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Giovanni Montanaro, ”La letteratura italiana spesso non riesce a tradurre in modo semplice il libro e la lettura’

A volte la letteratura italiana non riesce a interpretare le grandi domande che invece dovrebbero essere alla base dello scrivere, anche se in generale c'è una diffidenza infondata nei suoi confronti. È quanto emerge dalle parole di Giovanni Montanaro, finalista al Premio Campiello con ''Tutti i colori del mondo''. L’autore parla del suo libro, del senso di precarietà creato dalla congiuntura economica attuale e del panorama letterario italiano...

L’autore, finalista al Premio Campiello con “Tutti i colori del mondo”, parla del suo libro, delle difficoltà di uno scrittore di fronte alla crisi e del panorama letterario italiano

MILANO – A volte la letteratura italiana non riesce a interpretare le grandi domande che invece dovrebbero essere alla base dello scrivere, anche se in generale c’è una diffidenza infondata nei suoi confronti. È quanto emerge dalle parole di Giovanni Montanaro, finalista al Premio Campiello con “Tutti i colori del mondo”. L’autore parla del suo libro, del senso di precarietà creato dalla congiuntura economica attuale e del panorama letterario italiano.

Da cosa nasce il suo libro?

Protagonista del mio libro, ambientato nel 1880 in Belgio, è Teresa Senza Sogni, che vive a Gheel, in un paese che dal medioevo ospita i malati di mente. Un giorno, arriva un vagabondo di nome Vincent Van Gogh, un ragazzo di 27 anni alla ricerca di se stesso, e Teresa se ne innamora. Grazie alla ragazza, che un giorno gli dice “Se tu non impari i colori, non capirai mai cosa sei, ogni uomo ha un colore”, Vincent inizierà a dipingere e scoprirà se stesso e il suo destino.

La crisi economica e le sue conseguenze influenzan o incidono sulla sua scrittura, sui suoi libri o sui temi che tratta? La situazione che viviamo nel clima attuale condiziona la scelta degli argomenti?

Faccio anche l’avvocato, da una parte la crisi la vedo nei rapporti che mi capitano da tutt’altro lato professionale, e questo per certi versi acuisce il senso d’inutilità nello scrivere che uno ogni tanto prova, nel senso del perché devo scrivere questo romanzo, perché il mondo esisterebbe lo stesso anche senza. Una sensazione molto dura. Mi spaventa raccontare il presente per la sua frammentarietà, perché non ci arrivo a capo, però d’altro canto mi rendo conto che tutto è narrare, quindi recuperare storie che sembrano lontanissime ha delle ripercussioni anche su chi legge nel presente.

In Italia si legge poco. I premi letterari possono essere un volano per la lettura? Cos’altro servirebbe?

Non sono ideologico: auspico che la gente legga di più, ma credo che l’abitudine di leggere dipenda da vari fattori che fan parte della cultura e della situazione. Nel Nord Europa, ad esempio, si legge di più anche perché fa più freddo, c’è di meno da fare. Premi letterari come questi servono agli autori per acquisire uno spazio loro, anche come arricchimento grazie al confronto. C’è una diffidenza ingiustificata nei confronti della letteratura italiana. Stimo molto i colleghi, ma credo che a volte la letteratura italiana sia incapace di lanciare quelle domande grandi che invece sono alla base di qualsiasi necessità di scrivere.

 

Qual è il segreto per scrivere un libro che unisca sia il consenso della critica sia quello dei lettori?

Se un libro è apprezzato contemporaneamente da entrambi, vuol dire che allo stesso tempo mantiene un livello di qualità alto e riesce però a dire le cose in maniera semplice.  Un incrocio difficile da raggiungere, ma che è l’obiettivo che mi pongo prima di scrivere. Il pubblico deve essere il primo obiettivo, perché se vuoi narrare qualcosa è il pubblico il referente principale.

 

8 agosto 2012

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