L'autore a processo per il caso No TAV

Erri De Luca, “Oggi gli scrittori non si espongono più per paura di essere danneggiati”

Oggi, tra gli scrittori e gli intellettuali italiani, assistiamo ad una generale dimissione dall' impegno civile da parte di chi avrebbe i mezzi e l'ascolto per esprimere dissenso. E' quanto affermato dallo scrittore Erri De Luca

MILANO – Oggi, tra gli scrittori e gli intellettuali italiani, assistiamo ad una generale dimissione dall’ impegno civile da parte di chi avrebbe i mezzi e l’ascolto per esprimere dissenso. E’ quanto affermato dallo scrittore Erri De Luca, protagonista non solo nelle librerie con i suoi libri ma anche sulla cronaca a causa della sua manifesta contrarietà nei confronti del monumentale opera ferroviaria in Val di Susa che dovrà collegare Torino a Lione, affermando in un intervista pubblica che “La Tav va sabotata perché nociva e inutile”. Il 28 gennaio, l’autore verrà processato con l’accusa di ‘istigazione alla violenza’. L’autore affronta nel libro ‘La parola contraria‘, un pamphlet sulla libertà di parola, il caso giudiziario che lo vede coinvolto. Ecco le sensazioni dell’autore alla vigilia del processo.

Secondo lei, come siamo arrivati al fatto che in Italia, dal punto di vista giuridico, le parole possono essere penalmente perseguibili al pari dei fatti?

E’ una specialità della repressione contro il movimento di resistenza civile in Val di Susa: in questi ultimi due anni la Procura di Torino ha incriminato un migliaio circa di resistenti all’opera micidiale della TAV Torino- Lione. Un’ attività inquisitoria infervorata al punto di andarsi a pescare una mia affermazione sul giornale online Huffington Post e trasformarla in corpo del reato.

 

Lei ha partecipato attivamente alle manifestazioni No-TAV in Val di Susa. Una cosa che la fa apparire come un caso isolato nel contesto del mondo intellettuale. Oggi, secondo lei, come mai si ravvisa questo disinteresse generalizzato da parte di quel “firmamento del tappeto rosso” nei confronti dei fatti del Paese?

C’è una generale dimissione dall’ impegno civile da parte di chi avrebbe i mezzi e l’ascolto per esprimere dissenso. C’è sfiducia che possa servire a qualcosa e timore di poter essere danneggiati. Ma proprio la Val di Susa dimostra che un movimento di legittima protesta, ferma e solida di ragioni, può spuntarla contro un apparato pubblico fatto di affarismo e repressione.

 

Secondo lei, come può contribuire un intellettuale in termini di impegno civico? Ha dei modelli del passato da suggerire?

Ho conosciuto tempi diversi, in cui persone di cultura si esponevano per garantire diritti e libertà. Uno per tutti, Pasolini, accettò di firmare da direttore responsabile il giornale Lotta Continua per permetterne l’ esistenza, anche se non condivideva il contenuto. Il mio caso è più semplice: io sono convinto delle buone ragioni degli abitanti e dei rappresentanti della Val di Susa e sono stato nelle loro manifestazioni da cittadino italiano prima che da scrittore.

 

Cosa si aspetta dal processo del 28 gennaio? Come vive l’attesa?
Credo che mi condanneranno. Non ho nessuna tensione, altrimenti non potrei scalare pareti, espormi a un vuoto più profondo di quello che sta sotto la mia incriminazione.

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