Intervista all'autore

“Io sono la bestia”, Andrea Donaera racconta la Sacra Corona Unita

La nostra corrispondente Maria Pia Romano ha intervistato Andrea Donaera, poeta salentino, classe 1989. "Io sono la bestia" è il suo primo romanzo

L’atteso esordio narrativo del poeta Andrea Donaera, sconvolge e incanta anche il lettore più esigente. Io sono la bestia, NN Editore, è un romanzo che lascia il segno per la potenza della prosa ondulata, capace di svettare ritmicamente in poesia. Ma anche per la ferocia della storia, ambientata in un Sud in cui la Sacra detta legge e la vita umana vale niente e per la bellezza del tessuto narrativo a più voci. Un amalgama irresistibile di sporcizia e lirismo, in cui le geografie dell’anima sono frontiere inesplorate.

Io sono la bestia – Andrea Donaera

Michele Trevi si suicida. Suo padre Mimì è folle di rabbia davanti alla bara del figlio. Il dolore lo dilania e lui, un boss della Sacra Corona Unita, vuole a tutti i costi farla pagare a Nicole, la ragazza di cui Michele era innamorato e che lo ha rifiutato, scoppiando a ridergli in faccia quando lui le ha donato un quadernetto di poesie (che il lettore potrà scaricare grazie ad un codice inserito nel libro). Nicole verrà sequestrata e rinchiusa in un casolare di campagna, con lei c’è Veli, un carceriere che legge libri e che si innamora di lei, rivedendo in Nicole la sua Arianna, la figlia dello stesso Mimì.

L’intervista ad Andrea Donaera

In un mondo che corre senza sapere dove va, Michele Trevi offre un quaderno di poesie a Nicole. Lei ride e gli volta le spalle. Quante volte la Poesia ci passa accanto e noi non abbiamo l’occhio interiore disposto ad aprirsi a Lei?

 Sicuramente la vita – con i mondi che la compongono – è costellata da momenti e oggetti che, a posteriori, potremmo definire “poetici”. Uno che scrive, in teoria, dovrebbe decodificare questi elementi e tradurli: restituendoli agli altri attraverso la parola scritta. Non è facile, però: nessun passaggio di questo “meccanismo” è garantito. Michele vede in ogni gesto di Nicole la formazione di un atto “poetico”: prova a tradurlo in poesia. Nicole non riesce a interpretare l’azione di Michele, lo scambia per “uno che ci vuole provare”. Ma Michele aveva già smesso di provarci: con tutto, con la vita.

“Stradine di paese che a lui mettono una tristezza, un’ansia”. Nel tuo Sud  quante volte l’ansia diventa soffocante?

 Per me lo è stata molte volte, ma l’ho capito soltanto una volta andato via. Guardando indietro sono riuscito a riconoscere il soffocamento che mi bloccava in quasi ogni azione quando vivevo nel Salento. È stato doloroso constatare questo, perché quando penso al Sud penso istintivamente a luoghi nascosti e misterici, meravigliosamente arcaici, pregni di una purezza atavica e popolati da donne e uomini puri, veri, rari.

“Casa sua era bella, pensa Mimì, pensa alla casa sua di quando era piccolo, casa sua di campagna”. L’infanzia di Mimì è lontana, eppure deve esserci stato anche per lui un tempo dell’innocenza…

Certo: per tutti c’è il tempo dell’innocenza. E quello strato di innocenza permane, in qualche modo, anche se sommerso da azioni orrende e visioni del mondo orride. Infatti Mimì, nella mia idea, non doveva essere un vero “cattivo”: ai veri cattivi non ci credo e mai ci crederò, perché significherebbe rinunciare a ogni profondità conoscitiva e umana. Il mio archetipo sacrale – con le debite distanze e scuse – è Walter White, il protagonista della serie televisiva Breaking Bad. White è al centro di una grandiosa narrazione nella quale lui è al contempo “buono” e “cattivo”: come ogni essere umano.

“Le sembra una pietra sua madre. Un muro, anzi…Questa madre le fa paura”. Accade più spesso di quanto non crediamo che un genitore possa fare paura?

Credo di sì. Le situazioni famigliari – ce lo raccontano le cronache – possono essere un nido fetido dove pullulano i germi dei peggiori orrori. Voglio comunque credere (come tutti, ovviamente) che una madre che fa paura sia assolutamente una brutta rarità.

“Non ho tracce di me. Se volessi ripercorrere la vita a ritroso troverei soltanto un terreno confuso e dissestato, nessuna impronta”. Si ha l’impressione che, in qualche modo, i libri siano appiglio discreto per non sprofondare. I libri possono davvero salvarci?

 I libri possono anche salvare, ma alla stregua di tante altre cose. Quello che salva è l’agganciarsi a elementi preziosi di quel mare magnum che è fuori di noi e che Jacques Lacan chiamava «il Grande Altro»: può essere una religione, uno sport, una controcultura, un genere musicale, la letteratura, lo studio degli insetti… Trovare un buco nella maglia stretta che ci imbriglia in noi stessi, uscire dalla rete di sé stessi: questo salva.

“Forse li odia tutti, ormai. Le scoppia la testa. Un macello.”: Arianna è rimasta sola. A cosa è servito restare?

Restare serve sempre. Perché nulla finisce mai davvero: tutto cambia, tutto ha dentro sempre l’Altro. Qualcosa succede sempre, se si ha la forza di restare.

“Lo rispetta, suo padre. Anche se era un pazzo che le ha devastato la vita.”. Questa è, forse, la lezione sconcertante che la vita offre ai disincantati?

Sì, credo sia così. Ma ogni lezione che si rispetti è sempre sconcertante. E se si è disincantati si è quasi sempre più lucidi e autentici – che poi è quello che serve, sempre, nella vita. Secondo me.

 

Di Maria Pia Romano

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