Enrica Roddolo, ”Con il mio libro ho aperto ai lettori le porte segrete dei palazzi reali”

Dalla corte dei Grimaldi a Montecarlo a Backingham Palace e alle altre corti europee: per anni la giornalista Enrica Roddolo si è occupata di Royals, e nel corso della sua attività ha avuto accesso ai loro palazzi e a ricevimenti mondani ambitissimi. Ecco da dove nasce l'idea del suo libro, ''Invito a corte''. Al termine dell'articolo è possibile leggerne un breve estratto...

L’autrice presenta “Invito a corte”, il libro in cui racconta i gusti culinari personali, i ricevimenti e i banchetti ufficiali dei reali europei

 

MILANO – Dalla corte dei Grimaldi a Montecarlo a Backingham Palace e alle altre corti europee: per anni la giornalista Enrica Roddolo si è occupata di Royals, e nel corso della sua attività ha avuto accesso ai loro palazzi e a ricevimenti mondani ambitissimi. Ecco da dove nasce l’idea del suo libro, “Invito a corte”, dove ci racconta dei gusti culinari dei sovrani, di cene e pranzi diplomatici e di curiosità riguardanti le cucine reali.

 

Com’è nata l’idea di “Invito a corte”?
Da un invito, arrivato nella valigetta diplomatica, per un Garden party con la regina a Buckingham Palace la scorsa estate. Uno di quegli inviti ambitissimi a Londra, perché i tre party estivi della regina rappresentano il climax della Season  mondana Oltremanica. Dopo essermi occupata come giornalista e come scrittrice per molti anni di Royals focalizzando l’attenzione sull’indagine storiografica, quell’invito mi ha aperto le porte anche di Buckingham Palace. Dopo esser stata più volte alla corte dei Grimaldi a Montecarlo e in altre corti europee. Ho pensato allora che, forse, ai lettori dei miei saggi attorno ai Royals e alla loro storia potesse interessare avere accesso a quella stessa opportunità di entrare nel segreto dei palazzi reali. Leggendo un libro. Così è nato “Invito a Corte”.

 

Può raccontarci il lavoro di stesura del libro? Su quali fonti si è documentata?
Dopo 21 volumi, ormai il processo di scrittura è consolidato, parte dall’idea che conquista il cuore, che appassiona… perché la prima regola di un buon libro è che appassioni e conquisti per primo il suo autore. Poi si inizia a raccogliere le idee, si riannoda il discorso di nuove e antiche interviste con i protagonisti e si scrive.

 

Tra sovrani, principi e personaggi di corte che appaiono nel suo libro, c’è qualcuno che aveva gusti o abitudini alimentari particolarmente bizzarri? Può raccontarci qualche curiosità che l’ha particolarmente colpita?
Giorgio IV era goloso di turtle soup, una prelibatezza oggi indigesta non tanto per sapori ormai lontani dal nostro palato, quanto per il presupposto: tartarughe stufate lentamente. Anche il cuore meno ethically correct credo potrebbe – a ragione – rabbrividire. La turtle soup fu il piatto forte del banchetto di incoronazione di re Giorgio IV nel luglio del 1821, dopo una lunga reggenza. Per festeggiare quel giorno speciale, volle che la delicatessen della zuppa di tartaruga fosse servita a tutti i commensali di quel banchetto altrettanto speciale. Con grande affanno del suo chef personale, che pure era il celebre Antonin Careme, il quale confidò tutta la sua preoccupazione nel preparare una perfetta zuppa di tartaruga per così tanti ospiti.

 

Aprendoci le porte delle corti d’Inghilterra, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia e Monaco, il suo libro ci insegna anche il “ruolo diplomatico” della tavola e di tanti banchetti ufficiali in cui si sono decise le relazioni tra gli Stati: può farci qualche esempio?
La tavola “reale”, o comunque la tavola ufficiale delle grandi visite di Stato anche nei palazzi delle più grandi democrazie (penso alla Casa Bianca), è stata in effetti spesso occasione di fini trattative. È quella che nel libro definisco Dinner table diplomacy. La mente va ai banchetti a Buckingham Palace, con centinaia di portate, ai quali prese parte re Vittorio Emanuele II, o ai banchetti dei Borbone tornati sul trono di Spagna a metà degli anni Settanta. Quando Juan Carlos ricevette il presidente francese Giscard d’Estaing (e la cena si rivelò un totale insuccesso: “il consommé freddo era diventato caldo, il pesce da caldo si era fatto freddo”): l’episodio convinse non solo il re ma persino il segretario di allora del partito comunista spagnolo che la cucina di palazzo andava decisamene migliorata. Per evitare altri scivoloni diplomatici.
O, per le “corti democratiche”, penso allo chef francese René Verdon, chiamato a Washington da Jackie Kennedy, decisa a rivoluzionare anche lo stile del ricevere alla Casa Bianca. Fino ad allora, le portate servite in tavola in Pennsylvania Avenue lasciavano infatti piuttosto a desiderare. Per Verdon il vero e proprio battesimo delle cucine della White House avvenne qualche quando Jackie gli chiese di dare il meglio di sé per il pranzo ufficiale in onore del premier britannico Harold McMillan, atteso alla Casa Bianca il 5 aprile 1961. Il New York Times scrisse: “There was nothing like French cooking to promote good Anglo-American relations”. Insomma, nulla come la cucina francese aveva fatto tanto per promuovere le relazioni diplomatiche angloamericane. E che dire, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, del pranzo di Natale del premier britannico Churchill con il presidente Usa Roosevelt, dove tra una portata di soup allo Sherry, una di casserole di patate dolci, si discusse dell’avanzata tedesca e delle mosse per contrastarla. Per non ricordare ancora il banchetto al quale partecipò a Windsor Castle, il padre di John Fitzgerald Kennedy, allora ambasciatore Usa nel Regno Unito con la moglie Rose Kennedy.

 

Il suo libro comprende anche, in appendice, una sorta di ricettario per chi voglia provare a riprodurre alcuni dei piatti citati nel suo libro: da dove ha tratto le informazioni  per le ricette? Ha provato a farne qualcuna? Quale ci consiglia?
Anche chi non ha dimestichezza con  i fornelli si può cimentare con un  perfetto Afternoon tea: nell’appendice del libro la ricetta per i tramezzini che piacciono a Elisabetta II e per i dolci che adora William. Per le ricette più sofisticate ho chiesto aiuto a un mago dei fornelli di Londra, Jamie Oliver.

 

2 gennaio 2013

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