nonnitudine

Fulvio Ervas “Essere nonni è un fantastico privilegio”

Lo scrittore ci spiega in cosa consiste la "Nonnitudine" che da il titolo al suo ultimo libro, una vera e propria "fase sociale in cui possono trovare una più profonda collocazione di sé nel mondo"
Fulvio Ervas "Essere nonni è un fantastico privilegio"

MILANO – E’ una percezione di sé, della propria maturazione, senza l’assillo dell’invecchiamento, ma con la coscienza di poter avere non solo un’utilità, ma di poter definire meglio esperienze, emozioni, opportunità. E’ questa la “Nonnitudine” che da il titolo al nuovo libro di Fulvio Ervas, una vera e propria “fase sociale in cui uomini e donne possono trovare una più profonda collocazione di sé nel mondo”.

 

Cosa è la “nonnitudine” che da il titolo al libro?

Non vi viene mai da chiedervi in quale punto della vostra esistenza siete giunti? Se siete seduti al bar, in macchina, sull’oceano, basterebbe una longitudine e una latitudine per indicarvi la posizione spaziale. Ma qual è la coordinata temporale? Un pezzettino dell’orologio, una data del calendario? E se aggiungete gli stati d’animo? Se unite spazio-tempo-emozioni?

La nonnitudine è questo tipo di coordinata: un luogo, un’età, uno sguardo del cuore.

 

Cosa significa diventare nonno oggi? Qual è l’importanza dei nonni nella società attuale?

Cambia la struttura demografica. Mio nonno paterno aveva 13 figli e 31 nipoti. Io stesso sono stato un trentunesimo nel suo cuore. Quella di mio nonno era una generazione centrata su di sé, molto patriarcale. Semplicemente stava, e noi li vivevamo come presenze “istituzionali”. Io ho una sola figlia e un solo nipote. Cambia la densità delle relazioni. E mentre guardo alla nuova vita sono in apprensione per il lavoro di mia figlia e assisto al declino dei miei genitori. Una generazione di nonni che sbircia i figli e accudisce i vecchi. Un po’ bancomat e un po’ badanti.

 

Come è cambiata la “nonnitudine” negli ultimi anni?

Si può essere nonni senza aver contratto la nonnitudine, cioè essere un vecchiaccio con tutto il baricentro sui propri acciacchi. La nonnitudine è una percezione di sé, della propria maturazione, senza l’assillo dell’invecchiamento, ma con la coscienza di poter avere non solo un’utilità, ma di poter definire meglio esperienze, emozioni, opportunità. Credo che siamo in una fase sociale in cui uomini e donne possono trovare una più profonda collocazione di sé nel mondo, superando stereotipi e ruoli rigidi.

Meno anime in frac, e più anime spogliate.

 

Che tipo di nonno è Ervas?

Uno nonno separato dal nipote da 2000 chilometri. Mi sto perdendo, in parte, una fase di vita del piccolo che è meravigliosa, la sua formazione, le sue stravaganze, la costruzione di elementi del carattere. Se fosse qui, o io fossi lì, cercando di non soffocare nessuno, gli farei fare più cose possibili dentro e in contatto con la terra, gli animali, le piante. Con i viventi d’ogni specie. Una formica insegna moltissimo.

 

Cosa comprende un nonno nei confronti di chi è più piccolo di lui che magari da genitore non riesce a cogliere?

Abbiamo acquisito esperienza della vita e ci siamo allontanati da molto rumore inutile. Quando sei un genitore si interpongono, nel rapporto con i figli, le mille forze del quotidiano: il lavoro, i mutui, i fastidi, l’idea che tempo ne hai a bizzeffe, che farai domani. Ma se rifletti adeguatamente, puoi maturare una coscienza e, pertanto, arrivi a comprendere che tutte queste cose hanno perso il loro fatuo fascino. Così puoi vedere nei primi passi, nei primi suoni, nel sorriso, nell’esplorazione di un bimbo, l’evoluzione umana, le conquiste, le battaglie, quel cadere e riprovarci che è il filo della vita. Tutto sotto ai tuoi occhi, senza che tu ti sia distratto per una cambiale, il traffico, un vuoto telegiornale.

Un bambino insegna a chi vuole apprendere, perché è l’ultima occasione per ripetere tante cose che ti erano sfuggite dalle mani. E per alleggerirti, perché invecchiare non deve essere trasformarsi in piombo ma in elio.

E’ un fantastico privilegio.

 

 

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