Non solo un giallo, ma un viaggio chirurgico dentro il legame più ancestrale e complesso dell’essere umano: quello con i propri figli. Esce a marzo nelle librerie italiane “Figli” (Einaudi), l’ultimo capitolo della saga de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Anche in quest’opera il “caso” è solo il palcoscenico: la vera rappresentazione avviene dietro le quinte, nelle stanze buie della coscienza dei suoi protagonisti.
Figli
«I figli. Forse quando non li hai non ne senti la mancanza, e quando li hai ti chiedi come facevi a vivere prima di averli. Forse». È una calda notte di luglio quando in via Egiziaca a Pizzofalcone un’automobile investe Francesco Cascetta e scompare. Nessuno ha visto niente, non ci sono telecamere che aiutino a capire cosa è successo. Un’anziana insonne ha sentito un tonfo, si è affacciata al balcone e ha notato il corpo, tutto qui. È un mistero anche il motivo per cui l’uomo – noto medico patologo – si trovasse in quella zona a un’ora tanto tarda. Ma è subito chiaro che a uccidere Cascetta non è stato un pirata della strada: qualcuno lo voleva morto.
Scoprire il colpevole sarà compito dei Bastardi, la più sgangherata e abile squadra di poliziotti della città. Le pressioni, al solito, non mancano. Se da un lato il loro lavoro è sempre sotto esame da parte dei superiori, dall’altro la loro vita privata non smette mai di complicarsi.
La genitorialità come specchio e condanna
Il titolo è una dichiarazione d’intenti. Figli: una parola che evoca amore, ma che in queste pagine si declina attraverso l’assenza, il possesso, il timore e il riscatto. De Giovanni ci interroga: cosa siamo disposti a fare per un figlio? E, soprattutto, chi diventiamo quando quel legame si spezza o, al contrario, non è mai nato?
Mentre i Bastardi – quella squadra così sgangherata, umana e meravigliosamente fallibile – cercano di dare un nome al guidatore fantasma, si ritrovano a fare i conti con i propri riflessi. L’ispettore Lojacono, sempre in bilico tra il dovere e un passato che non smette di presentare il conto; la Di Nardo e la sua lotta per un’identità che non sia solo proiezione altrui; Romano e la sua irruenza che nasconde una fragilità paterna inespressa. Ogni poliziotto del commissariato è, a suo modo, un “figlio” che cerca ancora di capire come stare al mondo.
Napoli, protagonista e spettatrice
In questo romanzo, Napoli non è solo un’ambientazione; è un personaggio vivo. De Giovanni la descrive con una prosa che sembra pennellata: ne senti l’odore di salsedine mista a smog, ne avverti il calore che stordisce e rende i pensieri più lenti, più feroci. La collina di Pizzofalcone, con la sua nobiltà decaduta e i suoi vicoli che sanno di miseria e nobiltà, diventa il simbolo perfetto della dualità umana.
La scrittura di De Giovanni è, come sempre, “musicale”. C’è un ritmo che alterna l’urgenza dell’indagine a momenti di introspezione purissima, quasi lirica. L’autore non si limita a raccontare un delitto; egli viviseziona il dolore, lo osserva sotto la luce impietosa del sole estivo, ne cerca le radici nei segreti di famiglia, in quelle stanze dove il silenzio è diventato l’unico linguaggio possibile.
Scopri Maurizio de Giovanni e la Napoli dei suoi romanzi
Perché leggere “Figli”
Leggere “Figli” significa accettare di guardarsi allo specchio. Non è un libro rassicurante. Ci parla della responsabilità, di quanto sia difficile proteggere chi amiamo senza finire per soffocarlo o tradirlo. I Bastardi di Pizzofalcone, sotto esame costante da parte dei superiori e della vita stessa, ci ricordano che la giustizia non è mai solo una questione di codici penali, ma di riparazione umana.
Se cercate un semplice poliziesco da leggere sotto l’ombrellone, potreste rimanere spiazzati. Perché questo libro scotta. Brucia come l’asfalto di via Egiziaca a mezzogiorno. È un romanzo che vi costringerà a chiedervi: «Cosa lascerò di me a chi verrà dopo?».
Ancora una volta, Maurizio de Giovanni ci regala una lezione di letteratura noir che travalica il genere. Ci ricorda che, alla fine di ogni indagine, il colpevole più difficile da catturare è sempre quello che vive dentro di noi.
