Libri da leggere

“Le isole di Norman” di Veronica Galletta, il romanzo vincitore del Premio Campiello

Romanzo vincitore del Premio Campiello opera prima, “Le Isole di Norman” di Veronica Galletta è un superbo esordio letterario. Di Maria Pia Romano
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Romanzo vincitore del Premio Campiello opera prima, “Le Isole di Norman” di Veronica Galletta è un superbo esordio letterario. Ambientato a Ortigia, terra natia dell’autrice, il libro scorre lieve con le sue trecento pagine di pennellate vivide. C’è la Sicilia che fa da sfondo alla storia di Elena, in procinto di iniziare i suoi studi universitari, con un padre ex militante del PC e una madre che vive di libri e di silenzi. I luoghi da esplorare diventano paesaggi dell’anima di una ragazza che semina libri e pensieri, in un adorabile sforzo di comprensione e ricostruzione di passato con quale fa i conti giorno per giorno. Una scrittura intensa e suggestiva, racchiusa nello scrigno adorabile dei libri intonsi della Collana Incursioni di Gaffi-ItaloSvevo. Non poteva esserci abito migliore per questa storia di sentimenti e di mare, di libri e di mappe del cuore, che passo dopo passo ci svelano l’imperfetta e amabile umanità che ci pulsa dentro.

Perché è da leggere

Elena, la protagonista, ci apre le porte del suo mondo delicato, fatto di mappe che, in qualche modo, le pare che la aiutino a semplificare e comprendere la vita, eppure non tutto si può racchiudere in uno schema. Tenera appare al lettore Elena da piccola, con la pelle ustionata dall’acqua bollente e le isole disegnate sulle gambe e sulla schiena. I genitori si struggono per lei, eppure con le loro pene non vengono mai svelate, ma covate nel segreto dell’animo, perché quando è troppo difficile parlare, i silenzi e le azioni dicono più di ogni parola. Vorrebbe capire tutto, Elena, tenere in pugno il mondo intero “nel disperato tentativo di esercitare un controllo”, ma non può e quando se ne accorge, inizia a sentirsi libera di andare. Ha avuto in dono la libertà, la piccola Elena che è diventata adulta a ingoiando i colpi della vita senza mai piangere. Le restano matasse di ricordi e il sapore di quella parmigiana che suo padre ha imparato a fare in un giorno strano, in cui lei ha sentito il peso dell’assenza e non ha voluto crederci. Ci vuole il tempo che ci vuole per accettare la vita e la sua “disturbante normalità”, per chiudere le mappe in un cassetto e un pugno di ricordi in una valigia, custodendo gelosamente nel cuore quel “dominio fragile, sempre in movimento” , che ha segnato la sua infanzia. Pagina dopo pagina, ci si accorge di volere bene a Elena e alla sua sgangherata famiglia, perché chiunque abbia avuto bisogno di costruirsi dei mondi tutti suoi, sa che ogni volta che la realtà si scosta dall’idea della perfezione, possono nascere le storie. E questa è una di quelle storie che s’incidono dentro, in tutta la sua straordinaria normalità.  Il desiderio di andare a Ortigia, intanto, vibra dentro…

L’intervista a Veronica Galletta

“Chissà cosa fa tutto il giorno là dentro. Senza televisore, senza telefono, senza radio. Solo libri. Forse li legge tutti”. Il tuo libro è interamente pervaso dall’amore per i libri. Quali sono state le letture che ti hanno segnata?

Non saprei adesso elencarli tutti, potrei provare. La scriverei, ci penserei, la modificherei, ci ripenserei, alla ricerca della lista perfetta. La verità forse è invece che i libri che ti hanno segnata non lo sai neanche tu quali sono, perché ti sono entrati sottopelle, tanto che ci hai modellato una parte della tua vita. Però posso dire a quali libri pensavo scrivendo Le isole di Norman, alcuni perché sono evidenti, altri perché li ho segnati in un quaderno. E allora c’è “L’isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson, c’è “Il mio letto è una nave sempre” di Stevenson, c’è “La trilogia della città di K” di Agota Kristof, “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini (quello anche in esergo). E poi “Il canto d’amore” di J. Alfred Prufrock di Eliot.

