Il buio non è mai stato solo un’ambientazione. È una lingua, un modo di raccontare il mondo quando le categorie rassicuranti smettono di funzionare. Nelle favole nere e nella tradizione gotica, ciò che inquieta non è il mostruoso in sé, ma la sua vicinanza: l’idea che il confine tra normalità e deviazione, tra identità e smarrimento, sia più fragile di quanto vogliamo ammettere.
Dall’Ottocento ai racconti urbani del Novecento, fino alle riletture più simboliche e interiori, il lato oscuro della narrazione continua a trasformarsi, mantenendo però una funzione precisa: mettere in crisi. Non tanto spaventare, quanto destabilizzare lo sguardo, incrinare certezze, portare alla luce ciò che resta ai margini.
In questo percorso tra gotico classico, favola morale e inquietudine contemporanea, tre libri costruiscono una mappa del perturbante: tre modi diversi di raccontare l’ombra, e forse tre modi per riconoscerla.
3 libri gotici, fiabe oscure
“Il volto e altri racconti scelti da H.P. Lovecraft” di Edward Frederic Benson, Mondadori
Ci sono racconti che non spaventano per ciò che mostrano, ma per ciò che insinuano. “Il volto e altri racconti” di Edward Frederic Benson, selezionati da H. P. Lovecraft, appartiene esattamente a questa dimensione: quella di un orrore sottile, elegante, che si insinua nella mente prima ancora che nella realtà.
Questa raccolta è molto più di un semplice omaggio al gotico classico. È una porta aperta su un tipo di paura che oggi abbiamo quasi dimenticato: quella che nasce dall’ambiguità, dal non detto, dall’impressione che qualcosa non sia al suo posto, anche quando tutto sembra normale. Benson non ha bisogno di mostri urlanti o effetti spettacolari. Gli basta una casa isolata, una presenza impercettibile, un dettaglio fuori asse per creare un senso di inquietudine persistente.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta, “Il volto”, è emblematico: un’immagine, una presenza, qualcosa che osserva e sfugge allo stesso tempo. Non è mai davvero chiaro cosa sia reale e cosa no, ed è proprio questo a rendere la lettura destabilizzante. Il lettore non ha appigli sicuri, si muove in un territorio instabile, dove la percezione diventa il vero campo di battaglia.
Gli altri racconti seguono questa linea, ma con variazioni interessanti. Ci sono storie che affondano nel folklore, altre che si avvicinano al perturbante freudiano, altre ancora che sfiorano il puro incubo. Ma ciò che le unisce è una tensione costante tra visibile e invisibile, tra ciò che può essere spiegato e ciò che, invece, resta irriducibile.
La scelta di Lovecraft non è casuale. In Benson riconosce un precursore di quel tipo di orrore cosmico e psicologico che lui stesso porterà all’estremo. Ma mentre Lovecraft spalanca l’abisso, Benson lo lascia intravedere appena. Ed è forse proprio questo a renderlo ancora più disturbante: non ci mostra il mostro, ci costringe a immaginarlo.
C’è anche una dimensione profondamente “gotica” in senso classico: le ambientazioni, spesso isolate o cariche di memoria, diventano veri e propri personaggi. Case, villaggi, paesaggi non sono semplici sfondi, ma luoghi impregnati di storia, di presenze, di qualcosa che resiste al tempo e continua a esercitare il proprio potere.
Questa edizione illustrata amplifica ulteriormente l’esperienza. Le immagini non decorano semplicemente il testo, ma ne accompagnano l’atmosfera, rendendo ancora più tangibile quel senso di inquietudine che attraversa ogni pagina. È una lettura che si vive quasi fisicamente, come se ogni racconto lasciasse una traccia.
“Il volto e altri racconti” è, in fondo, un viaggio dentro il cuore più raffinato dell’orrore. Un orrore che non ha bisogno di gridare, perché sa che il vero terrore nasce quando qualcosa resta in sospeso, irrisolto, impossibile da afferrare.
Edward Frederic Benson è stato uno scrittore inglese tra fine Ottocento e inizio Novecento, noto per i suoi racconti soprannaturali e gotici. Maestro di un orrore sottile e psicologico, è considerato uno degli autori più raffinati della ghost story britannica. La sua influenza è stata riconosciuta anche da H. P. Lovecraft, che lo ha inserito tra i grandi del soprannaturale.
“Un’ombra nell’ombra” di Pier Carpi, Bompiani
Ci sono storie gotiche che nascono nei castelli, tra corridoi freddi e presenze invisibili. E poi ce ne sono altre, più sottili e disturbanti, che si sviluppano nel cuore delle città, dentro la quotidianità, tra le persone. “Un’ombra nell’ombra” appartiene a questa seconda categoria: un gotico urbano, stratificato, profondamente inquieto.
Siamo nella Milano degli anni Settanta, una città che si muove veloce, che cambia pelle, che sembra sempre in bilico tra modernità e smarrimento. È proprio qui che prende forma una comunità di donne, una sorta di consorteria segreta che si regge su rituali, regole non scritte e un legame difficile da definire. Non è solo una rete di relazioni: è una struttura quasi esoterica, che sembra nascere dal bisogno di resistere alla solitudine, alla marginalità, a una società che fatica a riconoscerle.
