La donna di bruma, la donna dei milioni di anni

A chi può essere paragonata la donna di bruma, la donna dei milioni di anni? Ce lo spiega in versi la poetessa Francesca Rita Rombolà
La donna di bruma, la donna dei milioni di anni

MILANO – Bella, sensuale, fiera di se è forse dir poco di lei; flessuosa, piena di energia vitale, con una carica di libertà e una tale esuberanza impossibili forse da immaginare. Chi è lei? Sì, lei? Oh la donna fatta di bruma e di azural i cui passi silenziosi sono seta impalpabile sull’erba e tra i fiori, sul soffice muschio e tra le foglie vaporose delle felci. La donna dei milioni di anni e dell’attimo intenso. La donna del canto e della danza. Colei che custodisce il paradiso sotto la pianta dei suoi piedi, l’Altrove dei miti più remoti nei suoi lunghi e folti capelli, la felicità della specie nei suoi seni generosi, il misterioso segreto della vita nel suo ventre caldo e profondo, l’ imperscrutabilità della morte nei suoi fianchi sodi che si muovono con il ritmo del vento e della pioggia.

A chi può essere paragonata la donna di bruma, la donna dei milioni di anni? Forse alla lupa, perché è fiera e coraggiosa come la lupa, della lupa ha la forza, la grinta e la straordinaria capacità della lotta per la sopravvivenza e per la vita, la determinazione a risollevarsi e a ricominciare dopo ogni pesante sconfitta, l’istinto di femmina indomita che non si lascia sopraffare, non si piega, non si assoggetta a nulla che ella non voglia e che non ritiene giusto, necessario o importante serbando intatti la percezione dell’ indeterminato, il fulgore dell’amicizia, della solidarietà, dell’ideale.

Dov’è più oggigiorno la donna di bruma, la donna dei milioni di anni? E’ ancora presente, attiva? Esiste ancora?

Sì, esiste ancora. Non si è estinta. Si è forse nascosta. Vive forse nell’ ombra. Forse si sente incompresa e minacciata(e lo è di sicuro). Ma continua a lottare e a lottare per la propria libertà e per la propria bellezza, per esprimere se stessa e il proprio mondo interiore, per riuscire a conservare intatto quel dono gratuito meraviglioso di saper abbracciare l’Universo intero e costruire ed edificare anche là dove non sembra possibile poterlo fare più.

La donna di bruma, la donna dei milioni di anni sa quando il suo tempo viene e quando il suo tempo finisce. Quando l’ora si appressa o fugge. Quando il momento è fatale o prevedibile.

La donna di bruma, la donna dei milioni di anni è l’altra faccia dell’ Eternità. Ella ha sconfitto il tempo, e lo sa. E il suo esistere va oltre e oltre, ogni cosa. Oltre il Tutto.

La donna di bruma, la donna dei milioni di anni non ha colore, non ha età, non ha nazione o continente, non ha popolo, non ha etnìa. Canta il dolore. Danza la gioia. E’ donna. Nell’incommensurabilità del cielo stellato, nella vastità tellurica e ardente della terra, negli abissi inesplorati dell’ oceano.

E’ sposa. E’ sorella. E’ figlia. E’, naturalmente e magnificamente, madre. E’ soprattutto donna. E’ donna. E sa compatire, accogliere, vivere e morire. Sa essere e sa amare. E’ donna. Sì. E’ la donna. E lo sarà per sempre.

(…) Donna di bruma

scia di azural

al termine dell’alba

sogno proibito del viandante

sotto cieli stellati vasti

tra dune e rocce

di deserti immensi

sul corpo remoto e fragile

del pianteta.

Donna dei milioni di anni

acerbi come sogni senza forma

maturi come frutti succosi

che si danno alle labbra

incendiate dall’afrore

mistico della passione,

anni compressi ed esplosi

nell’attimo che fa

sorgere la luce

nell’istante supremo

che decide del vivere

e del morire, della fine

e dell’inizio.

Quell’attimo non trattenuto

e perso invocato più tardi

nel tremore bianco

che avvolge la soglia

dell’ ineluttabile passaggio,

quell’istante invocato

a lungo, non vissuto,

non compreso, amato

e disprezzato a un tempo.

Donna primordiale

che ha ascoltato i vagiti

dell’ Universo,

che raccoglierà il respiro

terribile della fine

dei tempi

quando la sua mano

sicura e dolce abbasserà

le palpebre dei viventi

e le sue dita fili

di seta e d’ oro

apporranno il sigillo

dell’ unione dei corpi splendenti

rivestiti di immortalità (…).

Tratto da “Il Poema della Grande Madre” (inedito) di Francesca Rita Rombolà

 

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