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L'intervista

“Il pane perduto” di Edith Bruck, perchè leggerlo

Dopo sessant’anni dalla pubblicazione del suo primo libro, Edith Bruck torna a raccontare le atrocità dei campi di concentramento

Edith Bruck è una scrittrice di origine ungherese, deportata quando era solo una ragazzina, è sopravvissuta insieme alla sorella maggiore a sei campi di concentramento. Da sempre racconta la sua esperienza infernale tra la crudeltà umana attraverso i suoi libri e con gli incontri nelle scuole. Il suo scopo è quello di tenere viva la memoria, sua e di chi quelle atrocità non le ha vissute, per fare in modo che la storia non si ripeta mai. L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita del suo nuovo libroIl pane perduto”.

“Il pane perduto”

La vita di Edith Bruck non è mai stata semplice. La sua, infatti, era una famiglia numerosa e poverissima. Ma Edith Bruck non si lamenta. “Nella disgrazia ebbi anche fortuna” racconta “quando ci arrestarono e ci portarono prima nel ghetto e poi nel primo campo di concentramento venimmo subito divise, ma io volevo restare con mia madre. Un ss allora mi picchiò affinché andassi nell’altra linea. In quel modo mi salvò la vita, lo capii solo dopo. Nostra madre venne subito mandata alle camere a gas”. Furono diversi gli episodi di fortuna per così dire, che aiutarono Edith Bruck, insieme al sostegno incondizionato della sorella Judit, a sopravvivere. Un nuovo problema però si presentò con il ritorno alla normalità.

L’umanità impossibile ritrovata nei campi di concentramento

Ritrovai la speranza nell’umanità e in me stessa quando, un giorno, il cuoco del campo mi chiese come mi chiamassi, una cosa piccolissima, in una situazione normale nemmeno degna di nota. Ma dopo mesi e mesi in cui vieni identificata solo con un numero, quella domanda ha fatto la differenza.” Dice Edith Bruck “il cuoco poi tirò fuori dalla tasca un piccolo pettinino e me lo regalò, mi stavano già ricrescendo i capelli, e mi disse che a casa aveva una bambina come me”. Quell’umanità ritrovata diede a Edith Bruck un’ulteriore spinta per la sopravvivenza. C’era ancora qualcosa in questo mondo imbestialito che dava speranza.

Il trauma del ritorno

Finita la guerra e riottenuta la libertà, Edith e sua sorella tornano a casa. Quello che trovarono però non fu il conforto che si aspettavano. “La tragedia della guerra sconvolse tutti e nessuno era pronto ad ascoltare le nostre storie, ad offrirci un supporto, ci dicevano che avevano sofferto anche loro durante la nostra assenza” racconta Edith Bruck. Mia sorella Judith partì con un gruppo sionista e io iniziai il mio peregrinare per l’Europa. Raggiunsi anche mia sorella minore in Sud America, ma oer lei ero un peso, così ii fermai poco e poi mi stabilii finalmente in Italia”

L’inutilità dell’odio

Edith Bruck ha scelto di non provare rancore. Edith Bruck non riesce ad odiare. Lo ha dimostrato quando, nel tornare a casa dopo la liberazione, lei e sua sorella Judith hanno offerto, in gran segreto, un passaggio a due soldati fascisti Ungheresi. Lo ha dimostrato anche quando incontrò la capò che, con una violenza disumana, le disse che sua madre stava bruciando nei forni. “Non so cosa sia l’odio, è un sentimento che mi farebbe solo del male, l’odio non porta a nulla, lo abbiamo visto” afferma Edith Bruck.

 

Edith Bruck

Edith Bruck, è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944 il suo primo viaggio la porta, poco più che bambina, nel ghetto del capoluogo, e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, di cui ha reso testimonianza nelle sue opere, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager.

Alice Turiani

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