Il libro ”E forse una condanna al silenzio” nell’analisi del giudice Alessandro Centonze

Le disfunzioni linguistiche e giudiziarie della società italiana contenute nel libro di Ettore Randazzo ''E forse una condanna al silenzio'' vengono brillantemente analizzate dal giudice presso il Tribunale di Catania Alessandro Centonze. Il giudice in questa recensione invita a riflettere circa il disamore verso la cultura umanistica sul quale Randazzo pone l'accento, che determina la crisi della lingua italiana, e sulle problematicità del sistema giudiziario, caratterizzato da giudici supponenti e poco sensibili alle ragioni dell’imputato...

Il giudice impegnato recensisce il libro dell’avvocato Ettore Randazzo, condividendone le diverse chiavi di lettura all’interno di una recensione di qualità

 

Ettore Randazzo è – come si diceva una volta – un gentiluomo siracusano ed è uno dei più noti avvocati penalisti italiani; è stato presidente dell’Unione delle Camere penali italiane fino al 2006 ed è autore di numerosi saggi, alcuni dei quali officiati da importanti premi letterari, come il Premio Capalbio per la saggistica del diritto conferito nel 2003 al suo volume “L’avvocato e la verità”. Ettore Randazzo è anche, per quanti hanno la fortuna di conoscerlo, un esempio fulgido di un normotipo professionale purtroppo in via di estinzione: quello del giurista umanista. Il suo ultimo libro “E forse una condanna al silenzio”, pubblicato presso la Casa editrice ETS di Pisa, racchiude entrambe queste caratteristiche dell’Autore, che è un avvocato penalista tra i più illustri del mondo forense nostrano; ma è anche un rappresentante di un modo di esercitare la professione umanistico, perché interdisciplinare, che punta a superare, su un piano eminentemente culturale, quelle divisioni che stanno irreparabilmente distruggendo la Giustizia italiana.

 

La bellezza del suo libro, dunque, è data proprio da questa sua natura ambivalente, di cui è espressione la sua stessa suddivisione in due parti apparentemente distinte – la prima intitolata “L’ergastolo linguistico”, la seconda intitolata “In viaggio con le parole” – ma in realtà tra loro collegate dall’obiettivo, riuscito, di descrivere un quadro decadente, seppur semiserio, della società italiana; decadenza rispetto alla quale le disfunzioni linguistiche sono uno specchio delle disfunzioni giudiziarie, essendo entrambe espressione di una generale disattenzione-disamore verso quella cultura umanistica alla quale ci si è richiamati in apertura di questa recensione. Sarebbe facile richiamare, per assonanza letteraria e per i temi trattati, Dante Troisi; il libro, però, offre di più, proponendo al lettore una carrellata di personaggi indimenticabili, descritti con un tono sempre lieve e ironico.  

Passando a descriverne la trama, la prima parte del libro di Ettore Randazzo racconta le disavventure del professor Franco Eremita, un docente di materie letterarie liceale innamorato della lingua italiana, che si sente tradito dall’uso sempre più superficiale e omologato in voga nella nostra società. Proprio per esprimere questo suo stato d’animo, il professor Eremita pubblica un saggio intitolato “In viaggio con le parole”, il cui contenuto critico scatena le censure di un organismo para-giurisdizionale di nuova costituzione, vagamente orwelliano, denominato “Garante della Madre Lingua”.

 

Queste censure si sostanziano nella violazione di una norma di nuova elaborazione, da poco inserita nel codice penale, che è l’art. 341 ter c.p. intitolato “oltraggio alla lingua italiana”, per effetto della quale viene sottoposto a una misura cautelare che fa divieto al nostro involontario campione di libertà di utilizzare la lingua italiana in pubblico per un breve periodo di tempo. Nel frattempo, il professor Eremita viene rinviato a giudizio e sottoposto a un conseguente pseudo-processo, all’esito del quale il nostro protagonista rischia addirittura la più grave delle sanzioni linguistiche ovvero il divieto di parlare la lingua italiana per un periodo più o meno lungo, donde il riferimento nel titolo all’ergastolo linguistico.

A questo punto del racconto entra in campo un secondo protagonista della vicenda narrativa, l’avvocato Orazio Oravediamo, detto Ora-Ora, che è anche un amico dell’imputato, al quale l’Autore con grande abilità letteraria, attribuisce tutti i suoi disincantati pensieri sul mondo della giurisdizione, esprimendo il punto di vista, per l’appunto umanistico, di Ettore Randazzo, secondo cui la Giustizia è fatta soprattutto di uomini ed tanto meno ingiusta quanto più viene accompagnata dal buon senso di chi la amministra.

Nella descrizione delle varie fasi di questo pseudo-processo, Ettore Randazzo rappresenta i giudici che devono decidere della sorte del professor Eremita come delle macchiette più che come dei veri e propri personaggi, il più riuscito dei quali è certamente il presidente Tronfietti Stanchi, nell’intento di segnalare, anzitutto semanticamente, i gravi difetti che si sono impadroniti degli operatori del diritto nostrani. Tra questi i più pericolosi, come è possibile desumere dallo stesso cognome del presidente, sono la supponenza di chi giudica e la mancanza di attenzione umana per le ragioni dell’imputato; ancora una volta, il pensiero corre al “Diario di un giudice” di Dante Troisi e alla sua galleria di giudici disinteressati agli imputati e alle loro vite schiacciate dalla Giustizia.

