Giuliana Vitali, “Il mio Premio Strega da outsider, alla ricerca della Balena Bianca”

28 Marzo 2026

Verso il Premio Strega 2026: la scrittrice esordiente Giuliana Vitali, in lizza per un posto tra i 12 finalisti, si racconta. Da "Nata nell'acqua sporca" alla sfida come outsider, tra il ruolo dei maestri e la libertà di scrivere.

Giuliana Vitali, Il mio Premio Strega da outsider, alla ricerca della Balena Bianca

Il prossimo 1° aprile 2026 verrà annunciata la dozzina dei libri candidati al Premio Strega 2026. La selezione verrà effettuata a partire da una base di 79 opere di narrativa proposte dagli Amici della Domenica, pubblicate tra marzo 2025 e febbraio 2026. Tra nomi affermati e possibili sorprese, spicca a nostro avviso l’esordio letterario di Giuliana Vitali con “Nata nell’acqua sporca”, un libro di cui vi abbiamo già parlato in occasione della sua uscita.

Cosa significa essere “outsider” al Premio Strega: il racconto di Giuliana Vitali

Ma cosa significa, per una scrittrice giovane ed esordiente come Giuliana Vitali, vivere da “outsider” questi giorni che la separano dall’annuncio finale dei 12 finalisti del Premio Strega? Lo abbiamo chiesto alla stessa autrice: ecco il suo intervento, accompagnato da alcune riflessioni circa il ruolo dei maestri e la libertà nella scrittura.

“Nata nell’acqua sporca” è un romanzo che ha avuto un destino curioso: ha vinto quest’anno il Premio Nabokov ed è stato proposto al Premio Strega dallo scrittore Marco Debenedetti, figlio di Elisa e nipote di Giacomo Debenedetti, una figura centrale e rivoluzionaria della critica del Novecento. Eppure, nonostante questi riconoscimenti, continuo a percepirmi come un’outsider.

Non è una contraddizione apparente: è, semmai, il punto da cui tutto si chiarisce. Perché anche il mio modo di giungere fin qui non è stato lineare, né sostenuto da un’appartenenza riconoscibile. E, soprattutto, non ho mai avuto la sensazione di essere “arrivata”: questo libro è un passaggio, non un approdo.

Penso ad Andrea Carraro che è stato per me un maestro vero, non una figura evocata per costruirsi una legittimazione. Un maestro nel senso più antico del termine: qualcuno che ti guarda scrivere, ti corregge, ti obbliga a essere più onesta, che ti mette in crisi. E se qualcosa in questo romanzo regge, lo devo anche a quello sguardo pur sapendo quanto resti ancora da fare, da capire, da imparare.

Ma proprio per questo mi chiedo: esistono ancora oggi i maestri? O abbiamo smesso di riconoscerli o peggio, di volerli?

Ho l’impressione che la parola maestro sia diventata sospetta, quasi imbarazzante. Al suo posto ci sono tutor, editor, curatori, figure spesso competenti ma inserite in un sistema che tende più ad accompagnare che a mettere in discussione. Un sistema in cui è più importante non urtare, non interrompere il flusso, non incrinare le possibilità di visibilità. Un maestro, invece, dovrebbe essere scomodo. Dovrebbe farti perdere sicurezza senza costruirtela addosso.

Forse anche per questo continuo a sentirmi un’outsider: perché non mi riconosco fino in fondo nei meccanismi di appartenenza, né nella loro versione più aggiornata e levigata. Nemmeno l’esperienza di avere avuto un maestro mi ha dato davvero un posto. Se possibile, ha fatto il contrario: ha reso ancora più evidente quanto ogni percorso autentico resti, in fondo, isolato e quanto sia fragile perfino quando viene riconosciuto.

Ecco, “Nata nell’acqua sporca” si è formato in una zona irregolare, senza una lingua già pronta, senza una posizione da occupare. Anche quando entra nei circuiti ufficiali – premi, candidature, riconoscimenti – lo fa con una specie di attrito. Essere outsider, per me, non è una posa né una rivendicazione romantica. È una condizione concreta: significa non avere un posto assegnato, non rispondere a un’estetica dominante, non sentirsi parte di una genealogia rassicurante. Però significa anche avere una libertà radicale, quella di scrivere senza alcun tipo di compromesso ma nemmeno garanzie.

E forse è anche per questo che quando entro in un contesto come il Premio Strega, la sensazione di essere un’outsider non solo non si attenua ma si fa ancora più evidente. Non è una questione di esclusione esplicita né, tantomeno, di un sistema “deciso a tavolino”: sarebbe una semplificazione che non restituisce la complessità reale di un premio che resta, comunque, uno dei luoghi più autorevoli della letteratura italiana. È qualcosa di più sottile. È la percezione di muoversi dentro un sistema di relazioni, di equilibri, di riconoscimenti reciproci, in cui io non sono mai stata davvero implicata.

La mia presenza lì nasce da un gesto individuale – una proposta, una lettura, una scommessa – non da una rete. E questa differenza la sento. Non la vivo come un’ingiustizia, ma come un dato. Come se il mio libro fosse arrivato fin lì per traiettoria propria, non per appartenenza. E in un certo senso è proprio questo che lo espone: non ha protezioni, non ha una posizione già negoziata ma nemmeno scorciatoie. Sta lì per quello che è, con tutti i suoi limiti.

Ecco, se questa storia ha trovato lettori, giurie, attenzione, forse è proprio perché porta con sé questa origine irregolare. Non cerca di essere limpido né accomodante. Racconta ciò che resta ai margini, dove lo sguardo spesso non arriva.

E io resto in quella posizione scomoda e necessaria: abbastanza vicina da essere vista, abbastanza lontana da non essere mai del tutto inglobata. Forse è proprio questo, alla fine, il senso più concreto di sentirmi un’outsider: non un rifiuto, non una distanza scelta per principio, ma una condizione che coincide con il movimento stesso della ricerca.

E, soprattutto, ancora in mare aperto, a inseguire, in modo ostinato e imperfetto, la mia balena bianca, senza sapere se la raggiungerò o persino se esiste davvero. Ma è comunque una direzione, anche se instabile. Ed è forse proprio lì, più che in qualsiasi forma di appartenenza, che continuo a riconoscermi.

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