Intervista a Giorgio Pirazzini

La Gattoterapia o contro il logorio della vita moderna

Intervista a Giorgio Pirazzini, autore del libro "Gattoterapia", un percorso per imparare ed essere “belli, eleganti, sinuosi e camminare via da ogni preoccupazione”
La Gattoterapia o contro il logorio della vita moderna

MILANO – “La paranoia, la paura, l’angoscia quotidiana hanno una cura: la Gattoterapia”.  In equilibrio felino tra slogan e prescrizione medica ecco in una frase quello che Giorgio Pirazzini ha illustrato nel suo romanzo Gattoterapia (edito da Baldini&Castoldi, pp. 213, 15 euro). Un romanzo, ma anche un manuale. Una storia, ma anche un percorso per imparare ed essere “belli, eleganti, sinuosi e camminare via da ogni preoccupazione”. Non vi aspettate di essere condotti dal livello principiante fino al livello esperto, passo per passo, si tratta pur sempre di un libro imperniato di gattosità e che vive di momenti alterni, imprevisti e capricciosi mettendovi di fronte ad una storia a volte respingente, poi affabulante e viceversa o che scatta a gran velocità e si fa un bell’esercizio a starle dietro ma che alla fine vi lascia tutto il suo effetto benefico e sembra dirvi “Ora sai come fare per stare meglio”, quasi fosse una puntata di Medicina 33 o, meglio ancora, Medicina 44 (gatti, appunto). Non potevamo non rivolgerci all’autore, luminare in materia di felinità, una pratica che affonda le unghie nel passato e fa molta presa nel mondo degli scrittori.

 

Caro Giorgio, il gatto Iago, protagonista animale della storia, nei primi anni della sua vita non se la passa benissimo. Se dovessi rinascere animale, rinasceresti gatto?

Mai, vivono neanche due decenni. Vorrei un pappagallo che ne campa duecento urlando trivialità e gli altri ridono e pensano che è così carino.

 

Se dovessi rinascere animale, l’animale di quale tipo di persona vorresti essere?

Vorrei essere l’animale di qualcuno che vive in campagna, svegliarmi e non respirare lo smog, sentire l’erba sotto le zampe, il vento che muove gli alberi. Tutte le cose che, come umano, mi piacciono al massimo per un weekend.

 

Nel libro viene detto “Gatti e cucina, l’accoppiata ruffiana del Ventunesimo secolo”. Il tuo è un libro ruffiano? O viviamo in un secolo ruffiano?

Facebook adora i gatti e la cucina (e le foto dei piedi). Ma anch’io – a parte le foto dei piedi. Questo fa di me, e del mio romanzo, un eccellente rappresentante di un secolo ruffiano in cui la tecnologia moltiplica le immagini svuotandole di significato. Adoro darmi un tono citando Baudrillard, ma sono davvero anche un cuoco appassionato, dote che, vi assicuro, è molto apprezzata.

L’ossessione per i gatti di questo secolo è esemplare: gli stiamo addosso, li fotografiamo, gli parliamo, li coccoliamo – mentre loro ci ignorano bellamente.

I gatti del mio romanzo, come i gattini che girano sui social network, sembrano coccoloni e teneri ma spesso ci dimentichiamo che sono predatori carnivori, in natura uccidono per mangiare e, qualche volta, per divertimento.

 

Lorenzo, il protagonista umano del tuo libro. Nella storia gli capita di venire interpretato da un attore nella serie televisiva tratta dal suo lavoro. Se nella realtà Gattoterapia diventasse un film a che attore ti piacerebbe affidare il ruolo del tuo protagonista e a quale altro attore il ruolo di suo alter ego televisivo?

Questa sarebbe una doppia combine niente male, pensare a un attore che vorresti interpretasse il tuo protagonista che a sua volta ha le sue preferenze. Voglio pensare solo ad attori italiani: perché no Edoardo Leo che si fa interpretare da Luca Argentero?

 

Lorenzo durante la sua fase di crisi personale e lavorativa afferma:  “diventare scrittore è il sogno notturno di ogni copywriter per sfuggire all’alienazione dovuta all’usare la propria creatività per vendere assorbenti. Quanto di Giorgio Pirazzini c’è in questa frase?

Assorbenti, deodoranti, acque minerali, zuppe liofilizzate, sono la stessa cosa; si basa tutto sul costruire una storia dietro il prodotto, una narrazione credibile in cui riconoscersi o esserne divertiti. A me questo piace. E poi mi danno i campioncini.

 

La Gattoterapia entra nella vita di Lorenzo durante una fase di crisi acuta. Tu la consiglieresti anche come terapia preventiva?

Lo psicologo ti dice che una volta che hai preso la decisione di andarci è già tardi perché la situazione è spesso già critica. Quindi assolutamente sì. Praticate gattoterapia.

 

Distacco, regalità, alterigia ma anche volersi bene, saper ascoltare i propri sogni e bisogni e non permettere a nessuno di oscurare la nostra personalità. Come si fa a trovare il corretto equilibrio tra essere gattosi senza sembrare degli egoisti sociopatici?

E infatti è uno dei dilemmi del romanzo. Per me è sempre un grande dilemma perché sono iperattivo e quindi diventa difficile scremare i progetti che valgono la pena. Fino a che punto la gattoterapia rimette in prospettiva le piccole paranoie della nostra vita e ci aiuta a focalizzarci sulle cose importanti e quando invece prende il sopravvento con ferocia? Non ho risposte. In bocca al lupo.

 

Prendere in casa un gatto di peluche e relazionarsi con lui è riconosciuta come Gattoterapia omeopatica?

Assolutamente. Anzi, passate a un tamagochi di peluche, vedrete che soddisfazioni!

 
Vista la felice riuscita del tuo libro, hai valutato la possibilità di fare esperienze di vita con altre specie animali per dar vita ad una saga sulla pet terapy?

Onestamente no. Il cane è un animale splendido, leale e impavido (non tutti, mi ha fatto notare chi lo conosce meglio di me…) , ma chi vorrebbe essere messo al guinzaglio? Chissà, magari la vita di un coniglio è così appassionante, ma non mi sembra. Orso, aquila, ramarro? Resterò fedele ai gatti.

 

Il tuo romanzo è un’ode alla gattitudine ma anche all’attitudine per la buona cucina, la ricercatezza nei sapori, negli abbinamenti e il buon bere. Se un lettore ti dicesse che leggendoti non gli è venuta voglia di prendere un gatto ma di imparare a diventare un buon cuoco, saresti contento lo stesso?

Ho fatto una scelta precisa nel romanzo: mettere la ricetta di tutti i piatti. Ho cercato di amalgamarla nella narrazione ma l’amore per i gesti deve restare. È un’ispirazione da Montalban, lo scrittore di Barcellona da cui Camilleri ha preso il nome del suo personaggio, che nelle storie del detective buongustaio Pepe Carvalho, prende il tempo di spiegare cosa si mangi e beva lungo tutta la storia. Quindi, sì, sarei contentissimo, e anche desideroso di un invito.

 

Adelmo Monachese

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