Enrico Nascimbeni, il ricordo a un anno dalla scomparsa

Il toccante ricordo di Paola Cingolani che ci racconta il celebre musicista e giornalista Enrico Nascimbeni scomparso l’11 giugno 2019 partendo dal suo libro “Ho scelto di sbagliare”
Enrico Nascimbeni, il ricordo a un anno dalla scomparsa

In ricordo di Enrico Nascimbeni. Comincio così, con un tuo verso, “A che serve un titolo?” e – facendo il poco che posso – autorizzata dall’affetto della tua “aspirante tartaruga che guardavi con dolcezza e nella quale hai visto tutti gli oceani”, tento di sbagliare. Come te.

Ho letto il tuo ultimo libro “Ho scelto di sbagliare”, edito da “Il leggio”, e ho scoperto tante vite che danzano attorno alla tua: da Montale, a Pasolini, a molti nomi che hanno segnato la storia delle nostre letture e canzoni.

Io e te, ad esempio, diventammo amici on line perché capisti subito quanto mi piace Montale. Non sapevo che eri figlio di Giulio Nascimbeni, suo biografo ufficiale, e “Signore della terza pagina” del Corsera. Per me eri uno colto che sapeva scrivere e mi arricchiva, anche quando si arrabbiava con qualcuno, su “Border On Line” – il giornale di SAMAN.

Non ti ho mai trattato nel modo che da sempre detestavi, come “figlio di” e – per tutta la tua esistenza – hai dovuto fare i conti con questa realtà. Ti sei dovuto sforzare di dire sono Enrico, giornalista, autore, scrittore, poeta, innamorato d’una cerbiatta che – al contrario del caos che c’è attorno a me – riesce a donarmi silenzi nei quali trovo rifugio e pace che neanche io saprei raccontare.

Se volessi fare l’elenco dei premi che hai vinto, delle cose che hai fatto come Enrico, riempirei due pagine come Wikipedia. Vecchioni, parole di Fernanda Pivano, caparbietà tale da rinunciare anche a un premio prestigioso in Sud America per protestare contro un regime assurdo.

Ma tu mi hai colpita perché, nel tuo timore di non essere abbastanza, hai mirato sempre più in alto. Mi hai colpita, perché sono e resto incredula innanzi a un giornalismo patinato, a una critica letteraria che non ha mai capito quasi niente di te. Mi chiedo come sia possibile decantare Bukowski senza rendersi conto che tu – il gran buon vecchio Hank – te lo bevevi in un sorso?

Il tuo non è un libro ma è la lucida autobiografia / testamento che, da solo, ti sei scritto prima della tua dipartita. Hai persino immaginato le tue esequie e ti sei preoccupato di tranquillizzare tua moglie. Le hai detto cosa fare. Sei riuscito – in questo straziante libro – a passare, così, come niente, da versi, con una tua interpunzione, asciutti, senza virgole, a descrizioni che, seppure brevi, ci regalano perle di rara lucentezza.

Pier Paolo Pasolini “Enrico, stai in porta prima tu.” All’inizio.

“Guarda che la rivoluzione la puoi fare anche in giacca e cravatta.” Alla fine, quando sveli della prima volta che venne in casa vostra e tuo padre si scusò perché non ti eri messo in tiro. Lui, Pasolini, ti difese subito e capì immediatamente come il tuo fosse uno spirito ribelle coniugato ad un genio raro.

Alberto Moravia che diventa fine donnaiolo agli occhi nostri grazie a quanto ci sveli, Eugenio montale anche pacioso, per bene, modesto.

L’amore per i tuoi genitori, per i tuoi nonni, per chiunque fosse più debole.

Una lettera dedicata ad un figlio che non hai avuto, ci infili anche questo. Ti congedi da tutto perché è come se il mondo ti pesi troppo – saluti un albero piccino che sai di non vedere mai cresciuto – e chiedi perdono solamente alla tua aspirante tartaruga occhi di cerbiatto. Dici, anche, che non deve mai vergognarsi di essere più intelligente di te: a leggere e a pensare mi sento, come dici tu, una caramella ciucciata.

Mi piace scoprire che hai la mia stessa opinione su Pessoa, adoro quel tuo amore per i cani: anche per la figura del cane ci sono versi.

Tu, da grande, hai fatto tutto come hai voluto: una prosa alternata alla poesia che è comunque poesia, perché sappiamo che è possibile traspaia poesia da un certo modo di scrivere. Lo sappiamo entrambi.

Tu – come Ungà e come Montale – hai inciso la tua parola

[…] Lascia graffiti.
Per non dimenticare.
Per non essere dimenticato.

Enrico Nascimbeni

“Disegnavo in casa con i gessetti. Mia moglie disse che
sporcavo la casa.
Andai a disegnare nel bagno.”

Eugenio Montale

Ho cercato di fare come hai scritto alla cerbiatta e al figlio cui hai comunque parlato. Ci sarebbero state mille maniere per dire chi sei, che non dovevi andare via così, ma sai – Enrico – hai voluto piantarla. Con tutto. Dispiaciuto solo per la cerbiatta con la quale potevi vedere gli oceani tutti nel lavandino. O le stelle e la luna luccicare a mezzogiorno.

[…] Se sbagli perdonati.
E se perdoni sappi che non sbagli mai.
[…] Libera la tua libertà.
Poi.
Ma solo poi.
Comincia a cercare.

Enrico Nascimbeni

Sì, faccio proprio così, dico onestamente a tutti che – di te – hanno capito poco, al contrario di Pier Paolo Pasolini che ti ha capito al volo insegnandoti con dovizia, pazienza e minuzia a fare il nodo alla cravatta.

E scuserete.
Del libro dico poco.
I libri belli si comprano.
Ogni libro bello si legge.
Specialmente vanno letti libri così.
Perché sono emozione forte.
Perché infarciti d’amore e di onestà.
Perché il personaggio celebre è Enrico Nascimbeni.
Perché nonostante tanta fama altrui resta il suo genio speciale.

Ecco, ho preso coraggio, ho osato e usato la tua interpunzione dicendo a tutti fino a che punto sai essere grande. E non voglio parlare di passato, né di celebrazioni tristi. Anche per la tua cerbiatta dagli occhi scuri.
Vorrei che stesse bene, proprio come te, perché è mia amica.

Paola Cingolani

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