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l'esordio letterario

Douglas Stuart, “Ecco perché la crisi colpisce soprattutto donne e bambini”

Nel suo primo romanzo "Storia di Shuggie Bain", Douglas Stuart si mette dalla parte di coloro che spesso sono le vittime dimenticate delle crisi: le donne e i bambini.

Il primo romanzo di Douglas Stuart, Storia di Shuggie Bain, è per molti destinato a diventare un classico. Attraverso i protagonisti, Agnes e il figlio Shuggie, l’autore racconta la Glasgow degli anni Ottanta, una città in cui la deindustrializzazione aveva portato alla chiusura delle miniere e a un drammatico aumento della disoccupazione, privando un’intera classe sociale di uno scopo e abbandonandola a se stessa. Nel farlo, Stuart si mette dalla parte di coloro che spesso sono le vittime dimenticate di questo dramma: le donne e i bambini.

Un’infanzia difficile

Il romanzo, che Stuart ha voluto dedicare alla madre, morta per problemi di salute legati all’alcolismo quando lui era ancora giovane, attinge molto alle vicende personali dell’autore. “Sono cresciuto nella working class di Glasgow, in un contesto estremamente povero in cui può sembrare impossibile aspirare a una vita migliore, a un futuro diverso. Nessuno tra quelli che mi circondavano avrebbe mai pensato che io potessi essere destinato a una carriera di tipo accademico o a una carriera legata alla scrittura. Di fatto è stato così all’inizio, sono cresciuto professionalmente nell’ambito dell’industria tessile, che è anche il motivo per cui mi sono trasferito a New York, e qui ho intrapreso una carriera nel mondo della moda.”

Il bisogno di raccontare

Ma, dice Stuart, nonostante la brillante carriera, “sentivo continuamente questa fortissima spinta verso la scrittura. Nel 2008 ho cominciato a scrivere “Storia di Shuggie Bain” senza voler inizialmente ammettere nemmeno a me stesso che stavo scrivendo un romanzo. Mi sentivo intimidito e negli anni avevo accumulato un sentimento di forte inadeguatezza. Tuttavia, ho continuato a scrivere e scrivere, tanto che la prima stesura del libro raggiungeva le 900 pagine. Ci sono voluti dieci anni per arrivare al risultato finale. Stavo imparando a maneggiare i ferri del mestiere ed ero estremamente critico, continuavo a correggermi. Alla fine però, la struttura, i personaggi, la relazione tra Shuggie e Agnes sono rimasti gli stessi fin dall’inizio, perché riflettono la mia esperienza personale.”

Agnes, una donna in una società patriarcale

Agnes Bain, la protagonista femminile, è una donna ambiziosa e fragile, schiacciata da una società in cui è l’uomo ad avere il potere. “La Gran Bretagna post-industriale era un universo patriarcale, in particolare per quanto riguarda la classe operaia, ma io ho sempre sentito che la forza della città, la sua struttura portante, risiedeva nell’universo femminile. Io stesso sono cresciuto in un mondo fatto di donne, prima tra tutte mia madre, che mi ha cresciuto da sola. Per questo volevo realizzare una sorta di riscrittura della Storia da un punto di vista diverso. Perché quando gli uomini sono vittime di una certa situazione sono poi di fatto le donne e i bambini a soffrirne maggiormente. Agnes non ha alcun controllo su quello che sta succedendo, eppure ne porta il peso, costretta a vivere in un mondo che delude e distrugge continuamente le sue aspettative.”

Una lettera d’amore per Glasgow

Per Stuart, che ha lasciato la Scozia quando era molto giovane, questo romanzo è stato forse un modo per riconnettersi alla sua città: “Io voglio bene a Glasgow in modo sincero e profondo e la scrittura è stata anche un modo di ricondurmi a casa. La verità forse è che era Glasgow a non volermi bene. Dopo la morte di mia madre non avevo più una famiglia o un contesto a cui sentissi di appartenere, per questo sono andato a New York. Qui ho sentito il bisogno di scrivere questo libro, senza sapere se sarebbe mai stato pubblicato. Alla fine, per me è diventato una sorta di lettera d’amore alla città di Glasgow: le lettere non necessariamente devono essere lette da molte persone, e si scrivono quando si è lontani.”

La necessità di salvare se stessi

Douglas Stuart è la dimostrazione che la condizione sociale in cui cresciamo non determina chi diventeremo, e che il dolore può diventare la nostra forza, anche se, ci spiega, “il mio trauma mi accompagnerà sempre, anche se la mia arte e la mia creatività sono sicuramente molto utili per gestirlo. I bambini che vivono queste esperienze non hanno alcuna forma di controllo sulla situazione e spesso si ritrovano a essere loro quelli che si devono prendere cura dei genitori.” Secondo Stuart, l’unico modo per andare avanti è capire che possiamo salvare solo chi vuole essere salvato, e in questo senso il libro “è il racconto della fine di Agnes e dell’inizio di Shuggie: una sorta di passaggio di testimone fra i due, una cosa che succede quando capiamo che dobbiamo salvarci, perché non possiamo più fare niente per aiutare coloro che amiamo.”

Cecilia Mastrogiovanni

photocredits: Clive Smith

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