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“Fermare Pechino”, le riflessioni di Federico Rampini per arrestare l’ascesa cinese

Federico Rampini, in collegamento da New York, ci ha raccontato gli aspetti cruciali del suo saggio "Fermate Pechino", lasciando spazio ad alcune preziose riflessioni sul nostro futuro.

Federico Rampini rappresenta sicuramente una delle voci più importanti per quanto riguarda il mondo della geopolitica e del giornalismo italiano. Dopo aver pubblicato circa 20 saggi, tanti nei quali analizza il rapporto tra Occidente oriente e ruolo che quest’ultimo sta modificando sempre di più la nostra storia, a fine 2021 pubblica “Fermare Pechino“: una riflessione acuta su quella che forse sarà un’impresa impossibile, ovvero fermare l’ascesa cinese. Abbiamo avuto l’onore di intervistare <Federico Rampini sulla nostra pagina Instagram. Dove, in collegamento da New York, ci ha raccontato gli aspetti cruciali del suo saggio, lasciando spazio per riflettere sul nostro futuro.

La guerra che non vediamo

Come lo stesso Rampini ha scritto e successivamente detto, questo libro riporta quella che è la storia e soprattutto quello che la storia ci lascia immaginare. Considerate che questi argomenti, poco prima del covid, erano stati anche affrontati nel libro “la seconda guerra fredda”. Perchè Rampini spiega ciò che a volte noi non riusciamo a vedere: siamo in guerra.

“Questo libro è un viaggio nel grande paradosso di una sfida planetaria. Vi racconto una faccia della Cina troppo nascosta e inquietante, che l’élite occidentale ha deciso di non vedere. Rivelo il gioco dei corsi e ricorsi tra due superpotenze che si studiano e si copiano a vicenda. E spiego il nuovo Grande Esperimento Americano, che tenta di invertire il corso della storia prima che sia troppo tardi.”

E se mettessimo un punto interrogativo al titolo?

La domanda che sorge spontanea, anche semplicemente leggendo il titolo del libro, è: è possibile fermare davvero l’ascesa della Cina? Rampini sviluppa la risposta in maniera complessa e dettagliata: per questo vi invitiamo ad ascoltare il suo intervento sulla nostra pagina Instagram. Ma se noi provassimo a mettere un punto interrogativo nel titolo del libro, la risposta sarebbe questa (e ce la scrive Rampini proprio nella prefazione):

“Fermare Pechino? Davvero pensate di poter fermare il corso della storia? Morirete cinesi, vi dico. E se non a voi, toccherà ai vostri figli o nipoti. È un’espressione figurata, s’intende. Cinesi non si muore perché cinesi non si diventa: si nasce per grazia celeste, con cento generazioni di antenati a garantire la continuità e la purezza dalle origini. Voi, però, finirete sotto la tutela benevola e arcigna di un sovrano paterno, illuminato, inflessibile nel portarvi i benefici di una civiltà superiore. Ve lo dico dall’alto della mia statura imponente – e di 3500 anni di storia.”

I big Tech: un problema in comune

La Cina e l’America sono divise da tante cose ma sono anche unite da diversi punti in comune. Tra le tante cose dobbiamo assolutamente ricordare il ruolo che le big tech, hanno assunto in questi anni di pandemia.la Cina e l’America si sono ritrovati entrambi con dei colossi aziendali quasi superiori allo stato stesso. Alibaba e Amazon ne sono un esempio. In questo mondo che muta, liquido, sempre più predisposto al consumo e piegato da una sharing economy invadente, Biden e Xi jinping hanno di fronte una sfida comune:

“Un altro tema comune è lo strapotere di Big Tech. La Cina si è accorta che uno dei suoi colossi digitali, il gruppo Alibaba-Ant-Alipay, gestisce grazie a una app su smartphone pagamenti, prestiti e investimenti superiori al Pil del paese. Da una rivoluzione tecnologica è germinata una superbanca, spiazzando il governo. Pechino ha ripreso l’iniziativa, lo Stato vuole piegare alla propria volontà i miliardari del digitale, impone nuovi limiti e nuove regole. Biden ha lo stesso problema, soprattutto dopo una pandemia che ha segnato il trionfo di Big Tech, il predominio soverchiante di Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft e Netflix. Piegare questi poteri forti è meno facile per un presidente democratico, visto che l’establishment digitale lo ha aiutato a vincere le elezioni. Sulla riscoperta di un antitrust aggressivo, come sulla global minimum tax, Washington e Pechino convergono. Sulla lotta all’emergenza climatica i due condividono la medesima difficoltà: convincere i propri cittadini che l’ambientalismo crea posti di lavoro, non «decrescita infelice.”

Ma Biden ha qualcosa da invidiare a Xi Jinping?

Sembra paradossale ma non lo è. Ci sono diversi aspetti che rendono fragile, internamente, il potere di Biden. Anche perché quest’ultimo, seppur non lo ammetterà mai, ha diverse cose da invidiare al suo omologo cinese. Rampini scrive e spiega a riguardo:

“Il presidente degli Stati Uniti ha due buone ragioni per «invidiare» Xi Jinping, anche se non potrà mai ammetterlo apertamente. La prima è la durata. Xi lanciò il suo progetto di «primato mondiale nelle tecnologie avanzate» quando arrivò al vertice nel 2012. È ancora al potere
dieci anni dopo. L’altra ragione dell’invidia è perfino più sostanziale. Xi usa il nazionalismo come collante ideologico per spronare i cinesi alla coesione. Una maggioranza dei suoi cittadini lo approva e lo segue su quel terreno, soprattutto nel ceppo etnico maggioritario degli Han. Biden governa una nazione lacerata. Quasi mezza America (repubblicana) lo considera un usurpatore (ricordiamo Capital Hill?). Nell’altra metà c’è chi pensa che l’America sia segnata «geneticamente» da razzismo, sessismo, discriminazioni contro le minoranze, un Dna imperialista. Nell’incontro di pugilato tra i due sistemi è Biden ad avere un braccio legato dietro la schiena, perché la sua famiglia politica è in preda a un furore iconoclasta: la sinistra-establishment che comanda nei campus universitari, nelle redazioni dei giornali, nei board delle multinazionali ha deciso che l’Occidente ha solo orride statue da abbattere.”

Il g20, il clima e il Covid

La nostra intervista a Rampini è avvenuta poco dopo la chiusura del G20. Un confronto importante perciò, che ci ha permesso di riflettere moltissimo su quello che in questi giorni sta accadendo, dato anche il Cop26. Ricordiamo che il G20, tenutosi a Roma, ha visto l’assenza di Xi Jinping in presenza, che si è collegato solo telematicamente. Un segnale? Forse sì. Ma anche e soprattutto un gesto di coerenza nei confronti del suo paese. La Cina è in chiusura da moltissimo tempo, è impossibile uscire ed entrare. Nell’ultimo caso è necessaria una severissima quarantena di 14 giorni in degli hotel specifici. Insomma, Xi ha voluto dimostrare al suo popolo che “è uguale a tutti” e non è uscito dai propri confini.

Per ulteriori aggiornamenti riguardanti queste scottanti tematiche, speriamo di poter contare nuovamente sull’intervento del grande Federico Rampini.

Stella Grillo

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