Ma come in ogni racconto gotico che si rispetti, l’equilibrio è fragile. Basta poco perché si incrini. L’arrivo di una nuova ragazza, più giovane, più potente, più difficile da controllare, introduce una frattura. Non si tratta solo di un nuovo ingresso, ma di una presenza destabilizzante, capace di mettere in discussione l’intero sistema. È qui che il romanzo cambia ritmo: da racconto di comunità a tensione crescente, da mistero a inquietudine vera e propria.
Il punto più interessante del libro sta proprio nella sua ambiguità. Non è mai del tutto chiaro cosa sia reale e cosa appartenga invece a una dimensione simbolica o psicologica. I poteri, i rituali, la stessa consorteria oscillano continuamente tra interpretazione concreta e metafora. È una scelta che sposta il romanzo su un piano più profondo: non siamo davanti a una semplice storia “fantastica”, ma a un’indagine sulle dinamiche di potere, appartenenza e identità.
Carpi costruisce un’atmosfera densa, quasi vischiosa, dove ogni relazione sembra nascondere qualcosa. Le protagoniste non sono mai del tutto leggibili, e proprio questa opacità le rende credibili. Non c’è una netta divisione tra bene e male, tra vittima e carnefice: ogni personaggio porta con sé una zona d’ombra, un segreto, una ferita.
E poi c’è il tema, potentissimo, della sorellanza. Ma non una sorellanza idealizzata o rassicurante. Qui è qualcosa di complesso, a tratti pericoloso, che può salvare ma anche intrappolare. Una rete che protegge, ma che allo stesso tempo impone regole, limiti, appartenenze da cui è difficile uscire.
“Un’ombra nell’ombra” è, in fondo, una favola nera contemporanea. Non ci sono castelli né mostri dichiarati, ma c’è qualcosa di più disturbante: la sensazione che l’oscurità sia già dentro le relazioni, dentro i gruppi, dentro il bisogno umano di appartenere a qualcosa.
Pier Carpi è stato uno scrittore, sceneggiatore e regista italiano, noto per il suo interesse per l’occulto, l’esoterismo e le narrazioni misteriose. Autore eclettico, ha attraversato diversi linguaggi, dal cinema alla narrativa, costruendo opere spesso legate al soprannaturale e alle dimensioni invisibili della realtà.
Perfetto, chiudiamo il trittico con questo che è il ponte ideale tra favola e oscuro → tono più letterario, più simbolico, molto Libreriamo.
“Favole nere” di Robert Louis Stevenson, Burno
Se il gotico classico insinua il dubbio e quello contemporaneo lo porta nella realtà, “Favole nere” di Robert Louis Stevenson lavora ancora più in profondità: scava dentro l’anima umana. Non c’è bisogno di fantasmi o apparizioni, perché il vero perturbante qui è già dentro l’uomo.
Questa raccolta sorprende proprio per questo. Stevenson, che molti associano all’avventura o a opere come Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde, mostra qui un volto diverso, più essenziale e inquieto. Le sue sono favole, sì, ma prive di consolazione. Non insegnano una morale rassicurante, non offrono risposte semplici. Piuttosto, aprono crepe.
Ogni racconto è costruito come una piccola allegoria, ma sotto la superficie si muove qualcosa di molto più oscuro. Il bene e il male non sono mai separati con chiarezza, la coscienza è instabile, e l’essere umano appare fragile, contraddittorio, spesso incapace di comprendere davvero se stesso. Stevenson gioca con queste ambiguità con una precisione quasi chirurgica.
La cosa più affascinante è la forma. Brevi, incisive, quasi essenziali, queste storie sembrano semplici, ma in realtà funzionano come dispositivi narrativi complessi. Ogni parola è calibrata, ogni passaggio costruito per lasciare un’eco. Si leggono velocemente, ma restano addosso.
C’è qualcosa di profondamente moderno in queste favole. Nonostante siano radicate in una tradizione più antica, parlano direttamente al presente. Il senso di inquietudine, il dubbio costante, la percezione che la realtà sia meno stabile di quanto crediamo: tutto risuona in modo sorprendentemente attuale.
E poi c’è il tema centrale, quello che attraversa tutta la raccolta: la natura umana. Stevenson sembra dirci che non esiste un’identità unitaria, che ognuno di noi è attraversato da forze opposte, da desideri che non sempre sappiamo controllare o riconoscere. In questo senso, “Favole nere” dialoga perfettamente con il gotico, ma lo fa senza scenografie spettacolari. È un gotico interiore.
Questa edizione valorizza ulteriormente il testo, restituendo a questi racconti la loro forza originaria. Non come semplici curiosità letterarie, ma come opere vive, capaci di disturbare e interrogare ancora oggi.
“Favole nere” è un libro che si legge come una raccolta di storie, ma che funziona come uno specchio. Non riflette ciò che siamo abituati a vedere, ma ciò che tendiamo a nascondere.
E forse è proprio questo il senso più profondo delle favole oscure: non raccontano il mondo. Raccontano noi, quando smettiamo di mentirci.
Robert Louis Stevenson è stato uno degli scrittori più importanti della letteratura inglese dell’Ottocento. Celebre per romanzi come L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde, ha esplorato spesso il tema del doppio, dell’identità e della natura ambigua dell’essere umano. Le sue opere, tra avventura e introspezione, continuano a influenzare la narrativa contemporanea.