“Vorrebbe dirle qualcosa, ma non sa cosa dire. Ecco cosa succede a coltivare il silenzio. Il silenzio poi ti si fa attorno, anche quando ci sarebbe bisogno di parole.”. Quanto hai bisogno del silenzio, tu che ami le parole?

Moltissimo, in maniera disperata a volte. Senza silenzio non ci sono le parole, non c’è modo di riuscire a coordinarle e poi a metterle giù con ordine. Il silenzio mi serve soprattutto quando esco, quando vado in giro, porto mio figlio al parco e mi siedo sulla panchina più lontana, guardo fuori dal finestrino del treno dal posto più isolato. Senza silenzio, senza orecchie sgombre, è come se i miei occhi non riuscissero a guardare, a vedere quello che poi mi serve vedere, per tornare a casa e rielaborarlo.

“A volte vorrebbe che tutto potesse ridursi a colonne di libri, da mettere in ordine su una griglia da analizzare. E invece no, non può. Forse la soluzione è questa per tutti. Uscire”. Chi ama i libri e la scrittura, la bellezza dei modelli, come te che sei ingegnere, si innamora della complessità che si fa semplice e non vorrebbe uscire mai dai suoi mondi? L’imprevedibilità della vita affascina o disorienta?

Direi per opposti. L’imprevedibilità della vita affascina proprio perché disorienta, perché cerchi un modello per maneggiarla, una curva che riesca a interpretare tutti i punti che hai raccolto, con il desiderio di vedere l’indice di regressione finalmente vicino a uno, e la paura, o forse ancora meglio la consapevolezza che forse sono sbagliate le ipotesi che hai fatto, i parametri che hai scelto, i punti che hai considerato come fermi. Per questo, serve molto silenzio per analizzare la complessità.

Nel tuo romanzo parli della “settimana dello stupore”. Immagine incantevole. Per te, è stata quella in cui il tuo romanzo è risultato Vincitore del Premio Campiello Opera prima?

Se pensiamo a certe cose che si dicono, di quanto c’è di te nei tuoi personaggi, una certa forma di stupore estatico fin quali all’imbambolamento fa pare di un mio modo d’essere. Nella settimana dell’annuncio del premio sono stata una Elena che si muove nel mondo. Stupore a non finire. Stupore e felicità.

Veronica il tuo esordio letterario è stato un successo clamoroso. Quando hai iniziato a scrivere e come è nata la voglia di pubblicare questo romanzo?

Ho iniziato a scrivere qualche anno fa, una decina. Appena arrivata a Livorno, città nuova, tutto nuovo, ho cominciato a frequentare un gruppo di lettura e scrittura. Là ho cominciato a scrivere qualche pezzo, a fare esperimenti. Poi ho proseguito, e da un certo punto in poi ho cominciato a scrivere in maniera organizzata. Con appunti di idee, cartelle separate nello studio e sul PC.

“Si vede quello che si è pronti a vedere”. Molto bello e molto vero. Cosa vedi tu oggi, che non vedevi a vent’anni, e viceversa?

Vent’anni fa vedevo molto poco, mi verrebbe da dire, ma so che è una risposta falsata dal ricordo. Vent’anni fa avevo un’energia diversa, che spendevo in cose diverse rispetto ad adesso. Ecco forse quello che non vedevo vent’anni fa è che le energie, anche quando ne hai tante che ti appaiono infinite, necessitano di essere canalizzate, e protette anche. La scrittura forse mi permette di fare questo. Di canalizzarle, e proteggerle.

Hai un altro libro nel cassetto? Se sì, vorresti anticiparci qualcosa? Se no, come immagini la scrittura che verrà dopo le isole?

Ho vari altri progetti, in itinere a stadi diversi. Per ora però no, non esiste nulla che sia così interessante da poterne parlare. Per adesso è il momento de Le isole di Norman, è giusto che io lasci a loro il giusto spazio. Se lo sono meritato.

Di Maria Pia Romano

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