Al termine del processo, infine, il professor Eremita viene assolto, con un risvolto inaspettato per lo stesso imputato che, poco prima della lettura della sentenza di assoluzione che lo riguarda, si lancia in una serie di invettive contro l’autorità giudiziaria che lo ha processato, che, di lì a poco, presumibilmente, gli procurerà un’altra grana giudiziaria – stavolta vera e non pseudo-processuale – a seguito della denuncia appena presentata dal pubblico ministero, il dottor Vindice, altra riuscita macchietta giudiziaria. Ma qui, la narrazione, anziché concludersi amaramente, ha una svolta ottimistica, che ha stupito anche me, perché l’avvocato Oravediamo, rassicura il professor Eremita, dicendogli seraficamente: «Beneficerai del nostro sistema giudiziario: pubblici ministeri e giudici professionali, non so se comprendi la differenza. La giustizia vera quella con la maiuscola, è un’altra cosa».

 

Si conclude, in questo modo, la prima parte del volume di Ettore Randazzo e si apre la seconda parte, intitolata “In viaggio con le parole”, che riguarda il saggio scritto dal professor Eremita per il quale ha subito il processo descritto nella prima parte del libro. Con questo raffinato artificio letterario l’Autore affronta, con analoga leggerezza, alcuni temi a lui molto cari, quali l’impoverimento della lingua italiana, l’uso improprio delle parole, il tramonto dell’arte oratoria, il ricorso a forme di comunicazioni non verbali, la scelta del silenzio come unica alternativa alla superficialità e la riscoperta del dialetto come antidoto all’omologazione linguistica imperante nella nostra società.

In questo modo, Ettore Randazzo, con un artificio letterario di sapore borgesiano, fa esprimere al professor Eremita il suo punto di vista sull’uso, sull’abuso della parola e soprattutto sulla sua vita quasi autonoma da chi la pronuncia, che è sintetizzato da un passaggio collocato quasi alla fine del volume, quando, per bocca del professor Eremita, osserva: «Abbiamo visto, seppure con la superficialità subito dichiarata, come la parola nasce, cresce, si coltiva, si protegge e si esalta… Con il rischio di esaltarci anche noi e di perdere di vista la realtà». Si crea così un vero e proprio labirinto narrativo, donde l’inevitabile richiamo a Borges, perché l’Autore esprime il suo punto di vista sulla crisi della lingua italiana e allo stesso tempo pone le basi per sviluppare il suo racconto sul professor Eremita, il cui processo, che in realtà vi succede cronologicamente, si fonda proprio sull’oltraggio alla lingua italiana provocato dalla stesura di questo saggio.

A ben vedere, l’assunto che guida Ettore Randazzo, in questa seconda parte del volume, è lo stesso di quello che è seguito nella vicenda processuale del professor Franco Eremita: è il tramonto della cultura umanistica a determinare la crisi inarrestabile della lingua italiana, rispetto alla quale la ricerca artigianale della parola ha ceduto il posto a una omologazione che è culturale prima ancora che semantica.
 A parte, si colloca il paragrafo intitolato “La parola e la storia. La Sicilia senza metafora”, nella quale l’Autore esprime il suo punto di vista su una delle caratteristiche più tipiche dei suoi conterranei ovvero l’autocompiacimento verbale come conseguenza della propria fierezza etno-antropologica, fornendo una mirabile ricostruzione di tale attitudine mentale attraverso un paragone solo apparentemente iperbolico tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Vincenzo Rabito – tra il Gattopardo vero e il “Gattopardo dei poveri” – accostando in questo modo “il principe” e “il povero”, l’autoreferenzialità intellettuale con l’attaccamento alla lingua verace.

In questo paragrafo, l’Autore riflette pure sulla grandezza di Leonardo Sciascia, pur essendo evidente che la sua preferenza, umana ancorché letteraria, va ai personaggi lampedusiani e innanzitutto al “gattopardo”. In questa splendida panoramica linguistica non poteva mancare un invito alla riscoperta del dialetto e in particolare del dialetto siciliano, al quale è dedicato il paragrafo intitolato “Il fascino discreto dei dialetti”, in cui si esalta l’uso di espressioni dialettali come chiave di volta per comprendere la natura più intima di ogni uomo. Dice, a questo proposito, Franco Eremita-Ettore Randazzo: «Ogni dialetto […] ha le sue liturgie, ovvero parole che si staccano dalla filologia per spaziare nella quotidianità  della gente». Di più, Ettore Randazzo, sempre per bocca del professor Franco Eremita, per paradossale che possa sembrare, propone un rinvigorimento delle espressioni dialettali nell’uso comune come antidoto all’omologazione linguistica mediatica e all’impiego sempre più diffuso di neologismi televisivi.

La seconda parte del volume, infine, si conclude con il paragrafo intitolato “Meglio tacere e passare per idiota che parlare e dissipare ogni dubbio”, nel quale i temi che ho passato sinteticamente in rassegna vengono ribaditi con un tono ottimistico, nel quale si elenca l’uso meraviglioso che è possibile fare delle parole, con una frase che racchiude in modo esemplare lo splendido divertimento letterario di Ettore Randazzo: «Una cosa è emersa con chiarezza: lungi dal dominarla – e contenerla – sono dominato dalla (e grato alla) parola. Probabilmente a danno di quel che volevo dire e di chi ha tentato di capirlo».
Nel concludere questa recensione, spero di avere sintetizzato in modo adeguato i molteplici livelli di lettura del bellissimo libro di Ettore Randazzo; auguro, in ogni caso, a tutti i lettori di questo volume di provare il piacere immenso che provato io nel gustarmene le sue pagine e, naturalmente, all’Autore tutta la fortuna letteraria che merita.

 

Alessandro Centonze

 

14 giugno 2012

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