ascoltavo senza muovermi o parlare,

E salendo la collina

Portai nel cuore quella musica

Ben oltre il momento che più non la sentii.

 

 

Versi

 

È questo il primo giorno mite di marzo,

Più fragrante di momento in momento,

Col pettirosso che cinguetta in cima al larice

Che sorge accanto alla nostra casa.

Aleggia nell’aria una benedizione

Che sembra infondere un senso di gioia

Agli alberi spogli, alle nude montagne

Ed ai verdi campi erbosi.

Sorella mia! Ho un desiderio:

Ora che la nostra colazione è terminata,

Fai presto, lascia le tue faccende mattutine,

E vieni fuori a goderti il sole.

Edward verrà con te, e ti prego,

Presto, mettiti il tuo abito silvestre,

E non portar libri, chè questo giorno

Noi lo dedicheremo al riposo.

Nessuna tetra parvenza sarà legge

Per il nostro vivente calendario:

Da oggi, amica mia, data per noi

L’inizio dell’anno.

Amore, che ora ovunque rinasce,

Migra furtivo di cuore in cuore,

Dalla terra all’uomo, dall’uomo alla terra,

– E’ questa l’ora dei sentimenti.

Ora un momento potrà darci di più

Di cinquant’anni di ragionamenti;

Le nostre menti succhieranno da ogni poro

Lo spirito della stagione.

Poche tacite leggi si daranno i nostri cuori

Cui prestare lunga obbedienza;

Per l’anno a venire prenderemo

L’esempio da quest’oggi.

E dal beato potere che aleggia

D’Intorno, quaggiù e su in cielo,

Trarremo la misura delle anime nostre,

Accordandole alla nota d’amore.

Orsù vieni, sorella mia! Vieni ti prego,

Presto, mettiti il tuo abito silvestre,

E non portar libri, chè questo giorno

Noi lo dedicheremo al riposo.

 

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