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Fabio Stassi, ”Un giorno vorrei diventare uno scrittore, per ora sto cercando di imparare”

Una vita a contatto con i libri, una grande passione per la scrittura e la voglia di migliorarsi sempre. E' questo il profilo di Fabio Stassi, uno dei cinque finalisti in corsa per l'assegnazione del Premio Campiello...
L’autore de “L’ultimo ballo di Charlot”, tra i cinque finalisti del Campiello, commenta la sua candidatura e ci parla della sua passione per libri e scrittura
 
MILANO – Una vita a contatto con i libri, una grande passione per la scrittura e la voglia di migliorarsi sempre.  E’ questo il profilo di Fabio Stassi, uno dei cinque finalisti in corsa per l’assegnazione del Premio Campiello. Classe 1962, Stassi ha esordito nel 2006 con “Fumisteria”, con cui ha vinto il "Premio Vittorini opera prima 2007". Dopo altri cinque esperimenti letterari, nel 2012 è uscito per Sellerio “L’ultimo ballo di Charlot”. Il romanzo è da subito divenuto un caso editoriale al Salone del Libro di Francoforte, tanto che gli editori stranieri ne hanno acquistato i diritti ed il testo è stato tradotto in 3 lingue. E’ proprio con questo romanzo che Stassi è finito nella cinquina finale dei candidati al Campiello 2013. In questa intervista, l’autore commenta la sua candidatura, ci parla della sua passione per i libri e svela alcuni segreti sul suo ultimo romanzo. 
 
E’ un’emozione forte essere tra i cinque finalisti del Campiello? Come ha accolto la notizia?
Per telefono, nella pausa pranzo del lavoro. Ero a pranzo con una mia amica, curiosamente di Venezia. Non ho parlato per un poco, poi ho finito di mangiare e sono tornato nella mia biblioteca. Sono felice e spaventato insieme.  Mi dico che sono tanti anni che mi alleno, tutti i giorni, e che sono ancora lontano dal riuscire a scrivere come vorrei. Ma per fortuna nella vita accadono anche le cose belle, non solo quelle brutte, e quando accadono bisogna festeggiarle come un miracolo.
 
Quali sono le speranze e le aspettative derivanti da questa candidatura?
Non lo so, il mio sogno è quello di potermi migliorare,  per quello che si può, di avere più di tempo per scrivere, ma soprattutto per studiare e per leggere. E poi sarà bello ascoltare giudizi, critiche e consigli di altri lettori, se ce ne saranno.
 
Parlando de “L’ultimo ballo di Charlot”, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
L’idea di questa storia è nata sopra il mio treno di pendolari, come sempre. Forse viene da una lontana meraviglia infantile, dalla prima volta che vidi muoversi il Vagabondo in un film, e dal fatto che la sua maschera rappresentava per la mia famiglia uno di loro, la memoria dell’emigrazione, della povertà dalla quale si proveniva. Io volevo raccontare una storia positiva, di un personaggio che resiste, che trova delle opportunità in mezzo alle traversie, che va all’appuntamento con il proprio talento, che è poi l’appuntamento con il proprio destino, e che restituisce qualcosa a qualcuno, perché ogni restituzione è sempre un atto di speranza. La storia di uno che si porta dietro come una vergogna, eppure continua a credere nella fantasia. Ma sono dovute accadere molte cose, è dovuto passare molto tempo, perché tutto questo si coagulasse in un romanzo.
 
Nel libro passato, memoria, cinema, comicità e morte si fondono tutte insieme in unico protagonista, Charlie Chaplin. Come mai la scelta di questo personaggio come portavoce e narratore del racconto?
Ci sono storie che funzionano solo con quel personaggio; se lo cambi, non stanno più in piedi. Incontrare il personaggio giusto per la propria storia, è una grande fortuna. Charlie Chaplin riassumeva, incarnava, tutti i temi di cui volevo parlare. Lui era mancino, e io volevo scrivere del lato mancino delle cose. E poi, in qualche modo, era una specie di orfano, e le favole, anche quelle per adulti, hanno bisogno di orfani. Ma era anche un padre, poteva esprimere un particolare sentimento della paternità. Era il malcapitato, quello che sta sempre fuori posto. Ma non è solo Chaplin il protagonista di questa storia. Lui è l’obiettivo attraverso il quale le vicende si sgomitolano.  Ci sono tanti altri personaggi o maschere a cui sono affezionato: Arléquin, l’anziana armena, la funambola ungherese, Naima, il mimo Marceline…
 
Quando è nata la sua passione per i libri e la lettura? Come descrive la sua esperienza di scrittore?
Io credo che i libri che abbiamo letto siano la più vera carta d’identità che si possiede. Perché siamo fatti di loro quanto delle persone che abbiamo incontrato. Sono convinto che i libri mi abbiano salvato la vita, in più di un’occasione, e penso davvero che la lettura sia una cura, un prendersi cura. Anche per questo, scrittore è una parola molto grande, e imbarazzante. Vorrei diventare un giorno uno scrittore, per ora sto cercando di imparare. 
 
7 giugno 2013
 
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