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La storia incredibile dei “treni della felicità” raccontata da Viola Ardone

"Il treno dei bambini" è un romanzo, ma anche un viaggio indimenticabile nella storia dell’Italia che cantava “O Bella Ciao” e nei paesaggi interiori dell’essere umano
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Un libro incantevole, scritto con grazia suprema, destinato a lasciare il segno nel tempo. “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, Einaudi Stile Libero, è il caso editoriale italiano dell’ultima Fiera di Francoforte ed è in corso di traduzione in 28 lingue.

Amerigo Speranza è uno dei settantamila bambini poveri del Sud che nel 1946 furono affidati temporaneamente a famiglie benestanti del Nord. Il piccolo, soprannominato Nobèl dai suoi amichetti del vicolo per via della sua vivace intelligenza, lascia Napoli per salire su un treno diretto a Modena. L’inverno trascorso in casa della Famiglia Benvenuti cambierà per sempre la sua vita, facendogli scoprire l’amore per la musica e schiudendo per lui orizzonti inattesi.  Alla potenza di una storia realmente accaduta, Viola Ardone, classe ’74, unisce la profonda bellezza di una scrittura a colori in un crescendo emozionale palpabile e di rara intensità. 

Come è nata l’idea di prendere ispirazione dai “treni della felicità”, ovvero l’operazione del Partito Comunista che, insieme all’Unione Donne Italiane, nel Dopoguerra organizzò l’accoglienza al Settentrione dei bambini del Sud?

Mi sembrava che questa storia del dopoguerra potesse parlare ancora al nostro presente. La questione delle migrazioni e in particolare dei minori che arrivano nel nostro Paese è molto attuale. La povertà, il bisogno non sono scomparsi dalle nostre vite, hanno solo cambiato latitudine. Oggi, chi tende la mano in cerca di solidarietà proviene dall’altra parte del mare. Il Partito comunista ebbe nel dopoguerra la capacità di dare una risposta a un’emergenza che riguardava una parte del Paese. La politica di oggi non ha un progetto altrettanto valido per porre fine alle stragi di migranti che si verificano quotidianamente al largo delle nostre coste.

“Io dei bombardamenti mi ricordo il rumore delle sirene e gli allucchi della gente. Mia mamma mi prendeva in braccio e si metteva a correre. Andavamo nei rifugi e lei mi stringeva tutto il tempo. Io durante i bombardamenti ero felice”. La dolcezza di una madre e un figlio fa scordare anche la crudeltà della guerra…

Per Amerigo il ricordo dei bombardamenti è un ricordo dolce. Può sembrare paradossale, ma quelli per lui erano gli unici minuti in cui la madre lo stringeva in un abbraccio. Era un momento di intimità. Agli occhi dei bambini la realtà spesso si trasforma in modi che per noi adulti sono difficili da immaginare.

Una lingua magistralmente modulata ci fa vivere accanto ad Amerigo bambino e poi ci fa commuovere con l’Amerigo adulto, che torna nel vicolo dopo tanto tempo. Hai ascoltato realmente i racconti di quei bambini napoletani del ’46?

Li ho ascoltati dalle mie nonne, napoletane veraci, e dalle tante persone che hanno voluto raccontarmi la loro storia perché su quei treni ci sono salite davvero. Credo che la narrazione sia un dono e che la Storia si debba nutrire anche delle testimonianze orali di chi ha vissuto realmente esperienze che oggi ci sembrano lontane.

“La gente del vicolo non faceva che cantare, pure quando parlava. Sempre la stessa musica, non è mai cambiata”. Quanto è difficile parlare di libri alla gente del vicolo?

Portare la cultura nelle strade: mi sembra un bellissimo progetto. Anzi, farei di più: gemellaggi tra ogni quartiere e uno scrittore. Non sarebbe bello se ogni zona della nostra città potesse “adottare” l’opera di uno scrittore? La cultura deve uscire dai luoghi che, tradizionalmente, le sono stati assegnati. Mi piacerebbe che le persone, anche quelle dei vicoli, potessero appropriarsene. Sarebbe una rivoluzione!

“Camminavamo insieme, una mattina di novembre col primo freddo. Tu avanti e io appresso”. La separazione dalla madre si addolcisce nei frammenti di memoria?

Sì, nel ricordo Amerigo stempera la sua rabbia. Quando sa che il dialogo con sua madre non sarà più possibile, proprio allora inizia a parlarle, rivolgendosi a lei con il “tu”. È un dialogo con se stesso, in realtà, ma questo gli serve per potersi dare delle risposte che da sua madre non ha mai avuto e che non potrà più avere.

“Le braccia strette a croce sul mio cappottino. Per me è lì che resti. Aspetti, e non vai via”. Sembra trascorsa una vita intera, eppure Antonietta è ancora lì, in qualche modo.

Mi piace immaginare che le persone che abbiamo amato e che non ci sono più restino nei luoghi che abbiamo condiviso e in cui siamo stati felici. Per Amerigo, Antonietta resta in attesa, ferma alla banchina del treno, con il suo cappottino tra le braccia. Nella città in cui, nonostante tutto, vorrà sempre ritornare.

Cosa consiglieresti agli aspiranti scrittori e scrittrici?

Di lavorare tanto, di scrivere, riscrivere, accettare critiche e suggerimenti; non esitare a tagliare, buttare via interi paragrafi e ricominciare daccapo. Di curare in maniera capillare l’ortografia, la sintassi, il lessico. Di consultare una grammatica, se si ha qualche dubbio; non c’è niente di male: la nostra è una lingua complicata e piena di trabocchetti.
E poi, di perseverare, sempre!

Di Maria Pia Romano

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